martedì 23 dicembre 2008

Inverno - Parte II

Pochi giorni fa, una mia collega, parlando di un torto da lei stessa subìto e per il quale dovrà ricorrere a vie legali, ha detto: «Ho trovato un avvocato civilista bravissimo, specializzato nelle cause intentate dai soggetti più deboli, come le donne sole...».
Io non mi sono mai sentita un "soggetto debole"; né in passato, quando ero effettivamente sola, né oggi, che ho un compagno.
Non hai mai preteso di essere difesa da nessuno, perciò oggi non lo chiedo a *lui*.
Rivendico per me la testardaggine di tante donne, lontane nel tempo o nello spazio.
Rivendico la forza di quelle donne-streghe che a lungo hanno lottato, passando alla storia - oppure smarrendosi nell'oblio della memoria.

Oggi non è stata una bella giornata.
Nonostante la positività con cui avevo cominciato ad affrontare il freddo dell'inverno, questa mattina mi sono arrivate due brutte notizie - di quelle che tolgono il fiato.
Non starò a dilungarmi, non voglio assomigliare a un romanzo di Dickens: la parte dell'eroina lacrimevole non mi si addice.
Dico solo che potevo aspettarmelo: il periodo che va da Calenda alla Candelora ha sempre avuto per me un sapore nefasto.
E' come se le tenebre tentassero di soffocarmi: ogni anno la stessa sensazione di angoscia.
Devo affrontarla a muso duro, se voglio uscirne.

Ecco, allora, che quella forza tutta femminile, magica, stregonesca

(quella forza che ho sempre saputo di possedere e che, tutto sommato, è il lato buono del mio carattere bizzoso)

torna a essere utile - indispensabile per sopravvivere.

Non so essere diversa, non so essere altro che questo fascio di nervi pronto allo scatto.
Verso qualche lacrima, ma non mi dichiaro sconfitta. Non lo farò ancora per molti anni. Fino a quando non dirò, come oggi ha detto mio nonno: «Sono stanca di essere stanca».

Fino ad allora tenderò forte le mie mani e le braccia, per far diradare le tenebre; e riderò, canterò, farò ironia a voce alta, per rendere meno intollerabile il peso del silenzio.

E' una promessa.

sabato 6 dicembre 2008

Inverno - Parte I

- Inverno - Parte I

Sono molto stanca, in questo periodo. Le giornate brevi, la nebbia che sale fin dalle prime ore del mattino e che trasforma il paesaggio in un limbo, uscire di casa col buio e tornare che è ancora più buio - e freddo.
Sarà per questo che al mattino faccio sempre più fatica ad alzarmi e che la sera andrei volentieri a letto alle nove, se solo non dovessi preparare la cena e mangiare.
Sarà per questo che mi è sempre più difficile occuparmi delle mie passioni: la scrittura, lo studio, la gestione del sito e del blog...
Sono latitante e inaffidabile, me ne rendo conto; ma confido che andrà meglio con la bella stagione. Del resto, la primavera non ha mai deluso le mie aspettative.

(E ci penso spesso, in queste giornate di neve e di gelo, al sole d'aprile, alle colline assolate, al profumo dell'erba e della terra rigogliosa... Ci penso più di quanto sia ragionevole fare, rischiando di ammalarmi di nostalgia.)

Eppure...
Eppure sono grata, a questa stanchezza e a tutti gli impegni di lavoro cui sono costretta a tener fede (adesso, mi sono arrivati altri due contratti: uno per il biennio integrato e uno per l'apprendimento dell'italiano da parte di studenti extracomunitari: così, lavorerò anche il sabato mattina): perché in questo modo la mia mente è impegnata e non bada troppo al Generale Inverno e alla malinconia che ha sempre suscitato in me. Non ho tempo, per la tristezza. E va benissimo così.

E poi quest'anno mi sembra che vada decisamente meglio: questo sarà il primo Natale che io e *lui* trascorriamo insieme nella nostra casa e mi sono scoperta più serena di quanto non fossi in passato. Questa mattina ho persino acquistato alcune decorazioni per il nostro nuovo albero...
Decisamente insolito, da parte mia.

lunedì 3 novembre 2008

Della magia: il ponte fra due mondi

La magia è il superamento o l'estensione di una barriera che appare invalicabile per i comuni mortali e che per la strega (o il mago) diventa - con l'acquisizione della Conoscenza - un velo sottile che può essere sollevato.
Nel caso della stregoneria vera e propria (la forma più antica e viscerale di magia: quella delle maghe terribili della Tessaglia, di Canidia e di Sagana, per intenderci) si tratta dell'abbattimento della barriera che separa i vivi dai morti.
Nel caso della magia naturale, invece, è una vera e propria "estensione" dei confini dell'essere umano, che giunge a possedere e comandare l'intero creato.

