lunedì 2 febbraio 2009

Candelora (preludio)


La collina di Rosignano, all'inizio dello scorso autunno.
La dipartita della luce e il suo ritorno.

Foto di Cristiano.

La mia impazienza è stata messa a dura prova, quest'anno.
Proprio oggi ha nevicato di nuovo e la campagna è tornata all'immacolato candore delle settimane precedenti.
La terra è fredda e bagnata - un humus che, nonostante tutto, prelude al risveglio.
Mi sembra di sentirlo.
Non è solo nelle prime pianticelle che iniziano a spuntare nel semenzaio -
né nella smania del cuore e delle gambe, che hanno voglia di andare, di tornare a percorre i sentieri noti e scoprirne di nuovi, con la frenesia del "conoscere-e-vedere" che ritrovo (intatta) ogni primavera.
Non solo, no.
E' piuttosto simile a un brulichìo sommesso
a un vociare lontano
di chi è rimasto al caldo, nascosto per questi lunghi mesi sotto la coltre spessa e indurita della Terra.
Mi ripeto che il torpore non durerà a lungo.
La Gigantessa sta ancora dormendo, è vero; ma già - immensa dentro e sotto la Terra che le appartiene - ha allungato il suo corpo poderoso scostando le zolle, facendo fremere di linfa rinnovata le radici degli alberi. Nonostante il gelo, ha tratto il suo primo sospiro.
Un anelito sottile come il filo di una ragnatela ricoperto di brina -
il Respiro che mozza il nostro,
richiamo improvviso, campana di adunata che non possiamo fingere di non udire.
Al secondo movimento inizieremo a contare i giorni...

giovedì 29 gennaio 2009

Della fascinazione del sangue - parte I

Ci sono immagini, situazioni, elementi, oggetti e animali che tornano di frequente a farmi visita, nei sogni e nelle poesie, simili a "metafore ossessive" (C. Mauron), a orme che devo seguire se voglio arrivare a comprendere - almeno in parte - la Forza che spinge i miei passi su questa terra.

Uno di questi è senza dubbio il sangue.
Ci penso spesso - e ne parlo altrettanto sovente nei miei scritti.
E' il suo calore (rapido a svanire) ad affascinarmi, la sua viscosità tiepida, foriera di vita.
Nel sangue si muore - e dal sangue si (ri)nasce, come dalle ceneri di una tremenda fenice.
Questo pomeriggio, mentre tornavo a casa in macchina, ascoltavo per radio la lettura di un passaggio di Diceria dell'untore.
Si trattava, per la precisione, della scena in cui Marta muore, in un accesso provocato dal suo male, la tubercolosi. Nel descrivere l'emottisi, Bufalino parla di "colore portentoso del sangue", quasi si trattasse dell'improvvisa rivelazione di misteri insondabili.
Portentoso: un aggettivo perfetto e assoluto, per descrivere il sangue - filo scarlatto di congiunzione tra la Vita e la Morte.
E' quanto accade col vampirismo, sia nei racconti dell'antichità classica, sia nelle leggende rielaborate dopo l'avvento del cristianesimo.
In alcuni racconti medievali, addirittura, il sangue è viatico per la lebbra, malattia che, per eccellenza, era simbolo di morte fisica e spirituale, poiché corrompeva la carne allo stesso modo in cui il peccato divorava l'anima umana.
Attraverso il sangue (e il suo spargimento, per quanto crudele o raccapricciante esso possa essere) si ribadisce contro la Morte la caparbietà della Vita.
Né è un caso che i primi grandi vampiri (le Lamie, Lilith ecc.) fossero donne: dalla Ctonia noi attingiamo vita e nel suo grembo (caldo, pulsante, oscuro - come lo è il sangue) noi ritorniamo, per risorgere (sotto quale forma non ha qui importanza) nel ciclo eterno.

