martedì 8 giugno 2010

Empatheia

«La capacità di pensiero è attiva se è unita all'oggetto; il pensiero non si separa mai dall'oggetto.» (Goethe)

Nel posto dove lavoro adesso, sono a stretto contatto con persone che dicono di studiare (o aver studiato) la natura; e che puntualmente, con ogni gesto e parola, quotidianamente dimostrano di non voler avere proprio niente a che fare, con la natura in questione.
Basti pensare al mio vicino di scrivania (laureato in biologia) che afferma, con una sfumatura di compiacimento: «Io detesto le piante» o a tutti i miei colleghi che, dopo ore trascorse in laboratorio (un seminterrato tutt'altro che accogliente) e pur avendo a disposizione - appena fuori dalla porta antincendio - uno splendido e grande prato verde, preferiscono consumare il loro pranzo al chiuso, seduti al tavolone centrale dell'ufficio.
Io, laureata in lettere e quindi autentico pesce fuor d'acqua in questo ambiente, sono perfettamente consapevole di non possedere le nozioni degli altri "tecnici" su insetti e cicli larvali e tuttavia credo di avere con la natura (in ogni sua forma e accezione) un rapporto molto più partecipe e sentito.
Del resto la "Natura" non è una macchina né un software sofisticato: è qualcosa di vivente e di pulsante. A che scopo conoscerla, se poi non le si dedica tempo? Se non si vive IN lei e PER lei? Che senso ha?
Sarebbe come se io dicessi di studiare appassionatamente la poesia - e poi mi rifiutassi di leggere qualsiasi tipo di componimento poetico!

Empatheia. Valsesia, 6 giugno 2010.

Ci riflettevo domenica scorsa, mentre percorrevo un meraviglioso sentiero di montagna. Come accade per ogni tipo di relazione con altri esseri viventi (siano essi esseri umani o animali), anche nel nostro rapporto con la Natura (se desideriamo che sia vitale, produttivo e po(i)etico) l'empatia è un requisito fondamentale.
Non si può "studiare la Natura" (per usare l'espressione tanto amata dai miei colleghi) e poi esimersi dall'essere empatici nei suoi confronti.

Non è, questa, una delle mie solite farneticazioni. C'è chi ci ha già pensato, prima e meglio di me. C'è chi, addirittura, ha individuato nell'empatheia l'unica soluzione possibile per salvare il nostro grande mondo malato.

«La vecchia scienza considera la natura come oggetto; la nuova come RELAZIONE. La vecchia scienza è caratterizzata da distacco, espropriazione, dissezione e riduzione; la nuova da impegno, condivisione, integrazione e olismo. [...] La vecchia scienza premia l'autonomia dalla natura; la nuova la partecipazione alla natura. [...] Solo un'azione concertata che stabilisca un senso collettivo di affiliazione con l'intera biosfera potrà assicurarci un futuro. [...] La civiltà dell'empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all'intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un'empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?»

(J. Rifkin, La civiltà dell'empatia)

Dal microcosmo al macrocosmo: ecco come un piccolo laboratorio di analisi del nord Italia può fungere da cartina tornasole per verificare quanto l'empatia sia poco diffusa e quanti danni possa procurare, nella società attuale, l'atteggiamento che Rifkin definisce tipico della "vecchia scienza".
Tuttavia, da un esempio negativo si può sempre trarre utili lezioni. Senza contare che esistono anche realtà migliori. Come racconta Rifkin, nel suo saggio edito (ahinoi!) da Mondadori, in Canada si sta sperimentando un programma (nato dagli studi dell'insegnante Mary Gordon) che mira a "educare all'empatia" i bambini e gli adolescenti e che si appresta a essere messo in pratica in tutti gli ordini di scuole.
Sarà questa nuova sensibilità, la "poesia" che salverà il mondo?

domenica 6 giugno 2010

Montagne...

Domani torno in montagna. Non proprio alle "mie" montagne (per quelle ci vorrà ancora un po' di tempo), ma comunque fra prati, fiori e piante vibranti di Vita, acqua limpida, cielo terso...
Ne ho bisogno come non mai, per "lavarmi" di dosso tutta l'energia negativa che respiro quotidianamente - mio malgrado.
E con questo felice pensiero vado a letto, pensando alle Stelle.

venerdì 4 giugno 2010

Digitalis Purpurea L.

La fioritura della digitale purpurea racchiude un fascino potente. Amore e morte. Non sorprende che, come racconta Maria Pascoli, sorella del più celebre Giovanni, le suore del convento di Sogliano esortassero le loro allieve a starne ben lontane.

