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giovedì 15 dicembre 2011

Del lupo e dell'abete






Nella grecia antica la pianta elàte, ovvero l'abete bianco, era una pianta "lunare", sacra a Kaineìdes/Kaineùs, una ninfa che chiese a Posidone, suo amante, di essere trasformata in uomo. E' interessante sottolineare come il cambiamento di genere richiami il ritorno all'unità originaria. La vicenda di Kaineìdes fa da contraltare a quella dell'indovino Tiresia: da donna diventa uomo, per poi ritornare alla natura originaria. Un vero e proprio kyklos, che rimanda all'interezza.
Secondo il mito, la forza di Kaineùs era collegata all'abete, cui il guerriero tributava un culto personale. Per sconfiggerlo e abbaterlo, i Centauri (creature duplici) sono costretti a colpirlo ripetutamente con tronchi d'abete. Una volta ucciso, Kaineùs torna ad essere Kaineìdes. Il racconto, in questo senso, richiama l'immagine della morte del licantropo (altra figura duplice) che spesso, nei racconti popolari, dopo che è stato ucciso torna ad assumere sembianze umane.
Le piante solstiziali (ovvero sacre nel periodo compreso fra Calenda e Candelora) hanno come comune denominatore quello di rifarsi esplicitamente (attraverso signa ben precisi) all'alternanza che genera interezza, tipica del kyklos.
E' così per l'abete, legato indissolubilmente al guerriero/donna Kaineùs, lo era per il ciclamino...
Quanto all'elàte, lo ritroviamo nella "tradizione del ceppo" (che può anche essere di quercia, altro albero cosmico), che prevede una lenta consunzione del "ciocco" fino alla notte dell'Epifania: solo in questo modo il rito poteva essere di buon auspicio per la casa in cui era stato realizzato.


E' la duplicità (luce/oscurità, vita/morte, maschile/femminile, uomo/animale), dunque, a traghettarci verso le salubri sponde primaverili, verso il risveglio che avrà inizio con Candelora. E, nel periodo solstiziale, questa duplicità si impone alla nostra attenzione (o almeno alla mia!) attraverso segni inequivocabili (mi sento molto Maria, in questi giorni... e chi partecipa al GdL su Le streghe di Smirne capirà!).
Oltre che dalle piante solstiziali, in questo periodo mi sento molto "ispirata" dalla figura del lupo/licantropo, animale simbolo destinato ad accompagnarci fino alla purificazione/risveglio di Candelora (o dei Lupercalia, se vogliamo seguire il calendario romano pre-cristiano...).
Il lupo come figura archetipica della duplicità saggia (1), della conoscenza che unisce l'uomo all'animale e che non ha bisogno di molte parole. Non è un caso che, nel nostro mondo moderno (impaurito dall'arcano, sempre più asettico, inquinato e improntato verso l'unica logica del profitto), il lupo non trovi più spazio e sia stato spinto sulla soglia dell'estinzione.



«[...] lo sterminio dei lupi appare come uno dei tratti distintivi di una civiltà secolarizzata e artificiale, che ha negato o segregato, anno dopo anno, la morte, la malattia, la follia, il sacro» osserva Marco Veglia nel suo capitolo dedicato a lupi e volpi nell'interessante saggio Animali della letteratura - dove riporta anche la bella storia di Lopichis, antenato di Paolo Diacono, che qui ricopio come testimonianza dell'antico legame che unisce (univa?) l'uomo al lupo - oltre che come conclusione di queste mie riflessioni...

«Un lupo, messaggero del destino, aveva guidato l'avo di Paolo Diacono, Lopichis, per mostrargli il cammino che egli ignorava: il lupo lo precedeva, si voltava di frequente a guardarlo, lo attendeva come sua guida, come sentinella che ne vigilava il cammino. Quando Lopichis, secondo il racconto della Historia Langobardorum (IV, 37), ormai consunto dal digiuno, tese l'arco per uccidere il lupo e cibarsene, il lupo scomparve. Schivato il colpo, l'animale si sottrasse alla vista di Lopichis. L'uomo, lui solo, non il lupo, aveva tradito l'arcano legame che intrecciava i loro cammini.» (2)

Note(1) Per gli Esquimesi, il sole (e dunque la Vita) avrebbe avuto origine dalla lotta fra il Lupo bianco e il Lupo grigio: di nuovo il doppio, dunque...

(2) Aa.Vv., Animali della letteratura, a cura di G. M. Anselmi e G. Ruozzi, Carocci editore, Roma 2010, p. 156-157.

venerdì 18 novembre 2011

Del ciclamino, caro a Ecate

Considerato fin dall'antichità classica fiore sacro a Ecate (alla quale ho dedicato buona parte delle mie riflessioni durante questa Calenda), il ciclamino deriva il suo nome - come ho già accennato in precedenza - dal sostantivo kyklos, che in greco significa "ciclo", "cerchio".
I commentatori fanno derivare questa denominazione dalla forma arrotondata del peduncolo che si forma al termine della fioritura o dalla particolare curvatura dello stelo.
Queste caratteristiche in parte hanno senz'altro la loro importanza. Ma ciò che più (mi) colpisce, nel ciclamino, è la sua "presenza", delicata e al contempo tenace, durante tutta la Stagione Oscura.

