Edito da Magi Edizioni nella collana "Il bestiario psicologico", Il gatto e i suoi simboli, dell'analista junghiano Claudio Widmann, è un viaggio affascinante che intende esplorare (attraverso i secoli e per mezzo di determinate categorie) l'archetipo del gatto e, più in generale, della "felinità".
Partendo dagli antichi culti egizi di Bastet e di Sekhmet, Widmann passa in rassegna dapprima gli stereotipi riferiti al gatto (la sua tendenza alla separatività; i suoi contatti con il mondo "altro" o "infero"; la sua invereconda sensualità ecc.) e successivamente, in una trattazione più estesa, le reali peculiarità del gatto come archetipo e simbolo.
Il gatto viene presentato innanzi tutto come creatura che ha «natura intrinsecamente femminile» (si pensi a Bastet, a Freya... ma anche all'abusato nesso gatto/strega) e che con le donne intrattiene da molto tempo un rapporto stretto e biunivoco, che spesso mette in difficoltà l'uomo e la sua naturale tendenza al controllo, al dominio. I gatti, come le donne, si rivelano sfuggenti, capaci di slanci di assoluta abnegazione (l'istinto materno forte, potente, da far risalire alla Magna Mater), di estrema sensualità, di indifferenza e perfino di crudeltà: «[...] proprio la potenza dell'Anima desta nell'uomo il timore che il gatto, come la donna, non lo ubbidisca a sufficienza e non lo ami abbastanza».
Widmann si sofferma poi su un'altra caratteristica peculiare del gatto: quella di vivere costantemente in limine e di presentarsi dunque come un perfetto "guardiano di soglia". La sua capacità di adattarsi tanto alla vita domestica quanto a quella selvatica, il suo essere sonnolento durante il giorno e attivo durante la notte, il suo alternare momenti di vigilanza a momenti di sonno profondo... queste e molte altre qualità ci fanno comprendere come il gatto viva costantemente in limine e veicoli, perciò, la «possibilità di coltivare stati di coscienza abitualmente inaccessibili».
Non solo guardiano, comunque - e non sempre e solo una figura "d'Ombra". Anzi (come molti gattofili hanno sperimentato sovente in prima persona!), il gatto è anche (e soprattutto) soccorritore, iniziatore e guida: Widmann attinge dalla letteratura e dal folklore (dalla fiaba del Gatto con gli stivali all'usanza del Maneki Neko, passando attraverso leggende arabe e giapponesi) per illustrare i tratti simbolici più rassicuranti (e spesso più trascurati dall'immaginario collettivo) di questo animale misterioso e affascinante, che da millenni affianca la nostra esistenza in silenzio e con discrezione.
Claudio Widmann
Il gatto e i suoi simboli
Magi Edizioni
Roma, 2012
Pagg. 164
domenica 5 luglio 2015
venerdì 28 marzo 2014
Le celebrazioni del risveglio: le Antesterie
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| Testa di Dioniso - Grecia, I sec. a.C. |
Durante il primo giorno (chiamato Πιϑοιγία, Pithoigia) venivano aperti i grandi contenitori (pithoi) in cui era conservato il vino; nel secondo giorno (Χόες) si svolgevano gare tra bevitori; e, infine, a chiusura della festa (nel giorno detto dei Χύτροι, delle "marmitte"), si offrivano doni a Ermes ctonio, guida delle anime dei morti.
Si tratta di una celebrazione in limine, che consacra l'avvicendarsi della vita e della morte: se, infatti, le gare di bevute rimandano a un clima di spensierata gaiezza, è altresì vero che le Antesterie erano considerate un periodo infausto dalla popolazione ateniese: in quei giorni, tutte le porte dei templi cittadini venivano sbarrate e su di esse era spalmata della pece. Solo il Limnaion (dedicato a Dioniso) restava aperto e venivano celebrati i morti e le Chere, divinità femminili che simboleggiavano la fatalità della morte e il procedere inarrestabile del ciclo della vita. Le case venivano ornate con rami di biancospino, allo scopo di tenere lontane le anime irrequiete dei defunti.
Si preparavano inoltre delle cotture di cereali, che dovevano essere consumate prima del tramonto. Una volta sopraggiunta la notte, si recitava la frase: «Fuori, demoni: le Antesterie sono terminate!». La benevolenza di Ermes psicopompo, infatti, faceva sì che le anime dei morti, al termine della celebrazione, ritornassero nell'oltretomba - senza più arrecare disturbo ai vivi.
«"Coraggio, divo nocchiero, al mio cuore carissimo, / sono io Dioniso tonante che fece la madre / cadmeide Semele, nell'amore di Zeus congiunta." / Salve, figlio di Semele bel viso: non lice in alcun modo / di te comporre di nascosto il dolce canto» (Inno omerico a Dioniso I, nella traduzione di Cesare Pavese)
domenica 2 febbraio 2014
Suggestioni per la Candelora 2014
Quest'anno voglio procedere per immagini...
Ritengo infatti che questa Candelora (l'ultima - fra l'altro - che trascorro nella mia Vecchia Casa) sia particolarmente ricca di connessioni e rimandi. Delicati, a volte persino "pericolosi"; ma innegabili.
Ritengo infatti che questa Candelora (l'ultima - fra l'altro - che trascorro nella mia Vecchia Casa) sia particolarmente ricca di connessioni e rimandi. Delicati, a volte persino "pericolosi"; ma innegabili.
Un doveroso e lieto risveglio per tutt*... :)
lunedì 23 dicembre 2013
Saturnalia
Secondo la tradizione, dopo essere stato detronizzato dal figlio Giove, il dio Saturno fu relegato su un'isola, dove dimora eternamente addormentato, avvolto in bende di lino: quando si sveglierà e rinascerà, segnerà l'inizio di una nuova età e di un nuovo mondo.
Per questo motivo la statua del dio presente nel tempio ai piedi del Campidoglio era anch'essa avvolta in bende, che venivano sciolte e tagliate in occasione dei Saturnalia, festività invernali che si svolgevano a Roma nel periodo corrispondente ai giorni fra il 17 e il 24 dicembre.
"Sciogliere il dio" significava liberarne la forza antica - forza che è ambivalente, in quanto Saturno è il dio dell'ombra e della luce, della fine e dell'inizio.
Al pari di Giano, egli ha un volto duplice, che guarda al caos e al cosmo al tempo stesso.
Perciò i Saturnalia erano la festività "del rovesciamento", in cui l'ordine conosciuto era sovvertito, per lasciare spazio a una nuova dimensione comunitaria: gli schiavi erano temporaneamente liberati ("sciolti dai loro vincoli", esattamente come Saturno), ci si scambiavano doni, si festeggiava con grande euforia e veniva eletto un re-burla, come accadeva (secoli più tardi) nelle Feste dei Folli medievali.
Si attuava, insomma, un vero e proprio rovesciamento, una "vita carnevalesca" (per dirla con Bachtin) basata sull'abolizione dell'ordinamento gerarchico, la mescolanza dei valori e dei fenomeni e la profanazione (oscenità, scherzi volgari...).
Proprio in funzione di questa sua duplicità, il carnevalesco è ambivalente e rappresenta in un'unica occasione le facce opposte di un'unica medaglia. Per questo le festività dei Saturnalia, per quanto sfrenate e goliardiche, contengono una suggestione riflessiva: celebrando la vita, si rammenta la morte - alla quale si giunge attraverso i rituali dedicati al "dio nero" Saturno, in un kyklos destinato a ripetersi.
Per questo motivo la statua del dio presente nel tempio ai piedi del Campidoglio era anch'essa avvolta in bende, che venivano sciolte e tagliate in occasione dei Saturnalia, festività invernali che si svolgevano a Roma nel periodo corrispondente ai giorni fra il 17 e il 24 dicembre.
"Sciogliere il dio" significava liberarne la forza antica - forza che è ambivalente, in quanto Saturno è il dio dell'ombra e della luce, della fine e dell'inizio.
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| Rea porge a Crono una pietra fasciata, facendogli credere che si tratti del figlio Giove appena nato |
Perciò i Saturnalia erano la festività "del rovesciamento", in cui l'ordine conosciuto era sovvertito, per lasciare spazio a una nuova dimensione comunitaria: gli schiavi erano temporaneamente liberati ("sciolti dai loro vincoli", esattamente come Saturno), ci si scambiavano doni, si festeggiava con grande euforia e veniva eletto un re-burla, come accadeva (secoli più tardi) nelle Feste dei Folli medievali.
Si attuava, insomma, un vero e proprio rovesciamento, una "vita carnevalesca" (per dirla con Bachtin) basata sull'abolizione dell'ordinamento gerarchico, la mescolanza dei valori e dei fenomeni e la profanazione (oscenità, scherzi volgari...).
Proprio in funzione di questa sua duplicità, il carnevalesco è ambivalente e rappresenta in un'unica occasione le facce opposte di un'unica medaglia. Per questo le festività dei Saturnalia, per quanto sfrenate e goliardiche, contengono una suggestione riflessiva: celebrando la vita, si rammenta la morte - alla quale si giunge attraverso i rituali dedicati al "dio nero" Saturno, in un kyklos destinato a ripetersi.
«Il riso rituale era rivolto a qualcosa di superiore: si beffeggiava e rideva il sole (dio supremo), gli altri dei, il supremo potere terrestre, per costringerli a rinnovarsi e rigenerarsi. Tutte le forme di riso rituale erano legate alla morte e alla risurrezione, all'atto della riproduzione, ai simboli della forza produttiva. Il riso rituale reagiva alle crisi nella vita del sole [...], alle crisi nella vita della divinità, nella vita del mondo e dell'uomo (riso funebre). In esso la derisione si fondeva col giubilo.» (Michail Bachtin)
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| Saturnalia |
sabato 21 dicembre 2013
Verso il bianco: il Solstizio e le fiabe della consapevolezza
Sono giornate di luce e biancore: ogni mattina, la nebbia nella prima parte del tragitto che compio in macchina ogni giorno, per recarmi al lavoro; e poi il sole, che rompe il velo per ciò che rimane della strada.
Istintivamente, in questo periodo non faccio che pensare (meglio: sentire) il colore bianco.
Bianco di coltre (nevosa, fredda; e ancora... il bianco lattiginoso della nebbia... e quello purissimo della brina): tutto mi riporta al sonno, a quella delicatezza di cui ho parlato spesso e che tanto mi è cara.
Il bianco è, per eccellenza, lux in tenebris. Colore dei morti e, al contempo, della rinascita.
Un interessante studio di Simone Rambaldi, pubblicato su Grisendaonline nel 2001, propone all'attenzione del lettore alcune raffigurazioni romane dell'Oltretomba, rinvenute in un edificio sull'Esquilino (databili 50-40 a.C.), sulla tomba di Patron (I sec. a.C.) e sulla tomba degli Octavii (III sec. d.C.).