Secondo il pensiero magico l'universo è un gigantesco organismo umano e l'uomo ne è la piccola immagine, una replica in miniatura. Essendo egli stesso una rappresentazione dell'universo (sia pure in scala ridotta) mediante un processo di espansione spirituale l'uomo può misticamente estendere il suo essere fino a coprire l'intero creato, sottomettendolo al suo volere.
(C. Gatto Trocchi, La magia, Newton Compton, Roma 1994, p. 43)

Lo stesso accade per la magia cerimoniale e per quella celeste di Marsilio Ficino e Cornelio Agrippa, che si rivolge al cielo e alla sua intelligenza: in entrambi i casi, chi pratica la magia diventa tramite tra la dimensione dell'in-conoscibile e l'universo razionale.
(Nel caso della magia cerimoniale il trait d'union riguarda il tipo di linguaggio utilizzato, quello simbolico. Anche in questo caso, il rimando dall'oggetto al suo simbolo, da A a B, necessita di un viaggio interiore, di uno spostamento dall'alto verso il basso e viceversa, per potersi realizzare.)
Per questi (e per altri motivi) io sostengo che le streghe (in qualtià di messaggere provenienti dalla dimensione dell'ou-topia, cioè del "non-luogo") non siano poi così lontani dagli angeli della tradizione giudaico-cristiana.
Il concetto base è la capacità (e la volontà, nel caso di chi pratica scientemente la magia) di fare da tramite fra due mondi che non potrebbero avere altrimenti nessun contatto.


Malvisi, Erinni, olio su tavola 80x60

mercoledì 15 ottobre 2008

Domani partirò per la Sicilia. Tornerò la prossima settimana. Nel frattempo, vi affido blog, sito e forum.
A risentirci presto!

sabato 4 ottobre 2008

Le streghe di Verrua Savoia

«[...] Ma il luogo prediletto dell'adunanza o sabba era su di un tratto di strada sorretto da un robusto parapetto in pietra, detto appunto ponte delle streghe, il quale collegava la frazione di Sivrasco coi casolari di Longagnano, dopo la discesa detta della Valassa, ai piedi del colle Papa. Qui, con mezzi di locomozione assai rudimentali, pervenivano le streghe di tutto il circondario, tra lo squittire lugubre delle civette e il latrato insistente dei cani, sfogando le proprie ire sui malcapitati passanti. Esse si libravano in alto prima di raggiungere il luogo della tregenda, sul quale scendevano sghignazzando all'appuntamento demoniaco. Altre, invece, attraverso il fitto della boscaglia, salivano la stretta gola del famigerato ponte, indi si univano alla ridda frenetica del "gregge" indemoniato. I contadini impauriti non osavano avvicinarsi, ma udivano da lontano gli schiamazzi e i belati disumani, mentre il caprone scivolava lungo i sentieri tortuosi della collina, accovacciandosi con gesti lascivi sulle giogaie della tenebra. [...]
In tali circostanze, si racconta che una famiglia dimorante nei casolari del Vallone veniva continuamente minacciata da fenomeni strani e oscuri. In particolare, il frumento custodito in un apposito vano, si mischiava inspiegabilmente con la segala e la biada, provocando un immane lavoro di cernita per non disperdere il frutto di un'annata di lavoro. Attorno alla cascina, spesso si sollevava un insolito vento che trascinava le foglie secche dell'adiacente boschetto sulle colture dei campi danneggiando i raccolti. Talvolta pareva che si accanisse in modo violento fino a seppellire gli ultimi ortaggi dell'autunno; altre volte si diradava morendo lontano. Lo sgomento e l'inquietudine di tutti questi episodi spinsero il capo famiglia a cercare un rimedio. Si consultò con una persona che "aveva studiato", la quale gli consigliò di cospargere la sua dimora con acqua benedetta, avendo l'accortezza di tenerne sempre un flacone in tasca, quale "arma" da utilizzare contro una certa capra che si aggirava nottetempo sul ponte delle streghe. L'occasione si presentò qualche giorno dopo, allorché il proprietario del citato cascinale rincasò poco prima dell'alb, avendo dovuto vegliare presso l'abitazione di un parente appena deceduto nella frazione di Sivrasco. Il buio era fitto. [...] Vi era un non so che di staccato dalla realtà quotidiana che metteva angoscia e paura; allora affrettò un poco il passo involontariamente, quindi, accortosi della premura, quasi fosse incalzato da forze misteriose, rallentò risolutamente, indignato dal tremore che gli sussultava dentro, pieno di sprezzo contro la sua viltà. [...] Quando giunse in prossimità del famoso ponte, scorse da lontano uno spirito malefico che si muoveva furtivo, emettendo risate e belati inauditi. Superato il panico iniziale, si scostò dalla strada e risalì la china del bosco, insinuandosi fra la fitta boscaglia che si stringeva tutt'intorno, rendendogli disagevole il cammino. Poi la vegetazione cedette lentamente a un confuso ammasso di ginestre che costeggiava la radura, da dove egli poteva scorgere quell'essere demoniaco a pochi metri di distanza. Raccogliendo tutte le sue forze, intrise la corda con l'acqua benedetta, indi si scagliò contro cercando di infilargli il laccio al collo. La lotta si scatenò furibonda, ma a poco a poco la "bestia" si mostrò sempre più impotente e alla fine cedette. Essa venne trascinata in una stalla e legata attorno alla mangiatoia. Allo spuntar del mattino, in virtù di chissà quale sortilegio, la capra si era tramutata in una donna ben nota e conosciuta.»