Mi tornano alle memoria, richiamate dalle parole che sto scrivendo, alcune scene di Dust, un film che quasi nessuno conosce e a cui, invece, io ritorno periodicamente, in una sorta di "pellegrinaggio" intellettuale e analitico .

[Qui la scena finale del film.]


Un'immagine da Dust, di M. Manchevski: Neda è la donna che morirà dando alla luce la propria bambina, nel mezzo di una sparatoria.

Dust è un film cruento, quasi fastidioso nella semplicità feroce delle scene di violenza offerte allo spettatore.
Sparatorie in perfetto stile western nel corso delle quali si vede il sangue sprizzare ovunque; animali e uomini sventrati, che riversano nella polvere le loro interiora; teste e arti mozzati; ragazzini che rischiano lo stupro. Sputa sangue per buona parte della pellicola perfino il protagonista, seriamente ferito per mano del fratello.
Tuttavia quel sangue versato si rivela fondamentale, per non dire necessario, nella composizione di un quadro più ampio che lascia spazio a un accenno di speranza: dalla giovane donna colpita a morte, distesa sulle rocce sotto il sole - dal suo sangue versato sulla terra e da quello dell'uomo che per consentirle di partorire si fa uccidere dai nemici - avrà inizio una nuova vita, capace di valicare i limiti spazio-temporali della vicenda narrata e di tramandarsi in eterno, grazie al potere salvifico della parola.
Potere di cui, concedetemelo, parlerò in un altro articolo...

martedì 13 gennaio 2009

Addio, nonno...


A. Hacker, And there was a great cry in Egypt

E se io cucissi qui, con punti larghi, o fissandoli con semplici spilli, tutti i ricordi di te e le storie che inventavamo, sulle note di Offenbach -

se scegliessi le parole migliori, quelle con una voce forte e inflessibile
e usassi i colori della terra e della pioggia grigia di questo marzo
per dipingere la tua musica e le tue risate

e se raccontassi, a chi legge, gli stratagemmi
e le ali di paglia che usavamo
per volare alti sopra il quartiere…

non servirebbe a nulla.
Quando chiuderai la porta, lasciandomi fuori ad aspettare per chissà quanto,
non servirà a nulla.

(Addio, cantastorie...)

domenica 4 gennaio 2009

Inverno - Parte III


Costanzana, Vercelli
Foto © Cristiano

Sembra impossibile che faccia così freddo. Sono morti due dei ciclamini che avevo in cortile - quelli più esposti alle intemperie - a causa del gelo delle ultime nottate. Anche i fiori di Ecate possono morire...
Per quello che mi riguarda, visti i rigori del Generale Inverno, approfitto di questi giorni di "vacanza forzata" (il mio contratto di lavoro presso il Comune verrà rinnovato solo a partire dal 7 gennaio) per restare chiusa in casa, a osservare la galaverna sulle piante, dalla finestra del soggiorno. Coltivo l'arte pericolosa della pigrizia, facendo tanti buoni propositi per i giorni di sole - quando arriveranno.
Dopo le feste, poi, lavorerò solo mezza giornata. La nota dolente è che anche lo stipendio sarà dimezzato; quella positiva è che avrò più tempo libero per stare con i miei animali, per seguire la casa, leggere, scrivere e aiutare Cri nella gestione della sua attività.
Non so quanto tempo potrà durare questo menage: ho bisogno di uno stipendio intero e quindi ricomincerò a portare in giro il mio curriculum, nella speranza di trovare presto un posto meglio remunerato. Proverò ancora con le supplenze: potrei integrarne una a tempo pieno (ammesso di trovare una cattedra disponibile in zona) con i due corsi che tengo al sabato...
Si vedrà. Non ci sarà comunque nulla di definitivo e di immediato; non a breve distanza almeno.

Intanto, ho ricominciato a studiare: ho intenzione di preparare un lavoro insieme a mio padre, sul vampirismo e sulle proprietà rigeneratrici del sangue. Dobbiamo tradurre un buon numero di testi, poi potremo iniziare la ricerca vera e propria. Naturalmente ci sarà posto anche per le striges, che non di rado utilizzavano il sangue nei loro "inciarmi".