Si tratta di scene molto luminose (soprattutto la bellissima decorazione della tomba di Patron, la cui parte centrale era occupata dalla raffigurazione di un lussureggiante spazio naturale, abitato da piante e uccelli e pervaso da una luce rassicurante), che ci trasmettono l'immagine di una vita gioiosa nell'aldilà - almeno per coloro che in vita si sono comportati rettamente.
Lux in tenebris, appunto: anche nella "morte" del periodo solstiziale è possibile trovare la luce, la "ragione" che rende necessaria la nekya.
Compiamo un viaggio periglioso per crescere, per rinascere, per acquisire nuova consapevolezza.
Quest'anno, ho voluto concentrarmi sulle fiabe. Da Barbablù a Cappuccetto Rosso; da Vassilissa e la Baba Jaga a Rosabianca e Rosarossa... Si tratta di storie che raccontano un percorso difficile, capace di portare alla rigenerazione solo attraverso un cammino periglioso nella Terra dei Morti.
Cammina nel "bosco oscuro" facendosi luce con un teschio la coraggiosa Vassilissa, dopo aver ricevuto la sua iniziazione dalla Baba Jaga (e dopo aver ricevuto in dono una consapevolezza basata sulla "giusta misura" e sull'equilibrio); arriva a sanguinare la sposa di Barbablù (e «niente riusciva a fermare il sangue» che usciva dalla chiave), prima di ribellarsi dall'oppressione dello sposo-bestia che la minaccia: «Di consapevolezza... morirai»; e la Fanciulla senza braccia si veste di bianco (il colore dei morti) per affrontare un lungo e difficile vagabondaggio, che la condurrà alla rinascita.
Il significato di questa fase "declinante" del cammino ciclico dovrebbe essere proprio questo: scendere in un n(l)uminoso e bianco oltretomba, sostenere e comprendere la luce "dei morti" per risorgere a nuova vita quando sarà tempo.
Se devo essere sincera, questa è la prima volta che concepisco il Solstizio come una parentesi di luce (per quanto fredda essa possa essere...), anziché come un tragitto in osbcuro. Ne sono lieta, mi piace... (Ri)vedo il sole in fondo al sentiero, all'interno della mia casa - dove potrò infine ritrovarmi.
Istintivamente, in questo periodo non faccio che pensare (meglio: sentire) il colore bianco.
Bianco di coltre (nevosa, fredda; e ancora... il bianco lattiginoso della nebbia... e quello purissimo della brina): tutto mi riporta al sonno, a quella delicatezza di cui ho parlato spesso e che tanto mi è cara.
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| Ricostruzione della decorazione della tomba di Patron |
Un interessante studio di Simone Rambaldi, pubblicato su Grisendaonline nel 2001, propone all'attenzione del lettore alcune raffigurazioni romane dell'Oltretomba, rinvenute in un edificio sull'Esquilino (databili 50-40 a.C.), sulla tomba di Patron (I sec. a.C.) e sulla tomba degli Octavii (III sec. d.C.).
Si tratta di scene molto luminose (soprattutto la bellissima decorazione della tomba di Patron, la cui parte centrale era occupata dalla raffigurazione di un lussureggiante spazio naturale, abitato da piante e uccelli e pervaso da una luce rassicurante), che ci trasmettono l'immagine di una vita gioiosa nell'aldilà - almeno per coloro che in vita si sono comportati rettamente.
Lux in tenebris, appunto: anche nella "morte" del periodo solstiziale è possibile trovare la luce, la "ragione" che rende necessaria la nekya.
Compiamo un viaggio periglioso per crescere, per rinascere, per acquisire nuova consapevolezza.
Quest'anno, ho voluto concentrarmi sulle fiabe. Da Barbablù a Cappuccetto Rosso; da Vassilissa e la Baba Jaga a Rosabianca e Rosarossa... Si tratta di storie che raccontano un percorso difficile, capace di portare alla rigenerazione solo attraverso un cammino periglioso nella Terra dei Morti.
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| La fiaba di Barbablù illustrata da © Paolo Savelli |
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| Norvegia, casa con betulla Foto di © Orsa Isbjørn |
Se devo essere sincera, questa è la prima volta che concepisco il Solstizio come una parentesi di luce (per quanto fredda essa possa essere...), anziché come un tragitto in osbcuro. Ne sono lieta, mi piace... (Ri)vedo il sole in fondo al sentiero, all'interno della mia casa - dove potrò infine ritrovarmi.
mercoledì 30 ottobre 2013
La retta castigatrice: alla Baba Jaga e a Hine-nui-te-po
«Quale follia rovinò me infelice,
e te, Orfeo? Il fato avverso mi richiama indietro,
e te, Orfeo? Il fato avverso mi richiama indietro,
e il sonno della morte mi chiude gli occhi confusi.
E ora, addio: sono trascinata dentro la profonda notte,
E ora, addio: sono trascinata dentro la profonda notte,
e non più tua, tendo a te le mani inerti.»
(Virgilio, Georgiche, IV, 493-497)
Non bisogna avere paura di vedere; ma occorre possedere la consapevolezza che esistono diversi tipi di sguardo. Quello di Orfeo verso Euridice è uno sguardo impaziente; è un'occhiata inesperta, che arriva nel luogo e nel momento sbagliati. Guardare senza discernimento (a sproposito, diremmo) è pericoloso: oltre ad Orfeo, ce l'ha insegnato bene Perseo - a cui, non a caso, Atena insegna la saggezza attraverso lo specchio.
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| Dan Hiller |
Calenda ci invita a vedere con saggezza. E' il percorso disagevole (in obscuro) che dobbiamo intraprendere per risorgere ciclicamente a nuova vita - per ritornare al Sole. Non dobbiamo temere le vie più tortuose: spesso, sono le uniche in grado di salvarci.
Perciò, voglio dedicare la ricorrenza di quest'anno (per me così "ricco"!) alle Donne che hanno avuto la forza e il coraggio di aguzzare la vista - affinché sia di buon auspicio e per non dimenticare mai l'importanza dell'istinto, delle percezioni "da nulla", dei "piccoli" segnali.
Donne come Vassilissa, che senza troppi patemi si inoltra con la sua bambola (di nuovo lo sguardo "raddoppiato" - e dunque più forte - come nel mito di Medusa) nella foresta, a incontrare la Baba Jaga: strega temibile, certo; ma che, alla fine, lascerà libera Vassilissa proprio in virtù della sua saggezza.
Perciò, voglio dedicare la ricorrenza di quest'anno (per me così "ricco"!) alle Donne che hanno avuto la forza e il coraggio di aguzzare la vista - affinché sia di buon auspicio e per non dimenticare mai l'importanza dell'istinto, delle percezioni "da nulla", dei "piccoli" segnali.
Donne come Vassilissa, che senza troppi patemi si inoltra con la sua bambola (di nuovo lo sguardo "raddoppiato" - e dunque più forte - come nel mito di Medusa) nella foresta, a incontrare la Baba Jaga: strega temibile, certo; ma che, alla fine, lascerà libera Vassilissa proprio in virtù della sua saggezza.
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| Il sonno di Vassilissa: immagine di © Adrienne Segur |
O come Hine-nui-te-pō, dea "edipica" del pantheon maori, che, secondo la leggenda, divenne signora degli Inferi dopo aver scoperto (dopo anni di inconsapevolezza!) di aver sposato il proprio padre, Tane: la nuova conoscenza la conduce verso l'oscuro, ai sentieri bui che è necessario percorrere per esistere, nel vero senso della parola.
Mi piacciono queste divinità in limine: mai inutilmente crudeli, ma garanti di equilibrio, di armonia fra luce e ombra - madri e al contempo dispensatrici di giustizia, quando necessario. Più di qualsiasi altra immagine mi danno conforto e "centratura".
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| Hine-nui-te-pō, di © June Northcroft Grant |
Nello specifico, Hine è madre, madre dei morti e vagina dentata (ovvero retta castigatrice) e realizza alla perfezione quel ciclo di Vita/Morte/Vita che sta alla base del processo della nigredo. Il che la ricollega anche alla stessa Baba Jaga, a chiusura di un cerchio archetipico di morte-e-risurrezione del femminino: «Baba Jaga incute paura perché rappresenta il potere di annientamento e quello della forza vitale. Osservare la sua faccia significa vedere la vagina dentata, occhi di sangue, il neonato perfetto e le ali degli angeli, tutto insieme» (C. Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, p. 78).
sabato 19 ottobre 2013
Considerazioni sul buio
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| Immagine di © Amanda Clark |
Purtroppo, tutta questa positiva frenesia, questo "non saper smettere di ronzare" non trova corrispondenza in ciò che accade fuori - oltre la soglia di casa.
Stiamo vivendo tempi oscuri - tempi osceni, che non si traducono mai in pretesti «per una bella metafora, per una sorprendente analogia, per un paradossale contrasto» (G. Almansi, L'estetica dell'osceno).
[Nota a margine: oppure, forse, è proprio ciò che dovremmo fare? Trasformare l'osceno in poesia - e dunque in maghéia - per superare indenni questo periodo di tenebra, per rendere prolifico l'oscuro e salvarci?]
Sono osceni e basta.
Penso all'odio razziale (alimentato giorno dopo giorno dall'ignoranza di chi non legge, non sa e non conosce - da chi si lascia abbindolare da notizie false e tendenziose); penso alla violenza di genere (spudorata come non mai); penso alle recrudescenze naziste che hanno fatto bello sfoggio di sé in occasione della morte del macellaio Priebke...
Quanti altri esempi potremmo aggiungere?
Quella che si avvicina sarà una Calenda particolare. Dovremo essere attenti a compiere i passi giusti, ad ascoltare e raccogliere i segni. Dovremo aguzzare tutti i sensi (trasformandoci in animali selvatici) - per salvarci. Poco importa se, per farlo, dovremo distruggere, cancellare e allontanare da noi ciò che non ha più senso di esistere:
«La Madre della Creazione è sempre anche la Madre della Morte, e viceversa. Per via di questa natura duale, o duplice compito, il grande lavoro che ci aspetta è quello di imparare a comprendere quanto attorno a noi e su di noi e dentro di noi deve vivere, e che cosa deve morire. Il nostro lavoro consiste nell'apprendere il ritmo di entrambe le cose, consentire a ciò che deve morire di morire, e a ciò che deve vivere di vivere» (C. Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, p. 10).In questo periodo di con-fusione dobbiamo essere guerrieri e determinati: né le Norne né le Parche si sono mostrate clementi, ogni volta che il filo doveva essere reciso. Ebbene, noi dovremo fare altrettanto. Scendere a compromessi, accettare il silenzio, di questi tempi può voler dire perdersi definitivamente...
