
Da quando ho ripreso a insegnare, i miei studi vanno a rilento - lo ammetto. Passo infatti la maggior parte dei miei pomeriggi liberi a preparare le lezioni per la scuola, piuttosto che a "spulciare" i numerosi saggi che mi aspettano!
E' un sacrificio che non mi pesa, però: insegnare mi piace, l'ho sempre trovato molto creativo; e ancora di più lo è in una scuola di adolescenti "problematici" come quella in cui mi trovo ora.
A dispetto del mio scarso tempo libero (cosa di cui mi lamento spesso, a rischio di diventare monotona: chiedo scusa per questo a tutti gli sporadici lettori di questo quaderno virtuale...), di recente
mi sono trovata a riflettere sul fuoco, sulla sua invadenza all'interno della mia vita.
Altrettanto di recente e al contempo, tuttavia, ho meditato parecchio sull'importanza del
gatto nella mia vita movimentata.
Non è casuale che abbia deciso di aprire il mio primo blog dichiaratamente autobiografico (e, no, non metterò qui il link!) proprio in questo periodo; né è casuale che l'abbia intitolato proprio a uno dei miei più spudorati amori felini. (Avrete già indovinato di chi si tratta...)
I gatti hanno da sempre costituito un tratto distintivo del mio carattere, del mio essere IO nel mondo: tanto per fare un esempio, entrambi i miei genitori - per quanto amanti degli animali - hanno sempre preferito i cani ai gatti. Mio padre (da cui ho ereditato il carattere e molte passioni), addirittura, si trova in imbarazzo a trattare coi gatti: lo si intuisce dalle sue carezze, dai gesti che riserva ai felini domestici con cui entra sporadicamente in contatto.
Io, al contrario, fin da piccolina - pur amando moltissimo i cani, come dimostra il mio rapporto col fedele Mickey - ho sempre avuto un legame speciale coi gatti. Mi seguivano, mi "parlavano", apprezzavano il rispetto che, pur bambina, sentivo di dovere loro.
Il gatto è l'animale magico per eccellenza - e ogni gatto lo è a modo proprio, in misura maggiore o minore.
Il primo gatto con cui abbia condiviso parte della mia vita è stata Atena.
Nomen omen est: lei è stata la Guerriera, l'Indomabile e, nonostante il suo caratteraccio, l'ho amata in maniera viscerale. Negli anni della mia ribellione adolescenziale, lei era forte quando io mi trovavo (mio malgrado) a essere debole. Lei era opulenta (sette chili di miciona tigrata), mentre io pesavo trentotto chili e mi cullavo nel torpore dell'anoressia.
Dopo la morte di Atena, mia madre non volle saperne di prendere altri gatti: «Mi ha devastato casa, non voglio certo ripetere l'esperienza!». Come darle torto? Atena aveva avuto davvero la forza di un tornado, nel nostro piccolo appartamento di periferia.
Anche in questo frangente, tuttavia, i gatti hanno rappresentato la parte migliore della mia identità, costringendomi a compiere una scelta precisa: non appena mi sono resa autonoma economicamente, ho deciso, insieme a *C.*, di trasferirmi in campagna. E' stato quasi come se Atena mi avesse mostrato - nei suoi undici anni di vita e con la sua insofferenza verso ninnoli e soprammobili - quale fosse l'ambiente più adatto per me. E' stata lei a suonare la nota d'inizio; gli altri gatti della mia vita hanno fatto il resto.
Appena trasferitami a D., è arrivata Clizia, bellissima gatta color grigio scuro, dal pelo lungo, abbandonata dai miei vicini di casa che, pur rivendicandone egoisticamente la proprietà, non si sono mai curati di lei e per quattro anni l'hanno fatta vivere in strada, esposta alle intemperie (Clizia! Così bella e consapevole di esserlo, costretta a dormire giorno e notte nella polvere della strada!), alimentandola poco e male. E' diventata cieca un anno dopo il suo "trasferimento" in casa nostra e, da quel momento, è divenuta ufficialmente "la Veggente", colei che ci apre la strada verso l'Invisibile.