Insomma, cerco di mantenermi attiva e curiosa; di non abbandonarmi alla fascinazione molesta del "sopravvivere a ogni costo", alimentando di continuo la mente insieme al corpo, lo spirito di pari passo col senso pratico.
Anche quando fuori la terra è gelata e le ragnatele bianche di brina intessono ricami lungo le travi del portico...

domenica 28 dicembre 2008

Corrispondenze

«La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiars.
Comme de long échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les pafums, les couleurs et les sons se répondent.
Il est des parfums frais comme des chairs d’enfants,
Doux comme del hautbois, verts comme les prairies,
- Et d’autres, corrompus, riches et triomphants,
Ayant l’expansion des choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens,
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.»

Charles Baudelaire, Correspondences

Lei chiama, giorno dopo giorno. Non può farne a meno - così come la maggior parte degli Uomini non può fare a meno di ignorarLa.
Coloro che non odono e che non sanno sono morti mentre respirano, rinnovano la fine ad ogni alba e ad ogni amplesso.
Chi ascolta, chi riesce a udire, oltre il frastuono, la voce della Signora che chiama

(fra lo stormire delle foglie e l'abbaiare dei cani alla Luna,
nel silenzio greve dell'inverno e nelle serate tiepide di primavera,
lungo i sentieri che si perdono nei boschi, a ridosso delle colline,
dove donne bizzarre calcavano la polvere a piedi nudi, borbottando preghiere e maledizioni,
parlando col vento,
danzando con i conigli)

invece, vedrà schiudersi di fronte al proprio sguardo incredulo la Foresta dei Simboli, dei Richiami, delle immagini che si ripetono, degli echi che sfidano il tempo e i secoli.
Non vi è mai capitato di sentirvi predestinate. Non vi è mai capitato di sentire (e sapere) che il sangue caldo che vi scorre nelle vene è antico quanto la Terra - e forte, come la Terra.
E' linfa, il vostro sangue; e ha un corso impetuoso, che vi trasporta indietro, giù, lungo le radici dell'Albero, simile a un torrente in piena, capace di spezzare gli argini e travolgere la piccolezza del quotidiano.
Siete più che donne.
Siete streghe.
Avete cavalcato folli nelle notti d'agosto, sulla groppa di un grosso gatto o di un montone. Se aprite il palmo e vi annusate la mano, potete ancora sentire l'odore del pelo del vostro famiglio.

Gli animali, sì. Loro conoscono e vedono. Condividono con noi un segreto vecchio quanto il mondo: me lo ripeto ogni volta che, nelle serate di equinozio o di solstizio, il gatto mi chiede con insistenza di uscire e il cane fa avanti e indietro, inquieto, davanti alla porta d'ingresso.
La sentono camminare per la campagna, col suo strascico di polvere.
Quando posso La seguo. Quando ho troppo freddo (o troppa paura) mi limito ad ascoltarne i racconti.
A volte sono gli alberi a sussurrare in Sua vece. Altre volte è il fuoco, che al contempo mi ammonisce e aspetta sempre che io torni a casa - in ogni senso.
Altre ancora il Suo canto è nel vento, nella nebbia che attraverso la mattina, nel barbagianni che si solleva in volo di colpo, nella notte, illuminato dalla luce della mia torcia. Ascolto il suo grido, gli rispondo col silenzio.
Vado alla ricerca di segnali, di indizi, symbola: ogni volta che ne raccolgo uno, sul mio sentiero, si rafforzano la mia convinzione e la mia appartenenza, la mia testardaggine da melagrana.