Ciclamini e orchi-dee sulla finestra del soggiorno...
Contrariamente al croco (tanto per citare un fiore tipicamente invernale), non fiorisce verso la fine della stagione - vero e proprio emissario della bella Primavera fra i rigori del "Generale Inverno": il ciclamino inizia a sbocciare ben prima - proprio quando le porte iniziano a (dis)chiudersi e il velo si solleva, lento ma inarrestabile.
Non a caso era sacro proprio a Ecate; e non a caso, dunque, il suo nome, potrebbe derivare anche da questo suo ruolo di autentico "custode" del cerchio che sta per chiudersi.
Plinio il Vecchio, nella sua Historia Naturalis (XXV, 115) dice che ogni casa dovrebbe piantare nei pressi dell'ingresso, nell'orto o in giardino un ciclamino, perché «là dove è stato piantato non possono più recare danno i filtri malefici: lo chiamano perciò "amuleto"».
La funzione protettiva del ciclamino si accorda bene con quella di guida e di protettrice di Ecate (vedere l'Inno a Demetra, nel precedente articolo già citato).
Tuttavia, per quanto benevolo e benefico, il ciclamino non è indistruttibile.
Rispetto, ad esempio, alle orchidee (che, seguendo i loro personalissimi cicli di fioritura e vegetazione, si apprestano in molti casi a ri-fiorire proprio in questa stagione), il ciclamino (almeno quello che amiamo coltivare nei nostri vasi) non è "forte" né "robusto" - non quanto ci aspetteremmo da una pianta così spiccatamente invernale. (1)
Soprattutto nelle zone d'Italia più fredde e umide, il ciclamino soffre spesso di "botride", la caratteristica muffa grigia che colpisce la pianta alla sua folta base, facendone marcire le foglie e gli steli dei fiori e portandola ad un rapido deperimento.
Un ottimo rimedio contro la muffa grigia è la pulizia costante (quasi giornaliera) della pianta, con la rimozione di tutte le foglie ingiallite e dei fiori appassiti. Non basta limitarsi a recidere le parti morte della pianta che rimangono in vista; occorre aprire delicatamente le foglie (il ciclamino è una pianta molto fitta) ed elimare anche tutte quelle parti secche o in decomposizione che rimangono celate. Inoltre è opportuno non esagerare con le annaffiature, versando l'acqua nel sottovaso (anziché direttamente sul terriccio) e avendo cura di rimuovere quella in eccesso.

Come si vede, perfino questi accorgimenti pratici possono condurci ad osserare la familiarità (sempre pericolosa!) del ciclamino con la Marcescenza veicolata dall'Acqua. Per sopravvivere (per superare indenne la Stagione Oscura, con il processo di nigredo che la caratterizza), il ciclamino, esattamente come noi, ha bisogno di Cura, di Equilibrio. Mosse sbagliate o azzardate, durante l'Autunno e l'Inverno, porteranno la pianta a sicura morte - anziché traghettarla verso il rassicurante Sonno primaverile ed estivo.

Chiunque, come me, ami andare a caccia di simboli, può trarre da sé le sue conclusioni...

Nome: Cyclamen
Famiglia: Primulaceae
Diffusione: originario della Grecia, del Vicino Oriente e dell'Africa, il ciclamino è presente in tutto il bacino del Mediterraneo. Predilige i terreni ombrosi dei boschi e la sua tolleranza al freddo varia da specie a specie.

Note
(1) In questo post, ho già avuto modo di sfatare la diffusa opinione sulla presunta "delicatezza" delle orchidee.

Fonti
A. Cattabiani, Florario - Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, Milano 1998.
AA.VV, La natura e i suoi simboli - Piante, fiori e animali, Electa, Milano 2003.

giovedì 3 novembre 2011

Misericordia in obscuro

Durante la notte di Calenda il fuoco ha "risposto" in modo commovente: fuoco di brace per la terra, fuoco di fiamma per l'aria e per il fuoco stesso (fuoco al fuoco!). E infine l'acqua, spruzzata per chiudere il Cerchio e riportare la pace; un elemento per me infido, ma necessario.
E' stata, insomma, una bella Calenda; particolarmente consapevole, sia per me sia per *C.*
I gatti sono stati come sempre meravigliosi: ogni volta rimango commossa, nell'osservare con quanta sensibilità sappiano ascoltare movimenti e messaggi provenienti dalla Soglia. In questi giorni, i miei famigli sono bizzarri, irrequieti. Fanno cose che di solito non fanno e osservarli è uno spettacolo impareggiabile, che mi guida nel completare la mia "pulizia". Ci sono ancora briciole da spazzare via. Piccolezze che vanno in ogni caso affrontate.
Il Giardino (il mio hortus conclusus) deve essere messo a dormire nei giorni giusti. E che l'ultima brezza porti via foglie secchie, rametti spezzati, boccioli e fiori ritardatari!

Ultime fioriture per questo mite autunno...
Le orchidee, invece, sono già in casa da tempo, e una delle mie oncidium, non appena l'ho ritirata, si è affrettata a far spuntare i suoi boccioli: sono vieppiù convinta che non esistano piante più attente (al mutamento insito nel vorticare della Ruota) e attive (intente come sono a "lavorare bene", anche nel cuore dell'inverno) delle orchidee. Esse sono - autenticamente - Vita nella Morte e, insieme al ciclamino (il cui nome, non dimentichiamolo, deriva dalla parola kyklos, "ciclo"), che fa bella mostra di sé sulla finestra del soggiorno, mi rimandano ancora a Ecate, che sa essere benevola (verso chi è animato dalla  sincera volontà di proseguire - come ci racconta il mito) anche nell'oscurità.
Sarà lei a guidare i nostri passi attraverso questa Stagione che si presenta alquanto lenta ai nostri occhi (la nostra impazienza di trasferirci nella nuova casa dilaterà senza dubbio il tempo di questo autunno e del prossimo inverno) e tuttavia insolitamente produttiva.