(1) Scritto all'inizio della scorsa primavera: molto tempo fa... Del resto, se ho abbandonato questo blog, è stato per potermi dedicare con maggiore energia al mio blog personale, sul quale ho iniziato a trattare temi inerenti al sessismo e alla violenza di genere: doveroso, vista la guerra spietata del patriarcato contro le donne!
mercoledì 6 marzo 2013
Children of the Sun: solarità e poiesi
«Tendono alla chiarità le cose oscure...» (E. Montale, Ossi di seppia)
Noi non sappiamo il futuro. Jodorowsky diceva che, nel momento stesso in cui fossimo capaci di vederlo, lo staremmo già modificando - o creando.
Non è compito nostro essere "divini": la pena maggiore, per chi si crede sempre vincente e incorruttibile (quante persone simili incontriamo nella nostra vita quotidiana?), è quella descritta da Primo Levi nel bellissimo racconto Angelica farfalla. Chiunque voglia trasformarsi in angelo, diventa un monstrum. Prodigioso, senz'altro, ma dis-torto.
A noi non resta che l'intuizione, il guizzo di luce, il baleno, la "chiarità a cui tendono le cose oscure", rivelandosi - ma per un attimo soltanto, e solo per indicarci la Via.
Per questo siamo nel Sole. E se non ci siamo, con tutte le nostre forze dovremmo tentare di tornare alla luce - disfandoci ora della terra, sollevando i nostri calcagni che per lungo tempo (per molti mesi - oppure per intere fasi della nostra esistenza) sono stati ben piantati nel fango, nella Regione d'Inverno.
L'equilibrio, dopotutto, altro non è che la gestione positiva dell'energhéia che, se mal indirizzata, assume le forme (discutibili) del relativismo o del fanatismo.
La poesia, in questo senso, ha un'importanza fondamentale:
«Oltre al significato grammaticale del linguaggio, ce n'è un altro, un significato magico, che è l'unico che ci interessa... Il poeta crea, fuori dal mondo esistente, il mondo che dovrebbe esistere... Il valore del linguaggio della poesia dipende direttamente dalla sua lontananza dal linguaggio parlato... Il linguaggio si trasforma in un cerimoniale di esorcismo e si presenta nel lucore della sua iniziale nudità, aliena da ogni abito convenzionale previamente stabilito... La poesia non è altro che l'ultimo orizzonte, che, a sua volta, è il crinale in cui gli estremi si toccano, dove non esiste né contraddizione né dubbio. [...] Nella sua voce c'è un incendio inestinguibile.» (Vincente Huidobro)
Ancora la parola poetica, ancora la po(i)esi. Sarà un caso, che entrambe ritornino in questi tempi di confusione ideologica, mentale... e anche linguistica? In quest'epoca in cui tutti sembrano aver paura di (auto)definirsi, desiderando sempre di essere "altro" rispetto a ciò che sono in realtà? L'attuale utilizzo disonesto del linguaggio (come lo definiva Steiner) non conduce alla "Luce", bensì "all'oscurità e alla pazzia": «Nessuna menzogna è troppo grossa per non essere espressa con accanimento. Se non riusciremo a restituire alle parole dei nostri giornali, delle nostre leggi e dei nostri atti politici una certa dose di chiarezza e di rigore di significato, la nostra vita si avvicinerà ancora di più al caos» (G. Steiner, Linguaggio e silenzio) e saremo destinati, letteralmente, a "morire di silenzio"...
mercoledì 23 gennaio 2013
La saggezza nel silenzio: Accabadora
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| Screeshot dal video di La fille damnée di C. Corbel. |
Non è mia intenzione ripetere qui quanto già scritto. Vorrei solo annotare, su queste pagine, il passaggio che ritengo più significativo per la comprensione dell'opera e chi si ricollega (meravigliosamente) con quanto sto sentendo/studiando/valutando in questo periodo a ridosso della Candelora...
«Vuoi giudicare del come senza capire il perché? Tu hai sempre fretta di emettere sentenze, Maria.»A mio avviso, però, la frase più bella di tutto il romanzo è quella, apparentemente insignificante, in cui si parla del lutto portato da Maria per la sua madre adottiva Bonaria: «Come le aveva insegnato Nonaria, Maria Listru Urrai indossò il lutto con discrezione». Le "madri" dovrebbero sempre insegnarci il valore del silenzio. E noi dovremmo sempre saperle ascoltare.
«Non sono io che ho fretta, anzi. Se le cose devono accadere, al momento giusto accadono da sole.»
La vecchia si tolse lo scialle bruscamente, lasciandolo cadere senza grazia sulla sedia. Gli occhi scuri fissarono Maria con una certa severa impazienza. [...]
«Accadono da sole...» mormorò, sorridendo senza alterigia. «Sei nata tu forse da sola, Maria? Sei uscita con le tue forze dal ventre di tua madre? O non sei nata con l'aiuto di qualcuno, come tutti i vivi?»
«Io ho sempre...» Maria accennò a replicare, ma Bonaria la fermò con un gesto imperioso della mano.
«Zitta, non sai cosa dici. Ti sei tagliata da sola il cordone? Non ti hanno forse lavata e allattata? Non sei nata e cresciuta due volte per grazia di altri, o sei così brava che hai fatto tutto da sola? [...] Altri hanno deciso per te allora, e altri decideranno quando servirà di farlo. Non c'è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada, Maria, e tu dovresti saperlo più di tutti. [...] Non mi si è mai aperto il ventre e Dio sa se lo avrei voluto, ma ho imparato da sola che ai figli bisogna dare lo schiaffo e la carezza, e il seno, e il vino della festa, e tutto quello che serve, quando gli serve. Anche io avevo la mia parte da fare, e l'ho fatta.»
«E quale parte era?»
«L'ultima. Io sono stata l'ultima madre che alcuni hanno visto.» (M. Murgia, Accabadora, p. 116-117)
mercoledì 16 gennaio 2013
Intermezzo-perché-sì
Grazie perché sono nata proprio quel giorno.
Grazie per la "torre" in cui posso sempre rinchiudermi, allontanandomi dalle brutture del mondo.
Grazie per i miei dubbi e per tutto ciò che ancora non conosco e che ho da scoprire.
Grazie per il mio Amore.
Grazie per la campagna in cui vivo.
Grazie perché sono proprio così - e non diversa.
Grazie per le mie parole.
Grazie per la voglia di ridere.
Grazie per i fiori di digitale e per lo stramonio che cresce abbondante nel mio giardino.
Grazie per tutti coloro che mi amano e che sanno esserci con discrezione.
Grazie per la discrezione stessa.
Grazie per ciò che (non) sono.
Grazie per la ciclicità di questi anni.
Grazie per il percorso che - fino a qui - ho saputo compiere da sola.
Ora si prosegue.
martedì 8 gennaio 2013
Che cos'è, dunque, la perfezione?
«La perfezione è terribile, non può avere figli», scriveva Sylvia Plath, sintentizzando con parole lucide e dolorose l'accezione negativa del termine.
Anche a me piace poco la parola "perfezione": mi rievoca una sterilità angelica, un'anoressica tensione al corpo immacolato, l'infelicità profonda di chi aspira al cielo (come dimenticare Angelica farfalla di Primo Levi?).
Non credo affatto all'adamantina perfezione di chi:
- si spaccia per "maestro", senza neppure rendersi conto di stare annaspando lungo il proprio cammino;
- si incolla sul volto maschere create ad hoc (la Dura e la Perennemente-Incazzata; l'Assolutamente-Coerente-con-i-propri-Princìpi; e, per contro, la Fata Buona e la Principessa-Senza-Macchia);
- chi è pronto ad aggredire e (quel che è peggio) a giudicare e non spreca tempo a com-prendere;
- chi coltiva in casa la malinconia e, per sopportarla, passa al setaccio le esistenze altrui.
Questa perfezione è pericolosa per chiunque - figurarsi per chi ha intrapreso il sentiero della maghéia, della fìsica... Perché streghe e masche sono da sempre le imperfette per eccellenza: sono coloro che zoppicano, coloro che non vedono e che vivono ai margini, in limine... A volte peregrine tenaci nel mondo concreto, "reale", e a volte disperse nell'Oltre - al di là del velo.
Non per ripetermi, ma ci troviamo di nuovo ad affrontare il discorso del viaggio attraverso le acque morte. Viaggio che ciclicamente ci si ripropone e che linearmente, di fatto, occupa tutta la durata della nostra vita terrena.
Le donne, in teoria, dovrebbero essere maestre nell'arte dell'im-perfezione:
«Avrebbero voluto catturarla e fargliela pagare, ma per legare una donna lupo ci vuole una catena fatta con rumore di passo di gatto, barba di bambino, respiro di pesce e latte d'uccello» (L. Pariani, La valle delle donne lupo, p. 184).Purtroppo, non tutte le donne sono donne-lupo e per questo, molte di noi scelgono di piegare il capo di fronte al potere maschile, di indossare la maschera per compiacere, per omologarsi, per raggiungere la perfezione - ingannevole, sterile, infida. Ambiscono a diventare senza macchia per affermarsi in un mondo che le vuole spose e angeli del focolare; oppure, al contrario, virago sempre e comunque combattive - o, meglio, incattivite.
«[...] lingua sciolta è all'uso delle beghine; l'uomo nelle situazioni difficili più risparmia la lingua e meglio avanza verso il suo scopo. Chiaro che lo diceva perché era maschio; agli uomini non piace se le donne parlano; epperciò loro tiran fuori sempre sentenze dei seculòrum per convincere le donne a tacere» (p. 186).Taci e abbassa il capo di fronte a chi è più forte di te. A chi conosce l'arte del sopruso, del bavaglio, della calunnia e dell'infliggere dolore. Di fronte ai "maschi" (che poi, s'intende, non sono tutti uguali...) e al potere costituito: la Chiesa, ad esempio - che nei secoli ha soffocato tra fuoco e fiamme chiunque scegliesse di intraprendere quello che ormai mi piace chiamare "il sentiero degli zoppi".
Ebbene, a questo tipo di potere e alla mancata realizzazione di (molte, purtroppo!) persone che credono di trovare la felicità indossando costumi di cartapesta, io ho capito di preferire la perfetta imperfezione di chi ha imparato a convivere coi propri difetti, senza lasciarsi mai sconfiggere da questi ultimi; di chi sa ascoltare nell'oscurità per poi risplendere con maggiore fulgore nella luce; di chi "sa di non sapere"; di chi non si preoccupa troppo di ergersi a inquisitore ma, piuttosto, considera con un sorriso le miserie altrui e prosegue sulla propria strada - perché sa che la meta è lontana, il cammino è arduo e tortuoso e non c'è tempo da perdere in chiacchiere.
venerdì 4 gennaio 2013
Il cammino imperfetto
Ovvero il tempo dell'airone
La ruota gira e questo per me è il tempo dell'airone.