Testimonianza di Teresa Omegna (1851-1950), raccolta nel 1948 e riportata da Mario Ogliaro in La fortezza di Verrua Savoia nella storia del Piemonte, Libreria Mongiano Editrice, Crescentino 1999, p. 362-363.

F. Goya, Incantation

lunedì 15 settembre 2008

La melagrana

Ti nutro con chicchi di melograno
perché torni a sanguinare il mio grembo
e a tremare la terra
al ripetersi
ossessionato delle mie lacrime.

Sono io la Grande Malata
io la donna che non può
più
sentire dolore...

(E.M.)

S. Dalì, Le rose sanguinanti (1930)

(Lo aspetto, questo Equinozio, con un'ansia che mai ho provato - per nessuna delle Feste dell'Oscurità. Una parte di me acclama la Rinascita, nel buio e nel silenzio - com'è stato all'inizio. L'altra parte, al contrario, recalcitra impaurita, smarrita di fronte alle inezie del quotidiano, del futuro, di "Ciò Che Deve Essere Programmato". Ma io so che sarà la prima ad avere la meglio - una volta tanto.)

domenica 7 settembre 2008

Del mese di settembre

Sono tornata a casa già da parecchio, ma mi sono mancati il tempo e la voglia di scrivere su queste pagine.
Le montagne erano meravigliose e io e Cri ci siamo comportati da coscienziosi viandanti.
Del resto, arrampicarsi lungo i sentieri d'alta quota, per poi giungere - con quel particolare sobbalzo al cuore - alla meta tanto ambita sono sensazioni che valgono la pena di faticare, di sentire le gambe indolenzite e la pelle bruciare al sole.
In più, durante il soggiorno in Valle d'Aosta, ho raccolto parecchi racconti e leggende, che sto trascrivendo in questi giorni sul mio quadernetto (e sul sito). Storie di vallate infestate da spiriti malevoli, di streghe più o meno pericolose, di animali bizzarri e lupi mannari. Nonostante la vicinanza geografica, sono molto diverse da quelle piemontesi: vi si leggono l'asperità della terra e la rigidità dei lunghi inverni, il freddo della notte, le insidie dei sentieri scoscesi.

Ci pensavo la sera, passeggiando lungo il torrente: quelli erano i luoghi del loup garu, delle fate bizzose capaci di tramutarsi in serpenti... Fino al secolo scorso, fino a soli cinquant'anni fa, la popolazione del luogo era ancora completamente immersa in questo mondo aspro e magico al tempo stesso. Ora, invece, non sappiamo più ascoltare, non sappiamo più meravigliarci, non sappiamo più trattenere il fiato sospeso per un fruscìo nella notte...

Il Gran Paradiso visto dai casolari dell'Herbetet (foto di Canidia)

Il ritorno alla vita quotidiana è stato meno riposante di quel che mi aspettassi: avevo creduto di poter fare ancora qualche giorno di vacanza prima di tornare al lavoro, invece io e Cri abbiamo finito per metterci a tinteggiare le due facciate di casa. Un lavoro faticoso, ma necessario. Non ne potevamo più dell'intonaco che sfioriva e dei ragni che si ostinanavano a fare il nido sopra la nostra porta d'ingresso.
La Casa dei Ranocchi ha cambiato faccia, assomiglia sempre meno a una vecchia bisbetica e inizia ad apprezzare la vivacità dei colori e la fragranza dei fiori. L'ho sempre detto io, che era solo questione di tempo...

Il primo di settembre ho ricominciato a lavorare.
Sono sempre in Comune, con un nuovo contratto valido per ben trenta giorni, che forse verrà rinnovato fino a Natale.
La vita dei precari è avventurosa e io cerco di non pensarci troppo visto che, oltretutto, il 17 di questo mese mi laureo. Cerco di non pensare troppo neppure a questo, altrimenti rischio di affogare.
Ma, certo, a volte ci penso. Appena appena, quel tanto che basta per restare agganciata alla realtà.
Per tanti anni l'argomento "università" è stato il tasto debole, il nervo scoperto da non stuzzicare. E adesso...
Adesso la laurea.
La fine dell'università e di tutti i miei patemi.
Che fossi testarda lo sapevo; ma senza Cri (senza la sua fiducia incessante nelle mie possibilità: a tutti i costi e senza mai vacillare...) non ce l'avrei mai fatta.
Che cosa cambierà, dal 17 settembre? Nella mia vita poco o nulla.
Ma nella mia testa sarà una gran baldoria.