La mia zucca per Calenda 2011: non a caso l'ho trasformata in una piccola casetta!
CICLAMINO - Dal greco kyklàminos, formato su kyklos, "circolo", "rotondità". Pianticella della famiglia delle primulacee, i cui peduncoli si aggirano in circoli molteplici nel tempo della fruttificazione. (Dal Dizionario Etimologico)
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sabato 30 aprile 2011

Dell'aquilegia di Calendimaggio


La mia Aquilegia di Calendimaggio.

Mi piace definire l'Aquilegia una "potenza in quiete"; nel senso che questa Intelligenza possiede potenzialità che sembra preferire tenere nascoste agli occhi dei più - e il dialogo, con lei, è sempre gentile, appena sussurrato. Occorre un udito allenato, per "ascoltare" l'Aquilegia. Non a caso è una pianta amatissima dai poeti e dagli artisti del passato.

Appare in numerose opere pittoriche, quasi sempre collegata con la figura della Madonna.
Secondo alcuni commentatori, infatti, questa pianta così delicata sarebbe il simbolo del dolore provato da Maria per la morte del figlio in croce. Questo per l'assonanza del nome francese dell'Aquilegia (ancholie) e il termine "melancholie", malinconia. Nell'arte pittorica del Rinascimento, l'Aquilegia venne spesso associata alla Passione di Cristo.
Si tratta, dunque, di un'Intelligenza consapevole.


Bernardino Luini, Madonna del Roseto (1505-1510).

Viene anche chiamata "colombina", per via dei sei fiori che crescono (a volte) in cima allo stelo: sarebbero, secondo l'interpretazione cristiana, i sei doni dello Spirito Santo menzionati in Isaia 11,2: «Lo Spirito del Signore riposerà su di lui: Spirito di saggezza e d'intelligenza, Spirito di consiglio e di forza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore». Al di là di quanto affermato dai commentatori cristiani, è evidente, in ogni modo, la delicata "fortezza" dell'Aquilegia, quel suo saper "vedere", "conoscere" e "capire" senza cedere, al di là di ogni aspettativa. Perfino il suo aspetto, così apparentemente fragile eppure resistente a qualsiasi intemperia e ai rigori dell'inverno, è, a mio avviso, un indice evidente delle potenzialità di questa pianta.

Leonardo da Vinci ne aveva intuito in questo senso il potere evocativo e simbolico e la colloca ai piedi del suo Bacco (precisamente sotto il piede sinistro del dio) nell'omonimo dipinto, conservato oggi al Louvre.


Leonardo da Vinci, Bacco (1510-1515).

In questo caso, l'Aquilegia rappresenta il trait d'union tra il piano dell'Umano e quello del Divino, tra cui Bacco-Dioniso (il dio che risorge dalle ceneri) si muove costantemente.

Per quel che mi riguarda, coltivo la mia piantina di Aquilegia nel cortile retrostante la casa, quello più umido e ombroso. Non richiede cure particolari: come ho detto, è un'Intelligenza senza troppe pretese. Resiste a ogni inverno, a fine estate sparge i semi sul terreno (piccoli semi neri, che escono dopo "l'esplosione" dei grossi follicoli che si formano alla base del fiore) e così si espande sempre, generando in primavera fiori dai colori inaspettati.
Così ne scrivevo lo scorso anno, alla prima fioritura:

Ondeggia lenta l’aquilegia
nel vento caldo di maggio,
mossa dalle ali invisibili
dei naviganti:
pace dopo il dolore dell’inverno
e tregua dalla ricerca
dell’ordito consunto.

Ma non c’è danza o magia
che possa proteggerci
dalla luce bianca e terribile
di ogni primavera:
oltrepasseremo il canale
di acqua torbida
e saremo polvere
fra la terra arida del campo

sotto il sole.

Come sempre, la parola poetica (per quanto modesta, com'è nel mio caso!) è sempre più efficace di qualsiasi arraffazzonato commento...

Fino al XIX secolo, l'Aquilegia è stata utilizzata anche in campo erboristico, per le sue virtù calmanti, utili al sistema nervoso. Possiede altresì proprietà antisettiche, astringenti e detergenti. Se ne usano i semi, i fiori, le foglie e le radici; va tuttavia maneggiata con coscienza e competenza, poiché le parti aeree della pianta contengono una sostanza potenzialmente nociva (come accade per tutte le Ranuncolacee!).

Nome: Aquilegia vulgaris L. (detta anche, popolarmente, "amor nascosto", "fior cappuccio", "perfett amùr", "guant d'la Madona")
Famiglia: Ranuncolacee (finisco spesso a parlare di Ranuncolacee... chissà poi perché...)
Diffusione: nei boschi, nei prati, in zone rocciose e calcaree, fino ai 2000 m. di altitudine.
Descrizione: pianta perenne, alta dai 60 agli 80 cm. I fiori compaiono da maggio a luglio e possono essere di diversi colori: viola, rosa chiaro, bianchi-giallastri. La radice è fittonante.

venerdì 4 giugno 2010

Digitalis Purpurea L.