Nella zona dove vivo ce ne sono davvero tanti, compagni silenziosi delle mie giornate. Li vedo dalla finestra dello studio, passo accanto a loro durante le mie passeggiate fra i campi... Ricordo che un pomeriggio il mio caro Mickey ebbe uno scontro con uno di loro: il mio piccolo cane rosso si era fatto sotto abbaiando e l'airone, dopo essersi levato in volo, aveva iniziato a volare minacciosamente in tondo sulla testa di Mickey, tanto da costringermi ad avvicinarmi velocemente, battendo le mani e facendo un gran chiasso. Solo a quel punto l'uccello infastidito si era allontanato.
Andando a spulciare tra i miei quadernetti (dove appunto informazioni ed intuizioni), noto che in passato lo avevo definito "l'esploratore". Non c'è altro. Ho scritto solo "l'esploratore", senza indicare da chi o da che cosa mi fosse stata ispirata quella definizione. Forse da nulla.
L'airone, del resto, è un animale che vive in limine (si pensi alla sua predilezione per le zone palustri, per le risaie, dove la terra si congiunge col cielo ed è come se i confini venirssero meno - anche se per un periodo di tempo limitato; per dirla con De Martino, è un po' come se l'airone vivesse in una sorta di mundus dei giorni nostri...), tanto che nell'antico Egitto era identificato con Bennu, l'uccello sacro - con la Fenice. E quale animale può meglio svolgere il ruolo di "camminatore" attraverso le acque morte se non l'airone, che vive per gran parte della sua esistenza immerso nelle acque immobili? E' una Fenice perfetta, che ci conduce attraverso la morte nell'acqua, piuttosto che attraverso il fuoco, lungo lo svolgersi di un cammino imperfetto.
Cammino che è imperfetto anche fisicamente, come già si erano accorti gli antichi, a causa dell'andatura apparentemente claudicante dell'airone (e delle garzette, delle nitticore ecc. ecc.).
Carlo Ginzburg, nella sua bellissima Storia notturna, indica queste "imperfezioni" (nel mondo animale e in quello umano) come segni distintivi importanti:
Dopotutto, il cammino attraverso le acque morte non è un viaggio facile: è il Cammino dei Folli...
La ruota gira e questo per me è il tempo dell'airone.
Nella zona dove vivo ce ne sono davvero tanti, compagni silenziosi delle mie giornate. Li vedo dalla finestra dello studio, passo accanto a loro durante le mie passeggiate fra i campi... Ricordo che un pomeriggio il mio caro Mickey ebbe uno scontro con uno di loro: il mio piccolo cane rosso si era fatto sotto abbaiando e l'airone, dopo essersi levato in volo, aveva iniziato a volare minacciosamente in tondo sulla testa di Mickey, tanto da costringermi ad avvicinarmi velocemente, battendo le mani e facendo un gran chiasso. Solo a quel punto l'uccello infastidito si era allontanato.
Andando a spulciare tra i miei quadernetti (dove appunto informazioni ed intuizioni), noto che in passato lo avevo definito "l'esploratore". Non c'è altro. Ho scritto solo "l'esploratore", senza indicare da chi o da che cosa mi fosse stata ispirata quella definizione. Forse da nulla.
L'airone, del resto, è un animale che vive in limine (si pensi alla sua predilezione per le zone palustri, per le risaie, dove la terra si congiunge col cielo ed è come se i confini venirssero meno - anche se per un periodo di tempo limitato; per dirla con De Martino, è un po' come se l'airone vivesse in una sorta di mundus dei giorni nostri...), tanto che nell'antico Egitto era identificato con Bennu, l'uccello sacro - con la Fenice. E quale animale può meglio svolgere il ruolo di "camminatore" attraverso le acque morte se non l'airone, che vive per gran parte della sua esistenza immerso nelle acque immobili? E' una Fenice perfetta, che ci conduce attraverso la morte nell'acqua, piuttosto che attraverso il fuoco, lungo lo svolgersi di un cammino imperfetto.
| Le "acque morte" della mia zona. Foto di © Cristiano Villa. |
Carlo Ginzburg, nella sua bellissima Storia notturna, indica queste "imperfezioni" (nel mondo animale e in quello umano) come segni distintivi importanti:
«In una società di vivi, i morti possono essere impersonati soltanto da coloro che sono inseriti imperfettamente nel corpo sociale».E quale modo migliore, per scovare gli "imperfetti" (coloro che sono destinati ad "avere a che fare coi morti" e, attraverso di essi, se avranno ben lavorato, giungere alla purificazione), se non andare a caccia di segni? Dai marchi di Satana alla cecità dei poeti-veggenti, di Cecolo, di Tiresia; passando per la zoppìa di Edipo, di Vulcano, degli uccelli di palude (appunto). E' il passo di Yu.
Dopotutto, il cammino attraverso le acque morte non è un viaggio facile: è il Cammino dei Folli...
giovedì 20 dicembre 2012
Per aspera ad astra
C'è sempre troppo rumore. DETESTO lo strepito, chi parla a voce troppo alta, chi si agita senza motivo, chi è sempre pronto a dire la propria su qualsiasi argomento, anche senza averne competenza né esperienza.
In questo periodo, poi, ci si mettono pure le profezie millenaristiche, ad aumentare il frastuono.
E dire che ci troviamo sotto la reggenza del Viaggio, del Percorso e della Scoperta - e mai come ora dovremmo badare a "dove mettiamo i piedi", a essere con-centrati sul nostro modo di essere nel Mondo e per il Mondo!
In verità noi tutti dovremmo (il condizionale è d'obbligo) avere coscienza di andare incontro ogni anno a un ciclo completo di morte e di risurrezione (per gli antichi romani il mundus era la fossa che fungeva da collegamento con l'Oltre-mondo e che veniva aperta tre volte l'anno, per permettere alle due realtà di entrare in contatto e di completarsi a vicenda, contribuendo alla formazione di un sensus universale). Al contrario, non solo la maggior parte delle persone (la Rowling, nel suo universo magico naïf, non aveva poi tutti i torti a chiamarli "Babbani"!) non ha la benché minima coscienza del Sé, del cosmo e del caos in cui si trova (suo malgrado?) immersa; ma, ultimamente, sembra afflitta da un vero e proprio "delirio di fine del mondo". Lo stesso che De Martino individuava (nel bellissimo saggio La fine del mondo, edito da Einaudi) come stato psicopatologico e che anche in psichiatria mostrava di possedere due diverse accezioni:
a) aprendosi come passaggio al nuovo (oggi: movimento della decrescita, rivoluzione dei consumi, autoproduzione ecc.)
b) involvendo verso la percezione di un (auto)annientamento (oggi: distruzione della terra nelle sue molteplici forme, mancanza di empatia, marcato e diffuso specismo ecc.)
Credo che sia inutile richiamare alla memoria di chi sta leggendo i numerosi problemi sociali, economici, culturali a cui stiamo andando incontro da ormai parecchi mesi. Ci troviamo di fronte a una sorta di "schizofrenia" collettiva o ci troviamo davvero di fronte a una catastrofe imminente?
Con molta semplicità (dato che non credo molto nelle baggianate da veggenti di celluloide!), credo che collettivamente dovrem(m)o affrontare un (lungo?) percorso attraverso la marcescenza, attraverso le "acque morte", prima di ritornare alla luce. Per aspera ad astra. E non sarà (o non dovrebbe essere!) un percorso per pochi eletti, ma un Cammino collettivo.
Di fatto, dubito che accadrà; ma mi piace immaginarlo. Concedetemi qualche immaginaria soddisfazione.
«Una guardarobiera di 52 anni: quattordici giorni prima che fosse condotta in ospedale, essa aveva di notte lasciato una lampada sempre accesa, poiché si sentiva angosciata. Nella notte di San Silvestro la sua angoscia era stata particolarmente intensa, in quanto la ragazza aveva detto che fra Natale e Capodanno il mondo sarebbe sprofondato. Il giorno successivo aveva lavorato come guardarobiera. Uscita per strada, era così buio, nessuna stella brillava, nessuna campana suonava. Fu assalita dall'angoscia che il mondo sarebbe andato in rovina. Verso le otto si recò in chiesa, ma errò a lungo per le strade, e suonò "alle case dei ricchi". Le case erano immerse nelle tenebre. Dopo aver suonato, qua e là apparve una luce alle finestre: contemporaneamente le stelle l'una dopo l'altra tornarono a splendere, e anche la luna. Ne fu contenta, pensando che il mondo non sarebbe crollato. Continuò a correre: "Ero come trasportata da una corrente, ero stanca morta e tuttavia dovevo sempre correre".» (E. De Martino, La fine del mondo, p. 35)Per quel che mi riguarda, ho scelto la strada della leggerezza che poi tanto "leggera" non è; una leggerezza "calviniana" capace di dare buoni frutti, insomma... In attesa e con rispetto, alla Nuova Luce.
mercoledì 17 ottobre 2012
In limine (primi passi)
Siamo di nuovo in Cammino - e ancora una volta stiamo per varcare la Soglia. Il ciclo che si ripete, che ci chiama.
I segnali (come sempre) ci sono - e sono inequivocabili.
A me non interessa essere "Maestra", presentarmi come l'iniziata di chissà quale via misterica, essere invidiata, temuta, riverita o anche solo chiacchierata. Lascio ad altri (sicuramente molto meno occupati di me, nella vita quotidiana!) questo sfiancante mestiere.
Io sono l'Ammalia-api, la Collezionista di Sassi. Tutto qui.
Di ogni ciottolo conosco il colore e leggo la storia. Con tutte le storie, infine, tesso una tela. Credetemi: non c'è davvero nient'altro.
Il mio nuovo famiglio è arrivato con l'Equinozio d'autunno. "Perso" e poi ritrovato, non a caso tra il ventuno e il ventidue settembre scorsi. In realtà, fu lui a cercare me, nella canicola d'agosto (preludio di morte... nel caldo estivo sperimentiamo la prima marcescenza...). I gatti, si sa, non sbagliano mai.
E' un animale malato, ma molto forte. Magrissimo, eppure inattaccabile - nonostante tutto quello che ha subìto: i due successivi abbandoni, il passaggio da una struttura d'accoglienza all'altra, il ricovero in clinica (e in gabbia!) per più giorni... Al momento, non saprei davvero indicare una creatura a me vicina che sia più "in limine" di lui. La sua tenacia, la sua straordinaria capacità di recupero lasciano ben sperare - sembra che questa nuova discesa sia cominciata sotto una buona stella.
(Chi vuole raccogliere ciottoli insieme a me?)
I segnali (come sempre) ci sono - e sono inequivocabili.
A me non interessa essere "Maestra", presentarmi come l'iniziata di chissà quale via misterica, essere invidiata, temuta, riverita o anche solo chiacchierata. Lascio ad altri (sicuramente molto meno occupati di me, nella vita quotidiana!) questo sfiancante mestiere.
Io sono l'Ammalia-api, la Collezionista di Sassi. Tutto qui.
Di ogni ciottolo conosco il colore e leggo la storia. Con tutte le storie, infine, tesso una tela. Credetemi: non c'è davvero nient'altro.