Clizia avanti, quindi, e Cagliostro al mio fianco, poiché lui (unico gatto maschio) è la mia guida

affidabilissima.
E' stata proprio la Nera Pestilenza (come amo chiamarlo ironicamente), durante l'ultima incursione del "Cappellaio Matto" (i nomi in codice sono d'obbligo, mi perdonerete...), a darmi il segnale di quanto la misura fosse colma. Infatti, mentre l'ipocrita stava in piedi davanti a me, vomitandomi addosso cattiverie (ero cerebralmente assopita? Come ho potuto
permetterlo?) Cagliostro è salito sul divano e mi si è seduto accanto. Non si è acciambellato come fa di solito, simile a una piccola sfinge; ma è rimasto ben dritto, le zampette congiunte, a fissare il Cappellaio.
Notai che il suo sguardo si era indurito: per quanto impenetrabile, il mio "Cagliostrillo" non ha mai un'espressione dura. Assente, forse. Svagata. Lazzarona. Ma dura mai. Invece, quel pomeriggio, assomigliava, più che a un gatto, a una piccola divinità egizia irata.
Ne rimasi colpita - e "lo vidi" all'improvviso: non era semplicemente
seduto; era "
a guardia" del mio equilibrio - di ciò che poteva restare della donna (della
strega!), affinché non andasse in frantumi. Una lezione che non dimenticherò mai.
Di Emma, ultima arrivata, devo ancora farmi un'idea precisa: accade sempre così, la "
maghéia" dei miei famigli riesco a scoprirla solo ascoltando nel tempo i segnali. Il legame strega/famiglio (almeno per ciò che mi riguarda) si crea lentamente, stagione dopo stagione, avvenimento dopo avvenimento.
Perché ho scritto tutto questo? Quale il bandolo di queste disordinate riflessioni?
Ho scribacchiato questo post a più riprese: ogni giorno ne ho aggiunto un pezzetto, senza seguire uno schema preciso. Nel frattempo, ho avuto modo di leggere le considerazioni di Nyctea e di Tain sugli animali... Ho letto di come ritorni puntuale, nelle nostre chiacchiere stregonesche, il preciso il riferimento ai
symbola e ai messaggi che gli animali ci inviano in determinati momenti del Cammino.
E allora... ecco, forse è di questo che ho bisogno
adesso: dell'
osservazione dei MIEI famigli (prima ancora che di quella degli animali del bosco e della campagna), che più di ogni altra creatura vivente mi conoscono e vedono (coi loro occhi segnati dalla
maghéia) avanti - ben più avanti di quanto non riesca a fare io! - lungo il Sentiero che
stiamo percorrendo. Ho necessità delle loro
parole mute, delle ricorrenze che si intrecciano, delle
corrispondenze che non sono semplici "coincidenze", ma costituiscono la trama di un ordito preciso.
Sono loro - i miei famigli - il mio equilibrio, la bussola che mi consente di non perdere la direzione neppure nei momenti più terribili di bufera.
Ho cominciato coi gatti e, trattandosi di gatti, non poteva uscirne uno scritto ordinato e coerente. Prometto di tornare sull'argomento, in maniera più proficua per tutti...
Questa volta, mi limito a chiudere con l'amato Baudelaire:
Un bel gatto forte, dolce e vezzoso
Passeggia nel mio cervello
Come a casa sua.
Si sente appena quando miagola,
Per quanto il tono è tenero e discreto;
Ma la voce è sempre profonda e ricca,
Sia che brontoli o s'acqueti.
Questo il suo incanto e il suo segreto.
Come penetra e filtra questa voce
Nell'intimo mio più tenebroso!
Mi riempie come un verso numeroso
E mi rallegra come un filtro!
Che quiete per i mali più crudeli!
Racchiude in sé tutte le estasi!
Non le servono parole
Per dire le più lunghe frasi.
L'unico archetto che morde
Sul perfetto strumento del mio cuore
E fa cantare più regalmente
La più vibrante corda
È la tua voce, gatto misterioso,
Gatto serafico, gatto strano!
Tutto in te, come in un angelo,
E' sottile ed armonioso!