La fioritura della digitale purpurea racchiude un fascino potente. Amore e morte. Non sorprende che, come racconta Maria Pascoli, sorella del più celebre Giovanni, le suore del convento di Sogliano esortassero le loro allieve a starne ben lontane.

«Un giorno, dopo la merenda e la ricreazione fatte all’aperto, noi educande con la nostra Madre Maestra c’incamminammo per un sentiero che aveva ai lati due giardini, uno cinto dal bussolo e l’altro senza veruna siepe. In questo scorgemmo una pianta nuova che non avevamo mai veduta, non essendo mai solite passare da quel luogo. Era una pianta dal lungo stelo rivestito di foglie, con in cima una bella spiga di fiori rosei a campanule, punteggiati di macchioline color rosso cupo: la digitale purpurea. La curiosità di poterla guardare bene da vicino e di sentire che odorava ci spinse a entrare nel giardino; ma appena ci fummo fermate presso la pianta, la Madre Maestra ci intimò di allontanarci subito di lì, di non appressarci a quel fiore che emanava un profumo venefico e così penetrante che faceva morire. Indietreggiammo impaurite e ci riportammo leste leste sul nostro cammino. Io rimasi per un pezzo con la paura di quel fiore velenoso, e quando si doveva passare nelle vicinanze me ne stavo più lontana che fosse possibile senza nemmeno guardarlo.»

(da Lungo la vita di Giovanni Pascoli)

Né che Pascoli stesso ne abbia fatto l'oggetto di una delle sue più celebri poesie, incentrata proprio sul tema dell'opposizione eros e thanatos.

«Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d'un sogno che notturno arse e che s'era
all'alba, nell'ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.
L'aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M'inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi... (l'altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido...) si muore!»

Intelligenza femminile, con la sua fioritura mi ha dato energhéia dopo un periodo di forte crisi. E' come se mi avesse richiamata, con vigore.
Morire per risorgere, per tornare a essere dopo la riduzione in milioni di frammenti. Il caos necessario alla generazione della vita, nella mia mente, nel mio corpo, nella Natura tutta...
Il caos che è conoscenza e visione:

«Vedono. Sorge nell'azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d'incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero
d'odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d'innocenza e di mistero.»

Il "vedere" conduce alla realtà "altra" (inacessibile ai comuni esseri umani, raggiungibile per mezzo dell'occhio poetico - o di intelligenze superiori), alla vita oltre la morte.

«Piangono, un poco, nel tramonto d'oro,
senza perché. [...]
In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,

l'alito ignoto spande di sua vita.»


La mia digitale. Maggio 2010.

Nome:
Digitalis Purpurea L.
Famiglia: Scrophulariaceae
Diffusione: Europa centro-meridionale. Viene coltivata nei giardini (è una pianta tipica dei cottage garden) ed è altresì presente in natura allo stato selvatico. Cresce nei boschi e nei prati.
Descrizione: pianta erbacea biennale. Durante il primo anno di vita produce una "rosa" di grandi foglie color verde scuro con margine dentellato. Da queste, nel secondo anno, parte un alto fusto, che produrrà una ricca serie di campanule rosa-fuxia.

giovedì 25 febbraio 2010

Del risveglio: le prime gemme, i primi fiori


Il mio primo crocus fiorito...

Mi piacciono molto, i bulbi. Affidarli alla terra alla fine della bella stagione, per vederli poi germogliare ad inizio primavera è ciò che sono solita definire un "rito consolatorio".
E' rassicurante ricoprirli con il terreno, affidandoli al Sonno: in genere, se il lavoro è stato fatto con cura, mantengono sempre la loro promessa.

Il bulbo, con la sua sfericità imperfetta, è un emblema silenzioso e discreto del tempo ciclico - così rassicurante, rispetto al tempo lineare.
La concezione lineare del tempo (tipica della nostra frenetica modernità) è una corsa verso il baratro; il tempo ciclico, al contrario, è il tempo dell'esperienza accumulata, della seconda possibilità sempre concessa. E' il tempo della calma che si oppone al tempo dell'affanno.

Penso a tutto questo, osservando i miei bulbi che hanno germogliato.
Li avevo affidati alla terra a novembre... e ora sono già in fiore.
Non sembra possibile che il tempo sia trascorso così velocemente e che anche questo lungo, freddo inverno stia volgendo al termine.
Ma tant'è.
Una nuova primavera è alle porte - e io non riesco a vedere il tempo trascorso come una perdita. E' piuttosto una nuova occasione, un nuovo tratto di crescita che ci viene concesso.
Il tempo dell'attività si alterna al tempo del riposo.


Giacinti in fiore sul davanzale della cucina...

Accade sempre così, in una Ruota Perpetua.

Troppi pensieri, per un singolo fiore?
Può darsi. Non importa.

Ora attendo i Semi: ho seminato la datura, la malva, la digitale e la salvia di Nyctea e l'aconito di mio padre. E sto a vedere. Aspetto, come occorrerebbe sempre saper fare...

sabato 30 gennaio 2010

Delle orchi-dee

Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
Impigliata una notte fra rami antichi...
(Cesare Pavese)


La mia oncidium.