«Un giorno, dopo la merenda e la ricreazione fatte all’aperto, noi educande con la nostra Madre Maestra c’incamminammo per un sentiero che aveva ai lati due giardini, uno cinto dal bussolo e l’altro senza veruna siepe. In questo scorgemmo una pianta nuova che non avevamo mai veduta, non essendo mai solite passare da quel luogo. Era una pianta dal lungo stelo rivestito di foglie, con in cima una bella spiga di fiori rosei a campanule, punteggiati di macchioline color rosso cupo: la digitale purpurea. La curiosità di poterla guardare bene da vicino e di sentire che odorava ci spinse a entrare nel giardino; ma appena ci fummo fermate presso la pianta, la Madre Maestra ci intimò di allontanarci subito di lì, di non appressarci a quel fiore che emanava un profumo venefico e così penetrante che faceva morire. Indietreggiammo impaurite e ci riportammo leste leste sul nostro cammino. Io rimasi per un pezzo con la paura di quel fiore velenoso, e quando si doveva passare nelle vicinanze me ne stavo più lontana che fosse possibile senza nemmeno guardarlo.»

(da Lungo la vita di Giovanni Pascoli)

Né che Pascoli stesso ne abbia fatto l'oggetto di una delle sue più celebri poesie, incentrata proprio sul tema dell'opposizione eros e thanatos.

«Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d'un sogno che notturno arse e che s'era
all'alba, nell'ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.
L'aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M'inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi... (l'altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido...) si muore!»

Intelligenza femminile, con la sua fioritura mi ha dato energhéia dopo un periodo di forte crisi. E' come se mi avesse richiamata, con vigore.
Morire per risorgere, per tornare a essere dopo la riduzione in milioni di frammenti. Il caos necessario alla generazione della vita, nella mia mente, nel mio corpo, nella Natura tutta...
Il caos che è conoscenza e visione:

«Vedono. Sorge nell'azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d'incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero
d'odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d'innocenza e di mistero.»

Il "vedere" conduce alla realtà "altra" (inacessibile ai comuni esseri umani, raggiungibile per mezzo dell'occhio poetico - o di intelligenze superiori), alla vita oltre la morte.

«Piangono, un poco, nel tramonto d'oro,
senza perché. [...]
In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,

l'alito ignoto spande di sua vita.»


La mia digitale. Maggio 2010.

Nome:
Digitalis Purpurea L.
Famiglia: Scrophulariaceae
Diffusione: Europa centro-meridionale. Viene coltivata nei giardini (è una pianta tipica dei cottage garden) ed è altresì presente in natura allo stato selvatico. Cresce nei boschi e nei prati.
Descrizione: pianta erbacea biennale. Durante il primo anno di vita produce una "rosa" di grandi foglie color verde scuro con margine dentellato. Da queste, nel secondo anno, parte un alto fusto, che produrrà una ricca serie di campanule rosa-fuxia.

lunedì 31 maggio 2010

Delle porte che si riaprono

Il blog torna ad essere "aperto al pubblico" e visibile a tutti (con l'unica restrizione della moderazione dei commenti). Il che significa che forse, dopo la "crisi" che ha seguito l'inizio del mio nuovo lavoro, tornerò ad avere qualcosa da dire. Che poi valga la pena di leggerlo... questa è un'altra faccenda.


The open door

lunedì 3 maggio 2010

Calendimaggio

Il tempo non è molto clemente, in queste settimane. Nella mia zona, poi, è addirittura beffardo: fa bello durante settimana e poi, nel weekend, si gira in pioggia.
Un vero peccato: avevo progettato escursioni e pomeriggi all'aria aperta - e finora ho realizzato ben poco. Ho atteso per giorni e giorni - poi, da sabato, mi sono "svegliata".
Nonostante le nubi e il bucato ritirato in fretta, nel pomeriggio *C.* e io ci siamo armati di scarponi, cappellacci e zappetta e siamo tornati nel Bosco.
C'erano perfino troppa gente, per i nostri gusti: gruppetti di persone rumorose e volgari che, con le loro grida, rovinavano la pace e la bellezza quasi sacrale del posto; cani lasciati liberi di disturbare la fauna protetta; odiosi bambini piagnucolosi e viziati.
Per fortuna, abbiamo incontrato lungo i sentieri anche escursionisti amabili e consapevoli: un uomo col suo cane, entrambi silenziosi e rispettosi; un gruppo di vecchine che raccoglievano fiori; marito e moglie che si sono fermati a fare una carezza a Mickey.


L'Uomo Selvatico e il Nuovo Inizio...