Fotografia © Cristiano

martedì 23 dicembre 2008

Inverno - Parte II

Pochi giorni fa, una mia collega, parlando di un torto da lei stessa subìto e per il quale dovrà ricorrere a vie legali, ha detto: «Ho trovato un avvocato civilista bravissimo, specializzato nelle cause intentate dai soggetti più deboli, come le donne sole...».
Io non mi sono mai sentita un "soggetto debole"; né in passato, quando ero effettivamente sola, né oggi, che ho un compagno.
Non hai mai preteso di essere difesa da nessuno, perciò oggi non lo chiedo a *lui*.
Rivendico per me la testardaggine di tante donne, lontane nel tempo o nello spazio.
Rivendico la forza di quelle donne-streghe che a lungo hanno lottato, passando alla storia - oppure smarrendosi nell'oblio della memoria.

Oggi non è stata una bella giornata.
Nonostante la positività con cui avevo cominciato ad affrontare il freddo dell'inverno, questa mattina mi sono arrivate due brutte notizie - di quelle che tolgono il fiato.
Non starò a dilungarmi, non voglio assomigliare a un romanzo di Dickens: la parte dell'eroina lacrimevole non mi si addice.
Dico solo che potevo aspettarmelo: il periodo che va da Calenda alla Candelora ha sempre avuto per me un sapore nefasto.
E' come se le tenebre tentassero di soffocarmi: ogni anno la stessa sensazione di angoscia.
Devo affrontarla a muso duro, se voglio uscirne.

Ecco, allora, che quella forza tutta femminile, magica, stregonesca

(quella forza che ho sempre saputo di possedere e che, tutto sommato, è il lato buono del mio carattere bizzoso)

torna a essere utile - indispensabile per sopravvivere.

Non so essere diversa, non so essere altro che questo fascio di nervi pronto allo scatto.
Verso qualche lacrima, ma non mi dichiaro sconfitta. Non lo farò ancora per molti anni. Fino a quando non dirò, come oggi ha detto mio nonno: «Sono stanca di essere stanca».

Fino ad allora tenderò forte le mie mani e le braccia, per far diradare le tenebre; e riderò, canterò, farò ironia a voce alta, per rendere meno intollerabile il peso del silenzio.

E' una promessa.

sabato 6 dicembre 2008

Inverno - Parte I

- Inverno - Parte I

Sono molto stanca, in questo periodo. Le giornate brevi, la nebbia che sale fin dalle prime ore del mattino e che trasforma il paesaggio in un limbo, uscire di casa col buio e tornare che è ancora più buio - e freddo.
Sarà per questo che al mattino faccio sempre più fatica ad alzarmi e che la sera andrei volentieri a letto alle nove, se solo non dovessi preparare la cena e mangiare.
Sarà per questo che mi è sempre più difficile occuparmi delle mie passioni: la scrittura, lo studio, la gestione del sito e del blog...
Sono latitante e inaffidabile, me ne rendo conto; ma confido che andrà meglio con la bella stagione. Del resto, la primavera non ha mai deluso le mie aspettative.

(E ci penso spesso, in queste giornate di neve e di gelo, al sole d'aprile, alle colline assolate, al profumo dell'erba e della terra rigogliosa... Ci penso più di quanto sia ragionevole fare, rischiando di ammalarmi di nostalgia.)

Eppure...
Eppure sono grata, a questa stanchezza e a tutti gli impegni di lavoro cui sono costretta a tener fede (adesso, mi sono arrivati altri due contratti: uno per il biennio integrato e uno per l'apprendimento dell'italiano da parte di studenti extracomunitari: così, lavorerò anche il sabato mattina): perché in questo modo la mia mente è impegnata e non bada troppo al Generale Inverno e alla malinconia che ha sempre suscitato in me. Non ho tempo, per la tristezza. E va benissimo così.

E poi quest'anno mi sembra che vada decisamente meglio: questo sarà il primo Natale che io e *lui* trascorriamo insieme nella nostra casa e mi sono scoperta più serena di quanto non fossi in passato. Questa mattina ho persino acquistato alcune decorazioni per il nostro nuovo albero...
Decisamente insolito, da parte mia.