Oggi, le orchidee sono considerate dalla maggior parte delle persone dei "fiori di lusso": vengono fatte fiorire forzatamente e vendute poi in confezioni eleganti, a caro prezzo.
E' una cosa davvero molto triste, perché, in verità, l'orchidea è un fiore di grande suggestione, dal simbolismo potente.
Meno delicate di quello che comunemente si pensa, le orchidee temono solo la luce del sole diretta, che brucia le loro foglie e i loro petali (creature d'ombra...). Per il resto, sono abbastanza robuste: non necessitano frequenti innaffiature (contrariamente a quello che dicono di solito i vivaisti) e non è impossibile farle fiorire in casa. Anzi.
Per le orchidee più che per qualsiasi altra pianta è importantissimo (fondamentale direi, per quella che è la mia esperienza) comprendere e rispettare il loro ciclo vegetativo: annaffiare più del dovuto un'orchidea "in riposo" può significare far marcire le sue radici e perderla definitivamente.
Se si possiede un'orchidea - a qualunque specie essa appartenga - entrare in sintonia con lei è imperativo. Ci sono piante che possono sopravvivere comunque (penso alla mia spensierata waxflower, alle mie robuste verbene...); l'orchidea no. Se non la capite, la perderete.

Il nome "orchidea" deriva dal greco orchis, che significa "testicolo": un nome volgare per uno dei fiori più belli esistenti in Natura. Le fu dato perché alcune specie hanno alla base dello stelo due tuberi paralleli: l'analogia con l'apparato genitale maschile è evidente e, se la si accosta alla forma del fiore (molto simile a una vagina), allora il simbolismo risulta ancora più forte.
Già Teofrasto (372 a.C.) riporta le proprietà medicamentose dell'orchidea:

«Ci sono piante che stimolano gli organi riproduttivi, altre ne inibiscono l'azione. Altre ancora possiedono entrambe le virtù, com'è il caso della pianta denominata orchis. Essa possiede in effetti due testicoli, uno grande e uno piccolo. Quello più grande, preso insieme al latte di capra, favorisce il coito; quello più piccolo lo impedisce».

Anche Dioscoride (medico greco del I secolo d.C.) parla dell'orchidea, individuandone cinque varietà: l'Orchis, la Serapias, l'Elleborina, il Satyrium e l'Ophrys.
Fra gli autori romani, Plinio il Vecchio (29 - 79 d.C.) disserta sulle proprietà fecondatrici (o inibitorie) della pianta - o, per meglio dire, dei suoi tuberi.

Inutile dire che da qui a divenire "erba magica" a tutti gli effetti il passo fu breve.
In Tunisia veniva chiamata El mita El haya, "La morta e la viva" e anche qui veniva utilizzata per stimolare il processo riproduttivo.
In Occidente, diviene presto simbolo di Dio - o di Satana.

Ciò che colpisce, leggendo queste prime notizie (ne riporterò altre prossimamente!), è la connessione evidente dell'orchidea non solo con la capacità generativa (simbolismo scontato, data la già menzionata forma dei fiori e dei tuberi), ma anche con il suo esatto contrario: la Morte.
Si pensi che i nomi di alcune orchidee tutt'ora esistenti derivano da racconti o suggestioni di morte: la Dactyloriza deve il suo nome al furto di una mano da una statua miracolosa e alla successiva morte del ladro; l'Aceras viene detta "uomo impiccato", per la forma inquietante dei suoi fiori. Più importante ancora: il cosiddetto cosmosandalon, fiore sacro a Demetra, era con ogni probabilità proprio un'orchidea. E Demetra, si sa, è (con Persefone) per eccellenza la divinità della Luce e dell'Ombra.
Inoltre alcuni usi magici dell'orchidea sono decisamente mortiferi: si crede infatti che, strofinando un'orchidea sul bordo di una tazza di latte, quest'ultimo si secchi completamente. Ecco di nuovo la capacità di isterilire, propria delle divinità ctonie e delle striges.
In Sud America, viene non di rado chiamata Flor de los muertos.

Al pari del ciclamino (e forse anche di più) l'orchidea è dunque emblema meraviglioso di Morte nella Vita e di Vita nella Morte. I due estremi si toccano, la Vita si annuncia e poi si spegne, nell'oscurità - in quell'ombra così cara ai fiori e alle foglie dell'orchis.
Nel ventre buio della Magna Mater (osservate i fiori di una Phalaenopsis o, più ancora, quelli di una Paphiopedilum!) tutto si genera, tutto si distrugge e tutto risorge, in un ciclo inestinguibile...


Phalaenopsis.


Paphiopedilum.

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mercoledì 8 luglio 2009

Artemisia absinthium L.

I semplici hanno con la strega un rapporto particolare e uterino. Essi "sentono" la strega, ne assecondano e precedono l'istinto.
Non ho mai amato in modo particolare l'assenzio: il suo aroma amaro mi infastidisce e, non di rado, mi fa venire voglia di tossire.
Lo piantai in giardino solo perché mio padre ne aveva raccolto una pianta durante un'escursione - e me la diede.
Morto durante l'inverno e autorigeneratosi alla primavera successiva, quest'anno è cresciuto con prepotenza. Ho dovuto legarlo e ridimensionarlo, per impedirgli di soffocare la delicatissima aquilegia.
Eppure, nonostante il rapporto non troppo stretto con questa pianta, ieri notte - con la Luna delle Erbe, potente e feconda - sono uscita a raccogliere proprio l'assenzio, facendone due mazzi che oggi ho appeso ad essicare. E non posso negare di aver collegato questo desiderio improvviso con tutto quello che sta accadendo dentro e fuori di me in queste settimane...