Non c'era molta luce: la giornata non era delle migliori e gli alberi non permettevano ai deboli raggi solari di penetrare. E' stato un Calendimaggio "lunare" - consentitemi l'espressione azzardata.
Il sottobosco odorava prepotentemente di mughetto: i primi fiori già occhieggiavano nel verde, ai piedi degli alti fusti.
Da ogni parte volgessi lo sguardo, vi erano segni di ri-generazione: magnifica, opulenta. I ragni che correvano numerosi (appena schiusi?) sul sostrato di foglie secche, gli uccelli che cantavano, le piccole querce che spuntavano dalle ghiande rimaste a dormire in terra durante tutto l'inverno.

(Anche noi, a casa, abbiamo una piccola quercia: la stiamo coltivando nell'aiuola, in attesa di poterla piantare da qualche parte: non a caso ho riletto di recente L'uomo che piantava gli alberi di Giono - non a caso sto lavorando al "Progetto E.N.T."...)

Risorgere, risvegliarsi, è necessario.
Sono rincasata carica di buoni propositi, di entusiasmo, di voglia di CREARE.
A dispetto del maltempo, degli impegni di lavoro, della mia stanchezza mentale.

Domenica sera, poi, la trasmissione di Giancarlo Nostrini La sacca del diavolo mi ha fornito nuovi spunti, nuovo "carburante": si è parlato del calendario ciclico, del nuovo inizio, del Green Man... Interessantissimo - luminoso!
E così domenica mi sono trovata a fare dolci, a svasare e a distribuire piantine per tutti: per papà, per l'amico Gigi, per nonna Teresa, per mamma Anna... Donare una pianta cresciuta dal seme è meraviglioso: un dono di Vita molto forte.

E la meraviglia di perdersi (ogni volta, come mi accade da anni) consiste nel ritrovarmi e nel ritrovare...

martedì 30 marzo 2010

Della magia antica - Parte I

Come sempre, sembro scomparsa ma non lo sono!
Il nuovo lavoro ha interrotto un po' i miei ritmi di studio e scrittura; tuttavia non mi sono persa d'animo e continuo a leggere, confrontare, esaminare... per quanto i nuovi impegni me lo consentano!
L'ultima "scoperta" è stata l'interessantissimo saggio di Fritz Graf La magia del mondo antico, edito da Laterza. Un vero e proprio "gioiello", che mi ha chiarito molti dubbi sulla peculiarità della magia greco-romana.
E proprio perché sono rimasta colpita dall'intelligenza e completezza di questo testo, voglio condividere gli appunti presi durante la lettura dei diversi capitoli...



La terminologia greca


Per fare chiarezza all'interno del panorama variegato della magia antica (egiziana, greca e romana), sarà utile illustrare le diverse "famiglie" di termini utilizzati per specificare attività e peculiarità di chi praticava riti magici.
Gòes (da cui goetéia, "stregoneria") non compare prima dell'età classica, ma si suppone che abbia un'origine ben più antica, collegata al gòos, il pianto rituale: il gòes è colui che, rovesciando l'esatto significato di gòos, "fa uscire i morti dalle tombe" (cfr. Eschilo);
• parimenti antica è la parola phàrmakon, che indica sia la medicina risanatrice sia il veleno (filtro magico) letale;
• simile al phàrmacon è l'epoidé, il rimedio magico;
• il più conosciuto (oggi) termine màgos (con tutti i suoi derivati: maghéia, maghéuein...) è di origine persiana e, nell'ambito della magia antica, è una parola piuttosto recente. Presso i Persiani, il màgos era l'esperto di religione e di riti religiosi; in Grecia viene a indicare colui che pratica la maghéia, la quale a sua volta comprendeva:

- la divinazione
- i culti misterici privati
- la magia nociva o magia nera.

E' probabile che, in Grecia, la figura del màgos si confondesse con quella dell'agyrtes, indovino itinerante (spesso disprezzato dalla società e tuttavia temuto, proprio in virtù delle sue potenzialità magiche) che si occupava altresì di culti privati e di pratiche magico-religiose.

Il primo a combinare i termini goetéia e maghéia è Gorgia, nell'Elogio di Elena:

«Di fascinazione e magia si sono create due arti, consistenti in errori dell'animo e in inganni della mente».

In generale possiamo dire che la magia inizia a configurarsi come un ambito d'azione ben preciso, distinto dalla religione (sebbene non a esso opposto, come si vedrà più avanti) nel momento in cui viene a formarsi una teologia precisa e si attestano le scienze naturali: in questa prospettiva, filosofi e scienziati diverranno - almeno apparentemente - nemici agguerriti dei maghi, considerati ciarlatani e impostori. In realtà, come si avrà modo di apprendere, magia e religione (soprattutto magia e religioni misteriche) si confonderanno spesso e volentieri, creando un affresco dai contorni e dalle tinte a prima vista confusi.

La terminologia romana

A Roma, i termini magus e magia vengono mutuati ovviamente dal greco; ma ciò avviene solo molto tardi, intorno al I secolo a.C. (cfr. Catullo e Cicerone, De divinatione e De legibus).
Se vogliamo rintracciare le parole esatte utilizzate per indicare l'attività di incanto e fascinazione (più o meno nociva), dobbiamo risalire alle Dodici Tavole, la cui terminologia si tramandò senza dubbio alcuno anche in età repubblicana. Infatti, se magus e magia divennero celebri nella prosa di Cicerone e nella poesia di Virgilio, in età augustea (riprendendo in questo senso il gusto poetico alessandrino), nel corpus legislativo delle Dodici Tavole si legge:

«Ne quis alienos fructus excantassit» ("Affinché nessuno faccia scomparire con incantesimi il raccolto di un altro", tramandatoci da Seneca).

Cita altresì Plinio il Vecchio:

«Qui fruges excantassit et alibi qui malum carmen incantassit».

Da notare che si tratta in entrambi i casi di magie relative alla sottrazione dei frutti del lavoro agricolo altrui: di un vicino, di un conoscente... La legge non punisce la magia, ma il furto attuato per suo tramite. Lo stesso accadeva ad Atene, dove non esistevano leggi specifiche contro le maledizioni magiche: per questo ce ne sono pervenute in gran numero proprio dall'Attica.

Particolare importanza aveva inoltre a Roma il veneficium, unica spiegazione plausibile nei casi di mors improvisa, per utilizzare la definizione di Ariès. Ce ne parla Tito Livio (VIII, 18), raccontando della morte misteriosa e repentina di alcuni primores civitatis (uomini pubblici di spicco), avvenuta nel 331 a.C., della quale furono accusate alcune nobili matrone: costrette a bere in tribunale i veleni che presumibilmente avevano preparato e somministrato agli uomini, morirono tutte all'istante.

Al di là della terminologia usata (carmen, mala carmina, magia...), va rilevato che la magia, nella Roma antica, passò attraverso due fasi distinte:

1) in età repubblicana si distingueva fra pratiche che nuocevano alla proprietà privata o alla salute delle persone (veneficium) e l'insieme di tutti gli altri rituali magici, privi di intenzioni malefiche: fra magia negativa e magia innocua, dunque;

2) in età giulio-claudia, il delitto di veneficium (avvelenamento) viene distinto dalla magia vera e propria e condannato come crimine puro e semplice.

[Continua.]

lunedì 1 marzo 2010

Del vento

Ho sempre amato molto il vento. Mi piace la sua forza, il suo fragore silenzioso - solo a tratti sussurrante.
E venerdì scorso, qui, si è alzato un vento fortissimo.


Immagine da Google.

Non appena me ne sono accorta, sono uscita, insieme ai gatti e al cane.
Le raffiche erano impetuose e formavano nel cortile mulinelli di foglie e rametti. La chioma del grande alloro ha cominciato a dimenarsi con grande strepito dei passeri, le nuvole correvano veloci, finché non sono scomparse del tutto, lasciando il cielo terso e luminoso.
Mi sono seduta sul gradino d'ingresso (la mia panchetta verde è ancora riparata nello sgabuzzino), ho abbracciato Mickey e ho lasciato che Cagliostro si allenasse alla caccia, correndo dietro alle foglie secche. Non appena riusciva ad afferrarne una, subito la portava in casa, come se fosse una vera preda. Avevo appena finito di pulire i pavimenti, ma l'ho lasciato fare: l'atmosfera era troppo "elettrica", per spezzarne la magia.
C'era un non so che di sospeso, come una lunga attesa che stesse per giungere a compimento.
Quando, infine, i cani della via e del circondario si sono messi ad abbaiare tutti insieme, il mio cuore ha sobbalzato: era un richiamo, il "la" dato a un'orchestra potente e invisibile.
Abbaiavano al Vento, chiamavano il Sole, risvegliavano la Terra!
Nelle case vicine, tutto silenzio. Solo il rumore di qualche imposta che sbatteva. Mi pareva di essere l'unica, a godere di quello spettacolo.
La gente, in genere, considera il vento fastidioso: scompiglia i capelli, mette in disordine i vestiti, fa volare le tegole, rovescia i vasi e strapazza i panni stesi ad asciugare.
Ma il vento è anche energhèia, nella sua forma più GRANDIOSA! E' una cavalcata, è il fragore del battito d'ali di mille e mille intelligenze celesti! Il Vento soffia sul Fuoco, riporta a noi voci e pensieri...

(Soffiava vento anche quest'estate, sulla collina di Micene, quando potevi sentire il "suo" ultimo delirio, davanti alla Porta dei Leoni...)

Sono rimasta fuori per un'ora, finché non ha cominciato a fare troppo freddo. Soltanto allora sono rincasata, soddisfatta: avevo avuto la mia Epifania...