Il mio nuovo famiglio è arrivato con l'Equinozio d'autunno. "Perso" e poi ritrovato, non a caso tra il ventuno e il ventidue settembre scorsi. In realtà, fu lui a cercare me, nella canicola d'agosto (preludio di morte... nel caldo estivo sperimentiamo la prima marcescenza...). I gatti, si sa, non sbagliano mai.
E' un animale malato, ma molto forte. Magrissimo, eppure inattaccabile - nonostante tutto quello che ha subìto: i due successivi abbandoni, il passaggio da una struttura d'accoglienza all'altra, il ricovero in clinica (e in gabbia!) per più giorni... Al momento, non saprei davvero indicare una creatura a me vicina che sia più "in limine" di lui. La sua tenacia, la sua straordinaria capacità di recupero lasciano ben sperare - sembra che questa nuova discesa sia cominciata sotto una buona stella.
(Chi vuole raccogliere ciottoli insieme a me?)
mercoledì 26 settembre 2012
Nuovo Autunno
Ci sono momenti in cui bisogna andare e altri in cui è necessario ritornare. Come con molte delle mie cose personali, anche con il Cammino intrattengo un rapporto ondivago - e questo già si sa.
Ma, a volte, è opportuno allontanarsi semplicemente per mettere un freno all'altrui ingerenza. Il che non significa avere paura degli altri, bensì avere la forza di fermare lo sterile chiacchiericcio, prendendo le distanze da futili questioncelle.
Mi è sembrato giusto ritornare a ridosso nel Nuovo Autunno - e di farlo con rinnovato amore per l'Ordine. Ne abbiamo bisogno. Tutti quanti.
Ma, a volte, è opportuno allontanarsi semplicemente per mettere un freno all'altrui ingerenza. Il che non significa avere paura degli altri, bensì avere la forza di fermare lo sterile chiacchiericcio, prendendo le distanze da futili questioncelle.
Mi è sembrato giusto ritornare a ridosso nel Nuovo Autunno - e di farlo con rinnovato amore per l'Ordine. Ne abbiamo bisogno. Tutti quanti.
venerdì 30 marzo 2012
"Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo..."
Quella che stiamo vivendo è una strana primavera. Una primavera "come non dovrebbe", allo stesso modo in cui era apparsa insolita l'ondata di freddo intorno a Candelora: in quei giorni aveva fatto decisamente troppo freddo; ora fa troppo caldo - e tutto (la natura, gli animali, i comportamenti delle persone) è permeato da un'insolita frenesia. Una frenesia sterile, oserei dire.
Non è (solo) una questione di temperature: come al solito parlo di consapevolezze, di "centrature", della capacità di "vedere" - sia a livello individuale sia a livello globale. Ogni effetto sul piano concreto (anche il più banale) ha sempre un rimando ai piani più alti e sottili.
Non a caso nel post precedente avevo parlato della necessità di rispettare la delicatezza del Risveglio. In realtà, credo che abbiamo fatto troppo chiasso. Pensateci: quante persone intorno a voi hanno strepitato per cose da nulla, mettendo in atto comportamenti sbagliati e potenzialmente pericolosi? Quanto al clima sociale che stiamo respirando... quest'ultimo credo che si commenti da sé.
Rabbia e malcontento sono evidenti da un lato - insieme a una manifesta incapacità (cecità) di adeguarsi ai cambiamenti, di scegliere nuove strade, che siano realmente alternative; d'altro canto, un'ondata spiacevole di sottile e malcelata repressione: il tentativo, da parte dei poteri forti, di chiudere la bocca alle folle con metodi fascistoidi, di eliminare l'opposizione di chiunque dimostri di possedere un cervello e di saperlo usare.
Non era esattamente questo che intendevo, quando parlavo di "fase di risalita" e della conseguente purificazione!
Ormai, comunque, il dado è tratto e non ci rimane che vivere il nostro tempo con la maggiore consapevolezza possibile - cercando di avere sempre ben presente la rotta da seguire...
Personalmente ho scelto come animale-guida per questa stagione bizzarra (o, meglio, è stato lui a scegliere me!) il pavone, manifestatosi (quasi di soppiatto) appena qualche giorno fa...
Il pavone
Nella mitologia greca e romana, il pavone era sacro a Hera, sulla cui coda volle applicare gli occhi di Argo, il fedele mostro guardiano che aveva custodito Io per conto della dea e che era stato in seguito ucciso da Hermes.
Non è (solo) una questione di temperature: come al solito parlo di consapevolezze, di "centrature", della capacità di "vedere" - sia a livello individuale sia a livello globale. Ogni effetto sul piano concreto (anche il più banale) ha sempre un rimando ai piani più alti e sottili.
Non a caso nel post precedente avevo parlato della necessità di rispettare la delicatezza del Risveglio. In realtà, credo che abbiamo fatto troppo chiasso. Pensateci: quante persone intorno a voi hanno strepitato per cose da nulla, mettendo in atto comportamenti sbagliati e potenzialmente pericolosi? Quanto al clima sociale che stiamo respirando... quest'ultimo credo che si commenti da sé.
Rabbia e malcontento sono evidenti da un lato - insieme a una manifesta incapacità (cecità) di adeguarsi ai cambiamenti, di scegliere nuove strade, che siano realmente alternative; d'altro canto, un'ondata spiacevole di sottile e malcelata repressione: il tentativo, da parte dei poteri forti, di chiudere la bocca alle folle con metodi fascistoidi, di eliminare l'opposizione di chiunque dimostri di possedere un cervello e di saperlo usare.
Non era esattamente questo che intendevo, quando parlavo di "fase di risalita" e della conseguente purificazione!
Ormai, comunque, il dado è tratto e non ci rimane che vivere il nostro tempo con la maggiore consapevolezza possibile - cercando di avere sempre ben presente la rotta da seguire...
Personalmente ho scelto come animale-guida per questa stagione bizzarra (o, meglio, è stato lui a scegliere me!) il pavone, manifestatosi (quasi di soppiatto) appena qualche giorno fa...
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| Pavoni sulla strada di casa... |
Nella mitologia greca e romana, il pavone era sacro a Hera, sulla cui coda volle applicare gli occhi di Argo, il fedele mostro guardiano che aveva custodito Io per conto della dea e che era stato in seguito ucciso da Hermes.
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| La morte di Argo (460 a.C.) |
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| Diego Velaszquez, Mercurio e Argo (1659) |
Di nuovo il tema dello sguardo divino, dunque, che diviene metafora di risurrezione e di ciclicità; a tale proposito, agli antichi non doveva essere sfuggito che il pavone perde le piume della coda ad ogni autunno, per rimetterle in primavera...
In India, il pavone (grazie alla sua splendida e perfetta "ruota") era un animale solare (simbolo teriomorfo legato al regime diurno dell'immagine, per dirla con Durand) e nel buddismo inneggiava (raffigurato com'era con un serpente nel becco) alla vittoria della luce sulle tenebre.
Nella tradizione esoterica, grazie alla gamma dei suoi colori, è considerato emblema di pienezza e completezza, di totalità; mentre nell'islam la coda del pavone è vista come simbolo dell'universo o, in alcuni casi, della luna piena.
Solo in un secondo momento i bestiari medievali indicarono questo animale quale metafora della superbia e dell'arroganza, a causa della bellezza sfarzosa del suo piumaggio.
Per quel che mi riguarda, voglio vedere l'apparizione (fisica, reale!) del pavone sul mio sentiero come un segnale positivo a dispetto di tutto: del chiasso, del mancanza di armonia, di questo strepito che non comprendo e non mi appartiene...
Mi riservo di ritornare - se opportuno - su questo argomento: i simboli vanno "ascoltati" nella pienezza delle loro parole appena sussurrate.
«Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo:
- è così grande da stare fra due mani,
così difficile che per descriverlo basta un sorriso,
strano come l'eco di antiche verità nella preghiera.»
(W. Szymborska, senza titolo del 1945, da Raccolta non pubblicata)
In India, il pavone (grazie alla sua splendida e perfetta "ruota") era un animale solare (simbolo teriomorfo legato al regime diurno dell'immagine, per dirla con Durand) e nel buddismo inneggiava (raffigurato com'era con un serpente nel becco) alla vittoria della luce sulle tenebre.
Nella tradizione esoterica, grazie alla gamma dei suoi colori, è considerato emblema di pienezza e completezza, di totalità; mentre nell'islam la coda del pavone è vista come simbolo dell'universo o, in alcuni casi, della luna piena.
Solo in un secondo momento i bestiari medievali indicarono questo animale quale metafora della superbia e dell'arroganza, a causa della bellezza sfarzosa del suo piumaggio.
Per quel che mi riguarda, voglio vedere l'apparizione (fisica, reale!) del pavone sul mio sentiero come un segnale positivo a dispetto di tutto: del chiasso, del mancanza di armonia, di questo strepito che non comprendo e non mi appartiene...
Mi riservo di ritornare - se opportuno - su questo argomento: i simboli vanno "ascoltati" nella pienezza delle loro parole appena sussurrate.
«Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo:
- è così grande da stare fra due mani,
così difficile che per descriverlo basta un sorriso,
strano come l'eco di antiche verità nella preghiera.»
(W. Szymborska, senza titolo del 1945, da Raccolta non pubblicata)
mercoledì 29 febbraio 2012
Del risveglio. E del silenzio...
Avete mai visto una Bella Addormentata svegliata di soprassalto? O Biancaneve destata dal berciare di folle inferocite, di donne volgari, di personaggi dalla dubbia moralità? Per carità.
Le fiabe, come sempre, trasmettono verità profonde - senza dar l'impressione di volerci fare la ramanzina.
Potrei scomodare Propp, su questo argomento. E invece (data la modestia di queste paginette virtuali) preferisco andare per immagini e suggestioni.
Ci stiamo avvicinando al Risveglio a passi da gigante (da gigantessa, sarebbe meglio dire...): le temperature che si alzano, il sole che si fa sempre più caldo, la terra che si risveglia. E' ora di seminare, di preparare orti e giardini. I gatti si fanno giorno dopo giorno meno indolenti: vogliono uscire, tornare ad esplorare il territorio... Segnali esteriori di una rinascita che viene dal profondo, ctonia e inarrestabile. Senza di essa, il sonno sarebbe eterno e si entrerebbe nella dimensione ou-topica del "Falciatore".
E invece no: ci si ri-genera, si riprende il Cammino nel sole, nella frenesia dei preparativi necessari per il ritorno alla Vita, dopo la parentesi d'acqua e di oscuro.
A patto, naturalmente, che si sia ben lavorato (prova ne saranno le nostre esistenze!) - e che ben si intenda il valore del Risveglio.
Molte persone (che non hanno intrapreso un determinato Cammino) considerano il periodo che precede l'Equinozio semplicemente come una fase di frenesia vegetativa e metabolica - e, ahinoi!, lo stesso fanno anche coloro che dovrebbero una maggiore consapevolezza in materia...
Ogni anno, infatti, mi meraviglio della "faciloneria" con cui viene affrontata la "fase di risalita": come se il Risveglio non avesse bisogno di delicatezza, di consapevolezza e di una precedente purificazione (nelle fiabe spesso rappresentata simbolicamente dal viaggio dell'eroe nelle regioni del buio). Il ritorno alla luce non può prescindere dalla fase di nigredo. E guardarsi allo specchio, si sa, non è facile per nessuno.
Per quel che mi riguarda, preferisco (in queste settimane come non mai!) la via del Silenzio, che contrappone la parola (spesso ridondante, superflua; appannaggio di un sistema oppressivo maschile) alla Parola magica.
A tale proposito, ritengo interessanti alcuni passaggi del bellissimo romanzo di Laura Pariani La valle delle donne lupo.
A voi commenti e riflessioni. Io preferisco non aggiungere altro.
Le fiabe, come sempre, trasmettono verità profonde - senza dar l'impressione di volerci fare la ramanzina.
Potrei scomodare Propp, su questo argomento. E invece (data la modestia di queste paginette virtuali) preferisco andare per immagini e suggestioni.
Ci stiamo avvicinando al Risveglio a passi da gigante (da gigantessa, sarebbe meglio dire...): le temperature che si alzano, il sole che si fa sempre più caldo, la terra che si risveglia. E' ora di seminare, di preparare orti e giardini. I gatti si fanno giorno dopo giorno meno indolenti: vogliono uscire, tornare ad esplorare il territorio... Segnali esteriori di una rinascita che viene dal profondo, ctonia e inarrestabile. Senza di essa, il sonno sarebbe eterno e si entrerebbe nella dimensione ou-topica del "Falciatore".
E invece no: ci si ri-genera, si riprende il Cammino nel sole, nella frenesia dei preparativi necessari per il ritorno alla Vita, dopo la parentesi d'acqua e di oscuro.
A patto, naturalmente, che si sia ben lavorato (prova ne saranno le nostre esistenze!) - e che ben si intenda il valore del Risveglio.
Molte persone (che non hanno intrapreso un determinato Cammino) considerano il periodo che precede l'Equinozio semplicemente come una fase di frenesia vegetativa e metabolica - e, ahinoi!, lo stesso fanno anche coloro che dovrebbero una maggiore consapevolezza in materia...
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| Sotto il segno dell'(umana) arroganza e della mancanza di consapevolezza, un risveglio può risultare spiacevole... |
Per quel che mi riguarda, preferisco (in queste settimane come non mai!) la via del Silenzio, che contrappone la parola (spesso ridondante, superflua; appannaggio di un sistema oppressivo maschile) alla Parola magica.
A tale proposito, ritengo interessanti alcuni passaggi del bellissimo romanzo di Laura Pariani La valle delle donne lupo.
«Però adesso basta. Ha parlato troppo. Il mondo è avvelenato dalle parole. Le parole sono una trappola. Si comincia a morire attraverso la bocca, come i pesci, diceva sopà: era uno che parlava poco, diceva che lingua sciolta è all'uso delle beghine; che l'uomo nelle situazioni difficili più risparmia la lingua e meglio avanza verso il suo scopo. Chiaro che lo diceva perché era maschio: agli uomini non piace se le donne parlano; epperciò loro tiran fuori sempre sentenze dei seculòrum per convincere le donne a tacere. [Lara!] A parte questo, lei è convinta che, efforse sì, bisognerebbe trovare un altro modo di esprimersi, un nuovo linguaggio in cui si possa comunicare con leggerissimi segni, come gli animali. Ci rendiamo conto di come le bestie sono libere senza il nostro armamentario di paroloni grdiati a voce scannarozzata?» (Laura Pariani, La valle delle donne lupo, p. 186)Al cattivo uso della parola assistiamo tutti i giorni: nei talk show televisivi, nelle chiacchiere sui social network, sulle polemiche (sterili, inutili) portate avanti da noi stessi, amici, conoscenti, familiari... Viceversa, la Parola magica, per esprimersi, ha bisogno di un codice tutto suo, fatto di silenzio e di parole confuse, masticate e rimasticate, rese incomprensibili per il resto del mondo: le distrazioni non sono ammesse.
«Ché ogni forza sta nella lingua, nella parola ben masticata nella testa, la sciura non lo sapeva? Naturalmente lei sta pensando della parola di preghiera, giusta e pesata, non del purparlé che fa solo schiuma di bocca.» (p. 113)Distrazioni e clamore non sono ammessi: il rumore inutile è blasfemo... Ed esiste forse clamore più stupido e dannoso di quello provocato da ruspe e lacrimogeni in Val Susa?
A voi commenti e riflessioni. Io preferisco non aggiungere altro.
venerdì 24 febbraio 2012
Della conclusione del Cammino invernale - Parte II
♦ II parte: maschere e risvegli ♦
I parte
Dalle radici pre-cristiane del "nostro" Carnevale al symbolum della maschera il passo è breve...
Ovvio che in questo post non pretendo di scrivere un trattato accademico sul simbolismo di questo complesso periodo. Non è davvero il mio intento né sarebbe questa la sede più opportuna...
Tuttavia il fil rouge che unisce queste suggestioni attraverso il tempo e lo spazio mi pare abbastanza evidente; e la maschera, devo ammetterlo, mi sembra l'immagine più evocativa, la più adatta a riassumere l'insieme di suggestioni che accompagnano il dipanarsi del Cammino nell'ultima fase dell'inverno.
Maschera come emblema di morte, come veicolo tra un mondo e l'altro - metafora estrema che è viaggio e superamento del limite.
Donato Bosca ricorda come l'etimologia del termine "masca" (la strega piemontese per eccellenza) possa essere ricondotta all'idea di metamorfosi cui il mascheramento presiede:
La seconda suggestione (a mio avviso più pertinente) è invece di tipo uditivo, legata alla parola:
In ogni caso la "maschera" ci riporta all'ou-topico, all'incontro fra mondi contrapposti e al tempo stesso comunicanti - incontro che conduce allo svelamento e non di rado alla morte.
Del resto, l'analogia tra la morte e la mascherata (la Morte mascherata!) è antica e percorre indenne i secoli: dalle maschere funerarie a quella di Medusa, per giungere sino a La mascherata della Morte Rossa di E. A. Poe:
Eppure, perfino dalla morte profonda del periodo post-solstiziale ("carnascialesca" intorno a Candelora) si può rinascere. Lo impone la ciclicità del tempo.
In questa dimensione, dunque, il Risveglio diviene centrale. Senza risveglio, la morte/sonno sarebbe eterna - annullamento dell'io nel regno dell'ou-topia (che è poi la minaccia più temibile, sbandierata dagli sterminatori d'ogni tempo e luogo). Questo ritorno alla coscienza, alla "centralità", deve avvenire secondo modalità precise, passando (con il dovuto rispetto!) attraverso le necessarie pratiche di purificazione. Senza moderazione, silenzio e consapevolezza, il Risveglio (qualora dovesse avvenire) può risultare pericoloso, nefasto più del sonno medesimo.
Su questo argomento, ho in mente un paio di "rimandi visivi" che mi sembrano utili (pur nella loro semplicità) a spiegare ciò che intendo - un concetto (quello della pacatezza) che mi sta particolarmente a cuore. Le posterò al mio ritorno da Roma...
Per il momento mi fermo qui. :)
I parte
Dalle radici pre-cristiane del "nostro" Carnevale al symbolum della maschera il passo è breve...
Ovvio che in questo post non pretendo di scrivere un trattato accademico sul simbolismo di questo complesso periodo. Non è davvero il mio intento né sarebbe questa la sede più opportuna...
Tuttavia il fil rouge che unisce queste suggestioni attraverso il tempo e lo spazio mi pare abbastanza evidente; e la maschera, devo ammetterlo, mi sembra l'immagine più evocativa, la più adatta a riassumere l'insieme di suggestioni che accompagnano il dipanarsi del Cammino nell'ultima fase dell'inverno.
Maschera come emblema di morte, come veicolo tra un mondo e l'altro - metafora estrema che è viaggio e superamento del limite.
Donato Bosca ricorda come l'etimologia del termine "masca" (la strega piemontese per eccellenza) possa essere ricondotta all'idea di metamorfosi cui il mascheramento presiede:
«Secondo questa teoria dal verbo arabo masakha, che in una sua accezione significa "trasformare in animale", si arriva al sostantivo maskh, che indica l'operazione stessa della trasformazione.»La prima suggestione è dunque di tipo visivo e rimanda senz'altro all'immagine della maschera: le masche, infatti, amano ricorrere alla metamorfosi per portare a compimento i loro (nefandi!) propositi. Le si può incontrare trasformate in cane, gatto, caprone o gallina, nelle ore di "confine", quando la campagna è immota... e allora conviene recitare forte tutte le preghiere che si conoscono!
La seconda suggestione (a mio avviso più pertinente) è invece di tipo uditivo, legata alla parola:
«"Masca" è un nome occitano che indica lo stile malefico di alcune donne. Non sai che le streghe borbottano scongiuri? Murmurant carmina? Gli spagnoli dicono mascar per masticare, biascicare, da cui il verbo "mascellare", ossia bofonchiare insulti e orazioni.» (D. Bosca, Masca, ghigna fàussa, pp. 16-17)Parola rovesciata - in quanto parola magica; parola travestita, mascherata, resa indecifrabile secondo i canoni del linguaggio comune.
In ogni caso la "maschera" ci riporta all'ou-topico, all'incontro fra mondi contrapposti e al tempo stesso comunicanti - incontro che conduce allo svelamento e non di rado alla morte.
Del resto, l'analogia tra la morte e la mascherata (la Morte mascherata!) è antica e percorre indenne i secoli: dalle maschere funerarie a quella di Medusa, per giungere sino a La mascherata della Morte Rossa di E. A. Poe:
«Nelle prime sei sale batteva febbrile il cuore della vita e le maschere turbinavano gaie. Così, di ora in ora, la festa si trascinò sempre più pazza, finché, d'un tratto, l'orologio non prese a battere la mezzanotte. Allora la musica cessò di colpo, i danzatori interruppero le proprie evoluzioni e ogni movimento si irrigidì. Erano ben dodici i colpi che la campana dell'orologio avrebbe dovuto scandire; ci sarebbe stato più tempo perché la riflessione si insinuasse nella mente dei più folli gaudenti.E' lo sterminatore che ritorna, sempre - camaleontico e capace di camuffarsi dietro qualsiasi sembiante. Anche quello (paradossale, quasi ironico!) di una Mas(cher)a...
Ed ecco, prima che l'eco dell'ultimo rintocco si fosse del tutto perduta nel silenzio, molti fra la folla ebbero modo di notare la presenza di una strana maschera, sin allora sfuggita all'attenzione generale. La voce di quella nuova presenza si sparse rapidamente attorno, sussurrata di bocca in bocca, finché dall'intera compagnia non si levò un brusìo generale di disapprovazione e sopresa, presto degenerato in esclamazioni di terrore, di orrore e di disgusto.» (E. A. Poe, La mascherata della Morte Rossa)
Eppure, perfino dalla morte profonda del periodo post-solstiziale ("carnascialesca" intorno a Candelora) si può rinascere. Lo impone la ciclicità del tempo.
In questa dimensione, dunque, il Risveglio diviene centrale. Senza risveglio, la morte/sonno sarebbe eterna - annullamento dell'io nel regno dell'ou-topia (che è poi la minaccia più temibile, sbandierata dagli sterminatori d'ogni tempo e luogo). Questo ritorno alla coscienza, alla "centralità", deve avvenire secondo modalità precise, passando (con il dovuto rispetto!) attraverso le necessarie pratiche di purificazione. Senza moderazione, silenzio e consapevolezza, il Risveglio (qualora dovesse avvenire) può risultare pericoloso, nefasto più del sonno medesimo.
Su questo argomento, ho in mente un paio di "rimandi visivi" che mi sembrano utili (pur nella loro semplicità) a spiegare ciò che intendo - un concetto (quello della pacatezza) che mi sta particolarmente a cuore. Le posterò al mio ritorno da Roma...
Per il momento mi fermo qui. :)
giovedì 23 febbraio 2012
Della conclusione del Cammino invernale - Parte I
(Si dica quel che si vuole, io continuerò a chiamarlo "Cammino". Da Dante in avanti è lecito e inequivocabilmente poetico.)
♦ I parte: pettirossi, fantasmi e silenzi oltremondani ♦
Tutto comincia da un pettirosso...
... e dalla grande ondata di freddo che, fino a pochi giorni fa, imbiancava la campagna e teneva sotto rigido controllo la terra.
*C.* consultava il calendario ogni sera, impaziente di cominciare a lavorare al nuovo orto. «Siamo indietro, siamo indietro...» mi ripeteva.
Quanto a me, la mattina mi sistemavo alla finestra per bere il mio caffè. Accanto a me il fido Cagliostro, seduto sul davanzale e intento a scorgere il movimento dei passeri, infreddoliti e affamati, nel campo al di là della roggia.
Intorno alle otto e mezza, arrivava il nostro piccolo ospite. Un pettirosso si affacciava all'angolo del muretto, sbirciando il piattino con le briciole sistemato nella striscia di terreno libera dalla neve. Era puntuale, ma esitante. Vedeva Cagliostro attraverso i vetri e non si azzardava a scendere per mangiare. Preferiva volare via, oltre le ortensie, e tornare solo quando il mio gatto e io ce ne eravamo andati. Lo sorpresi - intento a picchiettare nella ciotolina marrone - una sola volta, dopo essere ritornata in cucina all'improvviso, per prendere qualcosa che avevo dimenticato...
Il pettirosso è uno psicopompo (come lo sono tutti i passeri, sacri ad Afrodite ctonia), abituato a vivere in limine: possiede occhi "sovradimensionati" (come molti dei messaggeri dell'ou-topia), è solito cantare al tramonto o all'alba (momenti di "passaggio" per eccellenza) e il suo piumaggio rossastro è legato, secondo la leggenda, alla morte e all'agonia di Cristo in croce: un minuscolo traghettatore, dunque - che si avvicina alle nostre case solo quando il freddo è più pungente, il Sonno più profondo, la Morte più evidente.
Il risveglio dei Fantasmi
Quello di Candelora è un periodo delicatissimo. Il risveglio primaverile, infatti, ha sì inizio in queste settimane, ma è pur sempre circonfuso di Sonno: è ancora Morte, risveglio in divenire. Possono avvertirsi deboli movimenti oppure, al contrario, il Silenzio può essere completo, grevissimo. E' una zona decisamente ou-topica, in cui il velo fra questo Mondo e quello "Oltre" è sottilissimo e può (deve! Con le dovute precauzioni...) essere sollevato.
I fantasmi della Candelora sono "dormienti": sono fantasmi del Sonno e nel Sonno. E il sonno è silenzio, che può essere rotto solo da una parola "altra" o, tutt'al più, onirica.
Lara e la parola negata
Non è casuale che sempre in questo periodo venisse celebrata a Roma "Tacita Muta", ovvero la ninfa laziale Lara (o Lala, "la Chiacchierona", stando a quanto ci tramanda Ovidio).
La sua storia è triste quanto emblematica. Quando si invaghì di Giuturna (che non ricambiava le sue attenzioni sessuali), Giove cercò di portare a termine la propria conquista servendosi dell'aiuto delle altre ninfe, che avrebbero dovuto trattenere la loro sorella, impedendole in questo modo la fuga. Le ninfe accettarono la proposta, ma Lara andò in giro a riferire il proposito del dio - raccontandolo perfino a Giunone in persona.
Giove, allora, si vendicò strappandole la lingua e affidando successivamente Lara a Mercurio, affinché la scortasse negli Inferi, dove avrebbe vissuto il resto della sua esistenza. Mercurio, durante il tragittò, violentò la ninfa, che, in seguito a questa violenza, diede alla luce gli dèi Lari.
L'espediente della lingua strappata per mettere a tacere una donna vittima di stupro (e dunque di affermazione del potere maschile sul mondo ctonio/femminile) è ricorrente nella mitologia greco-romana: si vedano, ad esempio, il mito di Filomela, Iti, Procne e Tereo e quello di Cassandra (a cui Apollo sputa sulla bocca, lasciandole sì il dono del vaticinio, ma negandole la possibilità di essere creduta: in questo senso, la parola della profetessa troiana è "inutile" - e dunque anch'ella è come se fosse stata resa muta dal potere maschile e supero delle divinità olimpiche).
Il silenzio di queste donne possiede una duplice valenza, che ben si colloca nel panorama di Candelora/Carnevale/pre-equinoziale: è un silenzio imposto; ed è anche (per contro e al contempo) un silenzio che contiene (e tramanda, nel suo esistere!) un messaggio di "Vita nella Morte/Morte nella Vita" che è insito in ogni religione misterica.
La parola negata di Lara è dunque da annoverarsi fra quelle testimonianze (preziose) dell'affermarsi del mondo ctonio su quello "supero", in determinati periodi dell'anno.
Tra Antesterie e Lupercalia
In riferimento al calendario, non si possono non menzionare le Antesterie, che si celebravano ad Atene nel mese di Antesterione - ovvero nel periodo oggi compreso tra febbraio e marzo.
Vi si celebravano Dioniso (il dio smembrato e poi risorto) ed Ermes ctonio. Tutti i templi restavano chiusi, ad eccezione del Limnàion, sacro a Dioniso.
Durante il primo giorno di festeggiamenti si aprivano gli otri di vino e nel secondo giorno si svolgevano vere e proprie "gare di bevute". Si cercava inoltre di propiziare la fertilità del territorio attraverso il rito simbolico della ierogamia. I giorni dedicati alle Antesterie erano considerati nefasti (nonostante il clima apparente di gioia e trasgressione - carnascialesco, oserei dire!) e si credeva che, in quell'occasione, le anime dei defunti tornassero a circolare tra i vivi. Esse venivano scacciate solo al termine della festa - per dare spazio ad un nuovo ciclo vegetazionale.
Anche i Lupercalia, che si tenevano a Roma nel mese di Februarius, erano riti di fertilità e, insieme, di purificazione e di separazione dei vivi dai morti.
I giorni dei Lupercalia erano dedicati a Luperco, antica divinità che rimanda sia al simbolo teriomorfo del lupo (di cui parlerò più avanti) sia a Pan Liceo e alle divinità maschili di (ri)generazione. Il 15 febbraio si sacrificavano dei capretti e un cane; i sacerdoti Luperci si bagnavano col sangue delle vittime, ne indossavano le pelli e, quindi, inseguivano le donne in età fertile, frustandole con liste di cuoio.
[Continua...]
♦ I parte: pettirossi, fantasmi e silenzi oltremondani ♦
Tutto comincia da un pettirosso...
... e dalla grande ondata di freddo che, fino a pochi giorni fa, imbiancava la campagna e teneva sotto rigido controllo la terra.*C.* consultava il calendario ogni sera, impaziente di cominciare a lavorare al nuovo orto. «Siamo indietro, siamo indietro...» mi ripeteva.
Quanto a me, la mattina mi sistemavo alla finestra per bere il mio caffè. Accanto a me il fido Cagliostro, seduto sul davanzale e intento a scorgere il movimento dei passeri, infreddoliti e affamati, nel campo al di là della roggia.
Intorno alle otto e mezza, arrivava il nostro piccolo ospite. Un pettirosso si affacciava all'angolo del muretto, sbirciando il piattino con le briciole sistemato nella striscia di terreno libera dalla neve. Era puntuale, ma esitante. Vedeva Cagliostro attraverso i vetri e non si azzardava a scendere per mangiare. Preferiva volare via, oltre le ortensie, e tornare solo quando il mio gatto e io ce ne eravamo andati. Lo sorpresi - intento a picchiettare nella ciotolina marrone - una sola volta, dopo essere ritornata in cucina all'improvviso, per prendere qualcosa che avevo dimenticato...
Il pettirosso è uno psicopompo (come lo sono tutti i passeri, sacri ad Afrodite ctonia), abituato a vivere in limine: possiede occhi "sovradimensionati" (come molti dei messaggeri dell'ou-topia), è solito cantare al tramonto o all'alba (momenti di "passaggio" per eccellenza) e il suo piumaggio rossastro è legato, secondo la leggenda, alla morte e all'agonia di Cristo in croce: un minuscolo traghettatore, dunque - che si avvicina alle nostre case solo quando il freddo è più pungente, il Sonno più profondo, la Morte più evidente.
Il risveglio dei Fantasmi
Quello di Candelora è un periodo delicatissimo. Il risveglio primaverile, infatti, ha sì inizio in queste settimane, ma è pur sempre circonfuso di Sonno: è ancora Morte, risveglio in divenire. Possono avvertirsi deboli movimenti oppure, al contrario, il Silenzio può essere completo, grevissimo. E' una zona decisamente ou-topica, in cui il velo fra questo Mondo e quello "Oltre" è sottilissimo e può (deve! Con le dovute precauzioni...) essere sollevato. I fantasmi della Candelora sono "dormienti": sono fantasmi del Sonno e nel Sonno. E il sonno è silenzio, che può essere rotto solo da una parola "altra" o, tutt'al più, onirica.
Lara e la parola negata
Non è casuale che sempre in questo periodo venisse celebrata a Roma "Tacita Muta", ovvero la ninfa laziale Lara (o Lala, "la Chiacchierona", stando a quanto ci tramanda Ovidio).
La sua storia è triste quanto emblematica. Quando si invaghì di Giuturna (che non ricambiava le sue attenzioni sessuali), Giove cercò di portare a termine la propria conquista servendosi dell'aiuto delle altre ninfe, che avrebbero dovuto trattenere la loro sorella, impedendole in questo modo la fuga. Le ninfe accettarono la proposta, ma Lara andò in giro a riferire il proposito del dio - raccontandolo perfino a Giunone in persona.
Giove, allora, si vendicò strappandole la lingua e affidando successivamente Lara a Mercurio, affinché la scortasse negli Inferi, dove avrebbe vissuto il resto della sua esistenza. Mercurio, durante il tragittò, violentò la ninfa, che, in seguito a questa violenza, diede alla luce gli dèi Lari.
L'espediente della lingua strappata per mettere a tacere una donna vittima di stupro (e dunque di affermazione del potere maschile sul mondo ctonio/femminile) è ricorrente nella mitologia greco-romana: si vedano, ad esempio, il mito di Filomela, Iti, Procne e Tereo e quello di Cassandra (a cui Apollo sputa sulla bocca, lasciandole sì il dono del vaticinio, ma negandole la possibilità di essere creduta: in questo senso, la parola della profetessa troiana è "inutile" - e dunque anch'ella è come se fosse stata resa muta dal potere maschile e supero delle divinità olimpiche).
Il silenzio di queste donne possiede una duplice valenza, che ben si colloca nel panorama di Candelora/Carnevale/pre-equinoziale: è un silenzio imposto; ed è anche (per contro e al contempo) un silenzio che contiene (e tramanda, nel suo esistere!) un messaggio di "Vita nella Morte/Morte nella Vita" che è insito in ogni religione misterica.
La parola negata di Lara è dunque da annoverarsi fra quelle testimonianze (preziose) dell'affermarsi del mondo ctonio su quello "supero", in determinati periodi dell'anno.
Tra Antesterie e Lupercalia
In riferimento al calendario, non si possono non menzionare le Antesterie, che si celebravano ad Atene nel mese di Antesterione - ovvero nel periodo oggi compreso tra febbraio e marzo.
Vi si celebravano Dioniso (il dio smembrato e poi risorto) ed Ermes ctonio. Tutti i templi restavano chiusi, ad eccezione del Limnàion, sacro a Dioniso.
Durante il primo giorno di festeggiamenti si aprivano gli otri di vino e nel secondo giorno si svolgevano vere e proprie "gare di bevute". Si cercava inoltre di propiziare la fertilità del territorio attraverso il rito simbolico della ierogamia. I giorni dedicati alle Antesterie erano considerati nefasti (nonostante il clima apparente di gioia e trasgressione - carnascialesco, oserei dire!) e si credeva che, in quell'occasione, le anime dei defunti tornassero a circolare tra i vivi. Esse venivano scacciate solo al termine della festa - per dare spazio ad un nuovo ciclo vegetazionale.
Anche i Lupercalia, che si tenevano a Roma nel mese di Februarius, erano riti di fertilità e, insieme, di purificazione e di separazione dei vivi dai morti.
I giorni dei Lupercalia erano dedicati a Luperco, antica divinità che rimanda sia al simbolo teriomorfo del lupo (di cui parlerò più avanti) sia a Pan Liceo e alle divinità maschili di (ri)generazione. Il 15 febbraio si sacrificavano dei capretti e un cane; i sacerdoti Luperci si bagnavano col sangue delle vittime, ne indossavano le pelli e, quindi, inseguivano le donne in età fertile, frustandole con liste di cuoio.
[Continua...]
mercoledì 25 gennaio 2012
Imparare dai propri errori
«"Non ho visto nessun successo, nessuno scopo raggiunto per cui valga la pena di ripetere la sua vita. Ciò che le sue mani hanno toccato s'è ridotto in cenere, chiunque s'è trovato sul suo cammino è andato in rovina. D'altra parte non sento da parte di lei nessuna disponibilità a correggere l'errore. Qual è stato questo errore?"Tempo fa, quando lessi per la prima volta Le streghe di Smirne di Mara Meimaridi (scrittrice e antropologa di lingua neogreca), giunta verso l'epilogo delle sapidissime avventure di Katina e di sua madre Eftalìa, provai un vago senso d'insoddisfazione. Il romanzo mi era piaciuto (e molto! Credo, anzi, che sia uno dei miei preferiti in assoluto - promosso a pieni voti insieme a Il buio fuori, Medea e Cassandra, i gialli di Agatha e alcune opere di Pavese...) - eppure avevo l'impressione di essere stata tradita.
"Le ho offerto tutto, il sole, la terra, le stelle, l'eternità. Lei ha scelto questa strada, per sé, di tutta la Luna ha scelto il bagliore dell'Oro, ma il bagliore dell'Oro, figlia mia..."
"Non sono figlia tua!"
"...è anch'esso un lato della Luna e anche lei è una parte di Attarte. Questo lato ha scelto, questo lato scelgono tutte le mie figlie e io non glielo nego, perché voglio vederle felici. Questo bagliore le ubriaca, per questo si spengono. Katina l'ha capito, ha capito che il bagliore dell'Oro non è la Luna intera e si è pentita amaramente e si è punita da sola."»(M. Meimaridi, Le streghe di Smirne - p. 499)
Come poteva darsi, infatti, che la decennale vicenda si concludesse con il semplice "ritorno in vita" della strega Katina nel corpo della nipote Maria? Com'era possibile che l'insegnamento di Attarte ad altro non fosse servito che ad accumulare ricchezze - e che Attarte stessa (l'Illuminata!) consentisse alle sue discepole di condursi sempre e solo all'insegna dell'avidità e dell'egoismo?
Così, quando lessi le parole che ho riportato qui sopra, rivolte da Attarte stessa a Maria - mentre in lei covano le braci della rediviva Katina - tirai (lo ricordo bene!) un profondo sospiro di sollievo. Ecco spiegato il senso!
Esattamente come ha fatto con le sue figlie, allo stesso modo la grande madre turca non spiega nulla al lettore - se non alla fine, alzando il velo con unico scatto della mano. E la lezione che ci trasmette è semplice, come i chicchi di grano chiusi nella sua vecchia mano...
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| Scrutare l'orizzonte... (Da un "pensiero" di Nyc per il GdL su Le streghe di Smirne.) ~ Lawrence Alma Tadema |
Come dicevo, il senso ultimo de Le streghe di Smirne è perfino banale: imparare dai propri errori è necessario, fondamentale, vitale - soprattutto per chi sceglie di intraprendere un cammino simile al mio e a quello di molti di coloro che capiteranno su queste pagine...
Ecco, anche questo post è banale; alcuni penseranno infatti, giunti a questo punto, che non si tratta poi di una grande verità e che ciascuno di noi apprende dai propri sbagli fin da bambino.
E' vero, tuttavia, che - osservando la realtà da vicino, ascoltando i racconti che ci giungono all'orecchio, imparando a valutare con un pizzico di saggezza gli atteggiamenti, le azioni, le parole e perfino i più semplici e insignificanti gesti compiuti da chi ci sta intorno - spesso ci rendiamo conto che molte persone altro non fanno che reiterare cattive abitudini, portandosi appresso catene relazionali deleterie (quanti insospettabili Jacob Marley intorno a noi!) e alimentando senza sosta fuochi di paglia, illusioni, rabbie e inganni. Nella maggior parte dei casi, inoltre, non solo questi soggetti amano avvoltolarsi in spirali sempre più strette e limitanti, ma addirittura si credono all'apice della propria forza psicologica ed emotiva - e giungono ad arrabbiarsi moltissimo contro chiunque si permetta di far loro notare che, al contrario, non è quello il modo di procedere.
Se questo atteggiamento è fastidioso e pericoloso in chiunque (oltre che molto diffuso!), trovo che sia addirittura imperdonabile se ostentato da parte di chi pretende di lavorare su piani delicatissimi dell'esistenza umana.
Sia chiaro: non si tratta di essere da principio perfetti, simili a luminose divinità. Si tratta, piuttosto, di possedere nella giusta misura umiltà e consapevolezza - le uniche doti che possano consentirci di accorgerci in tempo dei nostri errori, in modo da correggerli prima che sia troppo tardi.
Non tutti, infatti, possiamo avere la fortuna di Katina, a cui fu data da Attarte una seconda possibilità nel corpo di Maria!
Quante volte, nell'ultimo periodo, ho scritto e ripetuto la parola consapevolezza? A bizzeffe, anche a costo di risultare noiosa per i miei interlocutori. Eppure davvero il fulcro, il nocciolo, il cuore pulsante è racchiuso in questa modesta parola, in questa verità da quattro soldi... Tutto il resto (esperienza, pratica, sapere, conoscenza) viene di conseguenza - fluendo armoniosamente come un corso d'acqua dal punto della sua sorgente.
La stessa Maria, nella penultima pagina del romanzo, racconta di essere colta da un desiderio spasmodico di imparare e ampliare le proprie conoscenze solo dopo la "lezione" trasmessale da Attarte - e dunque dopo aver scelto di dare a Katina una seconda possibilità e di rinascere essa stessa a nuova vita:
«Mi prese un'improvvisa e indicibile passione d'imparare. M'interessa tutto e tutto studio in modo approfondito. Il giuramento d'Ippocrate non me lo sono messo sotto i piedi, semplicemente l'ho chiuso in un cassetto. Ho smesso di lavorare e leggo furiosamente filosofia, astrofisica, teologia, archeologia, storia, civiltà antiche, metafisica. I pianeti, gli asteroidi, i meteoriti, le loro collisioni e tutto ciò che li riguarda per me non hanno segreti. [Da notare quanta importanza dia la "nuova" Maria alle "faccende delle cielo": alle stelle fissa!] Ho studiato le religioni degli uomini, i loro "credo", le paure, i bisogni dei mortali. Katina, ora mi ricordo, quand'ero piccola aveva una grande ansia di pungolare i miei interessi in questa direzione. Adesso capisco perché.Senza consapevolezza, senza compenetrazione (nel suo "testamento", posto alla fine del libro, Attarte parlerà anche del rapporto fra le sue figlie e gli animali, la terra, l'acqua e il fuoco...), letture, discussioni, diatribe, affannarsi a "dimostrare di essere" non sono che inutili orpelli - simili a indumenti scomodi o a gioielli volgari, troppo vistosi.
Ho una grande facilità a leggere integralmente i testi, in qualunque lingua, e stranamente, invece di trasformarmi in una pietosa pseudointellettuale, divento ogni giorni più bella. Divento più forte di ora in ora. [...] Che bella la vita!»
(M. Meimaridi, Le streghe di Smirne - p. 501)
Nella sua semplicità, trovo questo argomento particolarmente adatto alla Candelora che si sta avvicinando - alla sua lenta e tuttavia insopprimibile energia, che passa attraverso la terra, i dormienti e gli animali tutti per giungere a galvanizzare chiunque abbia cuore e mente per ascoltare...

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