L'assenzio è una pianta perenne. Possiede un aroma caratteristico e foglie di un bel verde-argento. Le infiorescenze - abbastanza insignificanti - sono di colore giallo chiaro.
Cresce in tutta Europa, escluse le regioni settentrionali, Asia occidentale e Africa settentrionale. In Italia lo si trova facilmente anche fino ai 2000 m. di altitudine.
Le parti utilizzate sono le foglie e le estremità fiorite.
Ottimo come tonico e stimolante per l'appetito (vino di assenzio), antisettico, digestivo e vermifugo. Aiuta altresì in caso di flusso mestruale troppo scarso.
Bisogna evitare di prolungarne l'utilizzo.
Il suo olio essenziale è molto attivo e tossico e l'odore delle sue foglie allontana le mosche.

Celti e arabi utilizzavano l'assenzio come se si trattasse di un vero toccasana e, nel 1558, il medico e botanico tedesco Tabernaemontanus, sosteneva che l'assenzio fosse un utile rimedio contro l'irascibilità.
Il suo sapore amaro (l'etimologia del nome deriva dal greco a-psìnthos e significa appunto "che non reca diletto, spiacevole") ha fatto sì che nelle Sacre Scritture venisse assunto quale simbolo di tutte le umane tribolazioni (Ger 9,14; 23,15 - Apoc 8,11).

In particolare, l'assenzio è celebre per il liquore che da esso veniva distillato, molto in voga fra i poeti decadentisti francesi.
Di colore verde (da cui il nome "Fata Verde", con cui spesso veniva chiamato), consumato con l'aggiunta di acqua ghiacciata o zucchero, il liquore estratto dall'assenzio poteva provocare stordimento e allucinazioni.
Per questo fino a poco tempo fa era stato messo fuori commercio. Oggi è possibile di nuovo trovarlo sugli scaffali dei negozi, ma in una versione decisamente meno "pericolosa" rispetto al liquore che veniva sorseggiato da Baudelaire e dagli altri poeti maledetti.

Coltivazione
Non è affatto difficile da coltivare (anzi, si comporta quasi come un'infestante!), basta ricordare che l'assenzio predilige i luoghi soleggiati e i terreni ben drenati.
Poiché in natura cresce anche in zone brulle e sassose, non necessita di abbondanti e frequenti annaffiature.
D'inverno la pianta perde la sua parte aerea. La sua moltiplicazione può essere effettuata in autunno (mediante divisione dei rizomi) o in primavera, piantando i semi minuscoli nel terreno.

Sul sito Galenotech.org si trovano tutte le indicazioni per produrre il famoso liquore della "fata verde".

martedì 31 marzo 2009

Verbena officinalis L.

Nome: Verbena officinalis L.
Famiglia: Verbenacee
Diffusione: Europa, soprattutto nei paesi mediterranei
Descrizione: pianta perenne, con foglie obovate (inferiori) e lanceolate (superiori), che fiorisce da luglio a settembre. I fiori sono piccoli, di colore lilla-azzurro.


Immagine tratta da Internet

La verbena è una pianta perenne (se tenuta riparata e protetta, può superare l'inverno) diffusa in tutta Europa ed è comunemente soprannominata "erba sacra". Denominazione quanto mai appropriata per questo fiorellino poco appariscente, ritenuto "sacro" presso numerose culture. Citata dai Veda e raccolta dai Celti (che la utilizzavano per purificare i loro altari), la verbena era tenuta in grande considerazione anche dai Romani e dai Greci, che la annoveravano fra le piante sacre a Venere/Afrodite.

(Va rilevato a questo proposito che gli scrittori latini utilizzano il termine "verbena" - non di rado al plurale - per indicare genericamente diversi tipi di piante: l'alloro, il mirto, l'olivo e il rosmarino. Nonostante la verbena non venga mai indicata con precisione, è interessante notare come essa venga accomunata ad alcune fra le piante sacre più strettamente legate ai culti arcaici e ctoni.)

A Roma, la confraternita dei Feziali (che aveva lo scopo di custodire tutte quelle norme sacre attraverso le quali era possibile ricevere protezione nel corso dei rapporti diplomatici con i popoli stranieri) individuava al suo interno due figure di spicco, con il compito di svolgere missioni diplomatiche. Una era costituita dal pater patratus, che agiva in nome del popolo romano; l'altra era rappresentata dal verbenarius, che portava sempre con sé una zolla di "erba sacra" (la verbena, appunto) raccolta sul Campidoglio. L'erba sacra garantiva l'incolumità di entrambi i feziali e dava forza e vigore al pater patratus.

Oltre all'uso sacrale, la verbena era considerata nell’antichità un utile rimedio per molti mali: l'epilessia, la febbre, la scrofola, la lebbra, le malattie della pelle…
In Provenza era chiamata “erba de la merbelo” o anche “erba delle streghe”, forse proprio perché un tempo legata al culto di Afrodite: in effetti la ritroviamo, in epoca cristiana, quale ingrediente importante in molti "filtri magici" aventi lo scopo di far nascere l’amore o di aumentare il desiderio sessuale.

Oggi sappiamo che è ottima contro la febbre (in infuso: 20 g di pianta in un litro d'acqua), le nevralgie, i reumatismi, la sciatica e la ritenzione idrica (cataplasma: foglie e fiori freschi di verbena cotti in aceto), grazie alle sue proprietà antispasmodiche, astringenti e tonificanti.

N.B.: le varietà di verbena che trovate in commercio presso serre e negozi di fiori sono sicuramente belle e appariscenti, ma non possiedono le stesse proprietà della Verbena officinalis. Sono comunque l'ideale per ornare cortili, giardini e balconi.
La verbena, per crescere bene, ha bisogno di molto sole e di annaffiature non troppo frequenti. D'inverno sopporta le basse temperature, tornando a germogliare in primavera. Se, però, la brutta stagione si prospetta particolarmente rigida, sarà meglio ritirare le pianticelle - o ripararle in qualche maniera, con paglia e teli.

sabato 28 marzo 2009

Helleborus

Oggi piove. Il cielo è grigio e un venticello freddo sferza la campagna. E' la prima parentesi di brutto tempo dopo lunghe settimane di sole.
Mentre tornavo a casa in macchina da Crescentino, riflettevo sul fatto che della primavera amo perfino la pioggia - che fa risaltare il verde forte dell'erba appena nata e riempie l'aria del profumo inebriante della terra umida.
La pioggia in marzo mi ricorda la vecchia casa di Camino, i primi settimana che vi trascorrevamo dopo l'inverno...

Penso spesso alle colline, in questi giorni. Sarà perché ancora non sono riuscita a concedermi una camminata rigenerante, fra i "miei" sentieri polverosi.
Ci pensavo anche giovedì pomeriggio, mentre facevo giardinaggio.
Ho cominciato a svasare i nuovi acquisti (menta, tre pianticelle di alisso, una dipladenia...), ma non ho terminato.
Dovrò rinvasare anche l'elleboro, una delle piante a cui sono più affezionata - fra la mia raccolta dei "semplici" - ma che ho sistemato in un vaso decisamente troppo piccolo! (In verità non andrebbe neppure in vaso; ma non ho altro posto - né mi va di lasciare il mio elleboro in mano a sconosciuti, quando ci trasferiremo in una casa tutta nostra.)


Foto © Ovada.it

Nel nostro giardino, l'elleboro è una vecchia conoscenza: tempo fa, infatti, mio padre ne aveva raccolto in campagna una pianticella di una varietà molto "rustica", il foetidus; purtroppo ci è morta pochi mesi fa...


Così abbiamo cercato di sostituirla con una varietà più "addomesticata" (l'abchasicus), in attesa di andare alla ricerca di quello "boschivo" nel corso delle prossime escursioni.

L'elleboro è una robusta pianta perenne, che non teme il freddo, appartenente alla famiglia delle ranuncolacee - come il mio amatissimo aconito.
Il suo nome deriva dal greco: élo (futuro di aireo) = "togliere via, uccidere" + boròs = "che consuma". Il riferimento alla potenza venefica di questa pianta è evidente.
Nell'antichità classica veniva utilizzata per curare la follia (la mitologia greca racconta che fu usata con ottimi risultati su Ercole, reso pazzo dalla persecuzione di Hera) e le donne particolarmente "esuberanti" (ninfomania): interessante notare il breve passaggio dall'uso terapeutico su femmine esagitate e la successiva definizione di questa pianta quale "pianta delle streghe", menzionata in numerosi saggi e trattati sull'argomento.
Sempre allo scopo di tenere a freno l'esuberanza sessuale delle donne, l'elleboro veniva mescolato nelle ricette magiche con vulvaria, camomilla, lattuga velenosa (tridax agria, di cui parla anche Ildegarda di Bingen), canfora e valeriana.
La raccolta dell'elleboro andava effettuata nelle notti di plenilunio.
Insieme al temibile giusquiamo (l'"erba di Circe"), all'aconito napello e alla belladonna, era utilizzato nei filtri che avevano lo scopo di tramutare gli uomini in bestie: da notare che tutte e quattro le piante menzionate hanno un forte effetto allucinatorio, se non mortale.
(Fonte: E. Malizia, Ricettario delle streghe, Edizioni Studio Tesi)

L'elleboro, come ho già accennato, non necessita di grandi cure. La sua moltiplicazione può avvenire tramite semina o divisione dei rizomi (a inizio primavera).
Le parti più pericolose (in quanto contenenti una maggiore concentrazione di veleno) sono le radici e il rizoma, che andranno pertanto maneggiate con estrema cautela.

Nome: Helleborus
Famiglia: Ranuncolacee
Diffusione: Europa, zona caucasica e Asia Minore
Descrizione: pianta erbacea perenne. I fiori possono essere di diverse tonalità di colore, a seconda della varietà di elleboro.

mercoledì 14 novembre 2007

Imperatoria

Nome: Imperatoria
Famiglia: Ombrellifere
Diffusione: boschi e prati umidi delle Alpi e degli Appennini, cresce fino ai 2000-2200 m.
Descrizione: pianta perenne dal fusto eretto, con foglie verdi su entrambi i lati. I fiori (che si aprono nella caratteristica forma a "ombrello") sono di colore bianco e compaiono da giugno ad agosto.



Pianta perenne molto diffusa in Valle d'Aosta, cresce tra i 1300 e i 2000 metri d'altitudine, in luoghi freschi.
Possiede proprietà digestive ed è utile (uso esterno) contro contusioni e reumatismi. Le parti più comunemente utilizzate sono la radice essiccata e le foglie.
Con la radice sminuzzata e cotta in acqua o latte, è possibile ottenere un cataplasma cicatrizzante. Oppure, con la radice e/o le foglie messe in infusione, si possono fare degli impacchi per le ferite.
La radice e le foglie tritate, se bruciate, sono ottimi disinfettanti e deodoranti per gli ambienti chiusi.

Il fiore dell'Imperatoria assomiglia vagamente a quello del Millefoglio; le foglie però, come potete notare, sono del tutto diverse: le due piante non sono facilmente confondibili.

(Infine, non chiedetemi per quale motivo, ma io sono particolarmente a questa pianticella da nulla, che cresce lungo i viottoli di montagna senza dare troppo nell'occhio: sarà per la sua capacità discreta di chiudere le ferite; sarà per l'odore non sgradevole, ma pungente, che si sprigiona ogni volta che apro il barattolino in cui la conservo... Seguendo il mio istinto, la brucio nel fuoco di Calenda.)

lunedì 10 settembre 2007

Achillea Millefolium

Inizio a ricopiare qui alcuni appunti che ho preso durante l'estate sul mio quadernetto: leggende, vecchie tradizioni, letture su miti e antiche civiltà, ricette di cucina, rimedi... Un disordinato e colorato collage, che cercherò in qualche modo di mettere in ordine.

Innanzi tutto qualche riga sulle mie care erbe, che in Val d'Aosta ho avuto modo di osservare da vicino (ho preso anche informazioni per un "corso" sulle erbe officinali, che dovrebbe essere organizzato a partire dalla prossima primavera: non si sa mai...).

• Il millefoglio (Achillea Millefolium)

Nome: Achillea Millefolium
Diffusione: presente quasi in tutta Italia, cresce bene in luoghi erbosi e ai margini dei sentieri e delle strade
Descrizione: pianta erbacea cespitosa, che fiorisce in estate dando origine alle caratteristiche infiorescenze bianco-rosatem raggruppate in corimbi.

E' una pianta perenne che cresce nella fascia compresa fra la pianura e i 2000 m. Se ne utilizzano i fiori (la fioritura va da giugno a settembre), che possono essere di diverse sfumature di colore, dal bianco al rosa.


Immagine © Erbhosteria

Proprietà: diuretico, stomachico, digestivo, antispasmodico, contro l'eccitazione nervosa.

Utilizzo ~ Uso interno: si preparano infusi e tisane per combattere fenomeni allergici o per sfruttare le proprietà diuretiche della pianta. Ottimo anche contro i dolori mestruali, addominali e l'insonnia. (Preparare un infuso con 4 g di fiori in 100 ml di acqua.)

~ Uso esterno:
mazzetti di foglie e fiori applicati sulle ferite sono ottimi cicatrizzanti. Applicati secchi, in infuso, sono invece utili per decongestionare le palpebre. Infine: manciate di Millefoglio nell'acqua del bagno hanno un effetto rilassante e aiutano a purificare l'epidermide.

Il Millefoglio è per eccellenza la "pianta della divinazione": non a caso in Cina i bastoncini dell'Yi Jing erano prodotti con steli di Achillea.
Io brucio spesso questa pianta insieme all'Imperatoria, per purificare l'ambiente.

Attenzione: il Millefoglio, in quanto stimolante uterino, non va utilizzato durante la gravidanza.

giovedì 12 aprile 2007

Aconito

Nome: Aconito napello
Famiglia: Ranuncolacee
Diffusione: zone di collina e di montagna
Descrizione: pianta dotata di un rizoma (fusto sotterraneo) che ogni anno emette una radice e una parte aerea. Il fusto può arrivare anche a un metro e mezzo d'altezza. I fiori possono essere di diverse colorazioni (vedi le foto in basso): caratteristici e più diffusi quelli di un bel viola acceso.

L'aconito è una pianta spontanea perenne, appartenente alla famiglia delle Ranuncolacee, molto diffusa nei terreni montagnosi e collinari. Cresce bene nelle zone umide (predilige i terreni freschi e ricchi di sostanza organica) e la sua fioritura avviene fra luglio e settembre.
E' molto graziosa, ma altamente tossica. Lo sono in particolar modo le radici, che possono malauguratamente essere confuse con altri tuberi commestibili. A tale proposito sarà bene fare molta attenzione: le radici di aconito sono velenose e una quantità anche minima può essere fatale, qualora venga ingerita.
Anche gli steli e le foglie della pianta vanno maneggiati con cautela. Cito da Internet: «A volte si sono avuti intossicazioni e fenomeni irritativi locali solo tenendo un mazzo di questa pianta nelle mani, perchè i principi attivi vengono assorbiti anche attraverso la pelle». E' pertanto buona norma detergersi sempre accuratamente le mani dopo aver avuto un contatto diretto con questa pianta.



Le due immagini soprastanti raffigurano l'Aconitum napellum.
La foto qui sotto riguarda un'altra varietà di aconito, l'Aconitum lycoctonum, ugualmente pericoloso: il suo veleno veniva usato in passato per uccidere volpi e lupi, da cui il nome. Lykos, infatti, in greco significa "lupo".


E, ancora, le foglie dell'Aconito di Lamarck: