lunedì 31 gennaio 2011

Delle Stelle (proprio ora...)

Per me Clizia è "la veggente". La storia la conoscete quasi tutti: è stata lei a scegliermi, a rinunciare alla sua vita di "gatta da strada"; libera, senza dubbio, ma anche dura e costellata di pericoli. E lo ha fatto un anno esatto prima che la sua malattia la rendesse quasi del tutto cieca - e dunque vulnerabile a qualsiasi tipo di minaccia esterna: gli altri gatti, il transito delle automobili, i bambini pestiferi e rumorosi.
Semplicemente si è presentata davanti al mio cancello, ha fatto capolino e, da quel lontano pomeriggio di novembre, ha deciso che avrebbe abbandonato la sua casa d'origine (ammesso che possa definirsi tale un luogo abitato da persone che abbandonano i propri animali in mezzo alla strada!) per trasferirsi nella mia.
Come opporsi a tale educata ostinazione?

Chiamatemi sciocca, ma ho sempre creduto che Clizia avesse "sentito" la propria malattia, prendendo così per tempo la giusta decisione.
Per questo ho piena fiducia nella sua "vista": come ogni indovino cieco, lei può vedere cose che a noi (a me, agli altri famigli...) sono negate.

Non a caso, dunque, uso spesso con lei i "trionfi". Lo faccio utilizzando il numero sei, dalle lettere del suo nome.

(Altro "indizio": non le ho dato io il nome che porta; glielo avevano dato i vecchi proprietari - che di certo non sono persone amanti della mitologia greca né della poesia. Eppure, per la mia gattona grigia, a suo tempo scelsero l'insolito nome di Clizia che - racconta il mito - fu la ninfa innamorata di Apollo, che decise di trasformarsi in girasole per poter tenere sempre lo sguardo fisso sul sole. Di nuovo la "seconda vista"...)

Oggi pomeriggio abbiamo pescato le Stelle.
Ho girato la carta, l'ho messa sulla scrivania e lei ci si è appollaiata sopra, come fa sempre.

Ancora una volta le Stelle; un simbolo che torna di frequente in questo periodo della mia vita.
Penso all'albero - e alla nuova casa.
Alla necessità di spogliarsi(mi) del passato, dei vecchi schemi, delle distrazioni accumulate durante il mio solito insopportabile Sonno della Stagione Oscura - e alla donna (Lilith primigenia) che rinasce, liberandosi dai propri vincoli.
Nel mazzo che uso abitualmente (un bel mazzo in stile art nouveau, regalatomi da mio nonno qualche anno fa), la carta delle Stelle reca l'immagine di due donne. Una bionda e una bruna (gli Opposti, la costante ricerca dell'Equilibrio - requisito indispensabile per gestire al meglio l'energhéia) che intrecciano le loro mani a sorreggere una stella (la Luce - che scaturisce dall'unione fra Luminosità e Tenebra). Anche i loro capelli (biondi e neri) si annodano, celando in parte l'Albero (Conoscenza e Immortalità).
L'ho osservato a lungo, questo disegno dalle linee aggraziate: mi rasserena e mi consola. Mi sprona ad avere speranza nel cambiamento, nella Rinascita che parte dalle cose piccole, terrene, per coinvolgere infine (microcosmo - macrocosmo) tutto il nostro essere in accordo col Creato.


Le Stelle e l'Armonia...

Perché trascrivo queste riflessioni - abbastanza inutili, ai fini del blog?
Perché ogni Rinascita richiede costanza: nessun seme può bucare la terra ancora fredda in primavera, se non dando prova di grande tenacia.
E così anch'io (anche noi - Strega e famigli!) dovrò tenere fede alla mia "illuminazione", passo dopo passo, parola dopo parola...

domenica 2 gennaio 2011

Dei gatti, dell'equilibrio e delle corrispondenze

Da quando ho ripreso a insegnare, i miei studi vanno a rilento - lo ammetto. Passo infatti la maggior parte dei miei pomeriggi liberi a preparare le lezioni per la scuola, piuttosto che a "spulciare" i numerosi saggi che mi aspettano!
E' un sacrificio che non mi pesa, però: insegnare mi piace, l'ho sempre trovato molto creativo; e ancora di più lo è in una scuola di adolescenti "problematici" come quella in cui mi trovo ora.
A dispetto del mio scarso tempo libero (cosa di cui mi lamento spesso, a rischio di diventare monotona: chiedo scusa per questo a tutti gli sporadici lettori di questo quaderno virtuale...), di recente mi sono trovata a riflettere sul fuoco, sulla sua invadenza all'interno della mia vita.
Altrettanto di recente e al contempo, tuttavia, ho meditato parecchio sull'importanza del gatto nella mia vita movimentata.

Non è casuale che abbia deciso di aprire il mio primo blog dichiaratamente autobiografico (e, no, non metterò qui il link!) proprio in questo periodo; né è casuale che l'abbia intitolato proprio a uno dei miei più spudorati amori felini. (Avrete già indovinato di chi si tratta...)
I gatti hanno da sempre costituito un tratto distintivo del mio carattere, del mio essere IO nel mondo: tanto per fare un esempio, entrambi i miei genitori - per quanto amanti degli animali - hanno sempre preferito i cani ai gatti. Mio padre (da cui ho ereditato il carattere e molte passioni), addirittura, si trova in imbarazzo a trattare coi gatti: lo si intuisce dalle sue carezze, dai gesti che riserva ai felini domestici con cui entra sporadicamente in contatto.
Io, al contrario, fin da piccolina - pur amando moltissimo i cani, come dimostra il mio rapporto col fedele Mickey - ho sempre avuto un legame speciale coi gatti. Mi seguivano, mi "parlavano", apprezzavano il rispetto che, pur bambina, sentivo di dovere loro.
Il gatto è l'animale magico per eccellenza - e ogni gatto lo è a modo proprio, in misura maggiore o minore.
Il primo gatto con cui abbia condiviso parte della mia vita è stata Atena. Nomen omen est: lei è stata la Guerriera, l'Indomabile e, nonostante il suo caratteraccio, l'ho amata in maniera viscerale. Negli anni della mia ribellione adolescenziale, lei era forte quando io mi trovavo (mio malgrado) a essere debole. Lei era opulenta (sette chili di miciona tigrata), mentre io pesavo trentotto chili e mi cullavo nel torpore dell'anoressia.
Dopo la morte di Atena, mia madre non volle saperne di prendere altri gatti: «Mi ha devastato casa, non voglio certo ripetere l'esperienza!». Come darle torto? Atena aveva avuto davvero la forza di un tornado, nel nostro piccolo appartamento di periferia.
Anche in questo frangente, tuttavia, i gatti hanno rappresentato la parte migliore della mia identità, costringendomi a compiere una scelta precisa: non appena mi sono resa autonoma economicamente, ho deciso, insieme a *C.*, di trasferirmi in campagna. E' stato quasi come se Atena mi avesse mostrato - nei suoi undici anni di vita e con la sua insofferenza verso ninnoli e soprammobili - quale fosse l'ambiente più adatto per me. E' stata lei a suonare la nota d'inizio; gli altri gatti della mia vita hanno fatto il resto.
Appena trasferitami a D., è arrivata Clizia, bellissima gatta color grigio scuro, dal pelo lungo, abbandonata dai miei vicini di casa che, pur rivendicandone egoisticamente la proprietà, non si sono mai curati di lei e per quattro anni l'hanno fatta vivere in strada, esposta alle intemperie (Clizia! Così bella e consapevole di esserlo, costretta a dormire giorno e notte nella polvere della strada!), alimentandola poco e male. E' diventata cieca un anno dopo il suo "trasferimento" in casa nostra e, da quel momento, è divenuta ufficialmente "la Veggente", colei che ci apre la strada verso l'Invisibile.
Clizia avanti, quindi, e Cagliostro al mio fianco, poiché lui (unico gatto maschio) è la mia guida affidabilissima.
E' stata proprio la Nera Pestilenza (come amo chiamarlo ironicamente), durante l'ultima incursione del "Cappellaio Matto" (i nomi in codice sono d'obbligo, mi perdonerete...), a darmi il segnale di quanto la misura fosse colma. Infatti, mentre l'ipocrita stava in piedi davanti a me, vomitandomi addosso cattiverie (ero cerebralmente assopita? Come ho potuto permetterlo?) Cagliostro è salito sul divano e mi si è seduto accanto. Non si è acciambellato come fa di solito, simile a una piccola sfinge; ma è rimasto ben dritto, le zampette congiunte, a fissare il Cappellaio.
Notai che il suo sguardo si era indurito: per quanto impenetrabile, il mio "Cagliostrillo" non ha mai un'espressione dura. Assente, forse. Svagata. Lazzarona. Ma dura mai. Invece, quel pomeriggio, assomigliava, più che a un gatto, a una piccola divinità egizia irata.
Ne rimasi colpita - e "lo vidi" all'improvviso: non era semplicemente seduto; era "a guardia" del mio equilibrio - di ciò che poteva restare della donna (della strega!), affinché non andasse in frantumi. Una lezione che non dimenticherò mai.
Di Emma, ultima arrivata, devo ancora farmi un'idea precisa: accade sempre così, la "maghéia" dei miei famigli riesco a scoprirla solo ascoltando nel tempo i segnali. Il legame strega/famiglio (almeno per ciò che mi riguarda) si crea lentamente, stagione dopo stagione, avvenimento dopo avvenimento.

Perché ho scritto tutto questo? Quale il bandolo di queste disordinate riflessioni?
Ho scribacchiato questo post a più riprese: ogni giorno ne ho aggiunto un pezzetto, senza seguire uno schema preciso. Nel frattempo, ho avuto modo di leggere le considerazioni di Nyctea e di Tain sugli animali... Ho letto di come ritorni puntuale, nelle nostre chiacchiere stregonesche, il preciso il riferimento ai symbola e ai messaggi che gli animali ci inviano in determinati momenti del Cammino.

E allora... ecco, forse è di questo che ho bisogno adesso: dell'osservazione dei MIEI famigli (prima ancora che di quella degli animali del bosco e della campagna), che più di ogni altra creatura vivente mi conoscono e vedono (coi loro occhi segnati dalla maghéia) avanti - ben più avanti di quanto non riesca a fare io! - lungo il Sentiero che stiamo percorrendo. Ho necessità delle loro parole mute, delle ricorrenze che si intrecciano, delle corrispondenze che non sono semplici "coincidenze", ma costituiscono la trama di un ordito preciso.
Sono loro - i miei famigli - il mio equilibrio, la bussola che mi consente di non perdere la direzione neppure nei momenti più terribili di bufera.

Ho cominciato coi gatti e, trattandosi di gatti, non poteva uscirne uno scritto ordinato e coerente. Prometto di tornare sull'argomento, in maniera più proficua per tutti...
Questa volta, mi limito a chiudere con l'amato Baudelaire:

Un bel gatto forte, dolce e vezzoso
Passeggia nel mio cervello
Come a casa sua.
Si sente appena quando miagola,
Per quanto il tono è tenero e discreto;
Ma la voce è sempre profonda e ricca,
Sia che brontoli o s'acqueti.
Questo il suo incanto e il suo segreto.
Come penetra e filtra questa voce
Nell'intimo mio più tenebroso!
Mi riempie come un verso numeroso
E mi rallegra come un filtro!
Che quiete per i mali più crudeli!
Racchiude in sé tutte le estasi!
Non le servono parole
Per dire le più lunghe frasi.
L'unico archetto che morde
Sul perfetto strumento del mio cuore
E fa cantare più regalmente
La più vibrante corda
È la tua voce, gatto misterioso,
Gatto serafico, gatto strano!
Tutto in te, come in un angelo,
E' sottile ed armonioso!

sabato 20 novembre 2010

Del fuoco che segue i miei passi

Sono sempre stata molto sensibile alle affinità fra gli individui e i loro elementi d'elezione. O meglio, più che di affinità dovrei parlare di modalità d'interazione...
Io, ad esempio, ho un rapporto molto conflittuale col "mio" elemento (l'aggettivo possessivo DEVE essere virgolettato!), il fuoco, poiché lo temo, lo fuggo e lo inseguo al tempo stesso.
Anzi, potrei davvero dire che tutta la mia vita si è svolta e si svolge tuttora tra le frequenti fughe dal "fuoco" (la parte più infera e difficile da gestire di me stessa) e i conseguenti ritorni all'elemento originale.
Penso che poche donne abbiano desiderato più di me essere avvolgenti, liquide e "acquatiche" e abbiano con altrettanta tenacia lottato contro la contraria forza dirompente e mascolina del fuoco.
Passo giornate, settimane, mesi a "limarmi", a smussare i lati più irascibili e antipatici del mio carattere; ingoio amari bocconi convinta che, se saprò reprimere la furia, poi mi sentirò più a mio agio con me stessa e potrò finalmente godere di un po' di pace...
A volte è così. A volte l'incanto dura per un'intera stagione.
Ma alla fine il fuoco ha SEMPRE il sopravvento e spesso mi sorprendo a scoprirlo liberatorio...
Se riuscissi a veicolarlo nella giusta direzione, forse troverei pace.
Forse, mi viene da pensare, addirittura è per questo che detesto così tanto la Stagione Oscura: il mio fuoco potrebbe e saprebbe scaldarla; ma si raffredda per periodi troppo lunghi, dentro di me, e ogni anno il Generale Inverno mi coglie impreparata e tremante...


L'indimenticato fuoco dell'Eclisse.

martedì 7 settembre 2010

Dell'acqua in Provenza

In Provenza ho incontrato i quattro elementi: la terra nelle rassicuranti, fertili colline del Luberon e nelle suggestive rosse terre di Roussillon; l'aria con il mistral, che ha iniziato a soffiare impetuoso a due giorni dal nostro arrivo (i miei cupi pensieri, guarda caso, hanno iniziato a disperdersi proprio all'arrivo del vento...); il "fuoco" nel rosso della già menzionata ocra di Roussillon; e infine l'acqua: nel mare della costa, certo, ma soprattutto nella sorgente di Fontaine-de-Vaucluse.

Le "chiare, fresce e dolci acque" di Fontaine-de-Vaucluse (sulla cui riva Francesco Petrarca aveva una bella casetta, completa di giardino) sgorgano da sotto terra e hanno origini antichissime: pare che risalgano addirittura al Cretaceo, alla fine dell'era secondaria.
Poiché il sottosuolo della Vaucluse è particolarmente ramificato, le acque infiltratesi attraversano gli strati calcarei e raggiungono una voragine fatta a forma di scafo di nave. Man mano che il livello cresce, le acque escono in superficie seguendo l'unico sbocco esistente: la falla (profondissima) di Fontaine-de-Vaucluse.


Il placido scorrere delle acque di Fontaine-de-Vaucluse.

Questa la "storia": nel piccolo, delizioso paese che circonda la "fontana" ho comperato un libretto che racconta tutte le tappe delle ricerche speleologiche.
Ma, al di là di questi particolari (pure interessantissimi, per i quali vi rimando al sito dell'Ufficio del Turismo di Fontaine), ciò che mi preme descrivere è la fortissima energhéia di questo luogo.
Molti artisti l'hanno percepita nel corso dei secoli. Parlo di Petrarca, naturalmente; ma anche di René Char, Chateaubriand...
L'energia dell'elemento acqua è femminile e purificatrice nella sua pericolosità.
Non mi sono mai sentita particolarmente a mio agio nelle strette vicinanze del mare o di un corso d'acqua: segno tangibile della mia scarsa dimestichezza con questo elemento. Tuttavia ne avverto la forza e, come dicevo, la purezza.
A Fontaine-de-Vaucluse, il rumore che provocano le piccole cascate della sorgente è catartico.
L'acqua è limpida e, sotto la sua superficie, le piante e le alghe, di un bel verde brillante, ondeggiano come capelli di donna.
Potrebbe uscirne una divinità femminile, pronta a ghermire e a trascinare. La seduzione di morte è fortissima: queste scintillanti profondità reclamano un tributo. Mentre sono seduta sulle loro rive, al sole, col mio quadernetto nero aperto sulle ginocchia, penso che la morte per affogamento sia una specie di regressione, un ritorno destinato a ri-solvere, sciogliere, liberare. Un percorso compiuto camminando all'indietro, con un dito sulle labbra.
Vedere un volto sparire nelle profondità della sorgente...

Già le popolazioni antiche si erano accorti del potenziale energetico, sacro, di questo luogo: i Galli e poi i Romani eressero numerosi templi e altari, per venerare la magnificenza (è il caso di dirlo!) di queste acque: nelle profondità della sorgente sono state ritrovate molte monete antiche (offerte alle divinità acquatiche) e, significativamente, nel 442 un decreto del Concilio di Arles precisa che «un vescovo non deve permettere che nella sua diocesi gli infedeli accendano torce o che adorino alberi, sorgenti o rocce»: segno che gli antichi culti erano ben lungi dall'essere stati abbandonati.
Nel 1974 fu scoperto in paese un piccolo altare votivo d'origine gallo-romana, rappresentante una divinità maschile guaritrice. Il dio ha grandi orecchie in cui sono stati prodotti dei fori, affinché sentisse meglio le suppliche dei suoi fedeli: la piccola sorgente del vallone pare che portasse guarigione agli occhi malati. E su questa proprietà dell'acqua di restituire la "vista" (con tutte le valenze semantiche che questo termine può avere) ci sarebbe da discutere parecchio...
Eros e thanatos si legano indissolubilmente in prossimità di questa sorgente: pulsione di vita (rigeneratrice) e, come ho già scritto, seduzione di morte (purificatrice): la morte quale via - unica e potentissima - di rigenerazione...


Il dio risanatore di Fontaine-de-Vaucluse.

S'egli è pur mio destino,
e 'l cielo in ciò s'adopra,

ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino

corpo fra voi ricopra,

e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda

se questa spene porto

a quel dubbioso passo:

ché lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto

né in più tranquilla fossa

fuggir la carne travagliata et l'ossa.


(F. Petrarca, Chiare, fresche et dolci acque)

lunedì 6 settembre 2010

Delle parole, del silenzio

Avevo promesso che sarei tornata per parlare della Provenza - e già mi contraddico, perché questo post verterà piuttosto sull'importanza del SILENZIO.

Lo spunto mi è venuto da un bell'articolo di Nyctea, sebbene su questi argomenti sia solita arrovellarmi almeno una volta al giorno. ("Qualcuno" dice che io penso troppo: sappiate che sono illazioni!...)

Nel quotidiano noi tutti siamo subissati da suoni, imput, chiacchiere e distrazioni di ogni genere. Suggestioni forse affascinanti, ma tanto rapide ed effimere da non lasciare traccia alcuna nel nostro animo.
Viviamo in una società abituata a berciare, piuttosto che a parlare.



Il verbo parlare deriva dal latino parabola, che in origine aveva il significato di "insegnamento", "narrazione allegorica": la "parola", dunque, ab initio come trasmissione di sapere, piuttosto che quale vana e sciocca chiacchiera.

Oggi, per contro, pare che si debba parlare per forza: interpretiamo il silenzio protratto di un amico o di una persona amata come un atto di imperdonabile indifferenza e al tempo stesso godiamo di chiacchiere senza senso: pettegolezzi, banalità, battutine al vetriolo...
Non dico che ogni volta che si apre bocca si debba per forza produrre pillole di saggezza (lungi da me l'intellettualismo!), ma la vanità dei nostri tempi e il clamore che ci confonde, impedendoci di seguire il nostro sentiero e di distinguere il Vero dal Falso, il Bene dal Male, sono innegabili.

Per questo sarebbe utile (indispensabile!) rivalutare la Parola nel suo senso più prezioso: la trasmissione nei tempi corretti di un concetto utile.
Ho evidenziato "nei tempi corretti" proprio perché, al pari della parola, anche il SILENZIO è necessario.
Esistono rapporti umani (io stessa ne ho fatto e ne faccio tutt'ora esperienza) che procedono per anni - ed è logico pensare che si estenderanno per l'intera durata dell'esistenza terrena - proprio perché sanno rispettare i giusti tempi di connessione: lunghi silenzi, forse, che si aprono simultaneamente (dall'uno e dall'altro lato: è questa l'armonia!) in dialoghi fitti, soddisfacenti, carichi di spunti, informazioni - autentiche occasioni di crescita interiore... Ecco, in questi rapporti si riconosce la bellezza del Cosmo, la sua armonia superiore si riflette nelle piccole cose concrete, lasciandoci stupefatti e affascinati.
Non serve "esperienza" per stringere rapporti di questo tipo; forse una certa dose di fortuna nell'incontrare le persone giuste... ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.
Occorre piuttosto pazienza e... un buon orecchio musicale. Dico "musicale" perché in questo caso come in musica e in poesia (poiesi!) è imperativo saper rispettare i tempi: i propri e quelli altrui. E, anziché cercare di costringere noi stessi e chi ci sta accanto in rapporti precostituiti, castranti (simili a tante piccole scatoline in cui dobbiamo per forza far entrare il nostro io e quello altrui), tentare di scorgere il sensum superiore che ci regola, mettendoci alla prova costantemente, e che di certo non obbedisce alle sciocche regole di questo mondo.

Parlo, sì, del "senso superiore delle cose", dell'ombra sfolgorante che sta dietro agli accadimenti di ogni giorni: nulla succede per caso. Dobbiamo sforzarci di com-prendere il symbolum e di non perdere la rotta che per noi è stata tracciata. Non parlo di destino - o di provvidenza: sono concetti che non mi appartengono. Parlo di connessioni, di liens, di compenetrazioni...
Parlo del velo che si solleva, lasciandoci abbagliati e folgorati.
Parlo del velo che si solleva - appunto - attraverso le giuste parole e i silenzi lasciati intatti...

Non so quanto ci sia di logico o di comprensibile in ciò che ho scritto.
Di certo, in questo momento, io ho ben chiara quale sia la direzione da seguire...

domenica 5 settembre 2010

Di quanto sia bello tornare - a patto di poter poi ripartire...

E anche questa volta sono tornata.
Carica di nuova potente Energhéia e di progetti che si affollano nella mente.
In Provenza ho sperimentato l'Acqua, l'Aria, la Terra e il Fuoco in una sinergia appassionante. Ora sento di essere più forte e determinata, meno ansiosa riguardo a ciò che dovrà accadere nel prossimo futuro (l'arrivo della Stagione Oscura, coincidente con la fine del mio contratto di lavoro ecc.).
Parlerò presto delle riflessioni che ho "prodotto" in viaggio e spero di riuscire a postare in tempi relativamente brevi (sono sempre così... "tartaruga" in queste cose!) anche qualche foto.
Per ora voglio solo scrivere di quanto sia meraviglioso riscoprirsi Vivi dopo un periodo di Sonno - e quanto sia perfetto (non riesco a trovare altri aggettivi) riflettere a un livello superiore sui fatti che ci accadono. Tutto è collegato. La rete, l'intreccio... non possono sbagliare. Il nostro cammino ci fornisce costantemente segnali, symbola... tutto sta a saperli interpretare!
Ho delirato? Forse sì!
In ogni caso... a presto...

Lo splendido "labirtinto" di © Jacek Yerka.

martedì 24 agosto 2010

Della partenza e dei cavalli balzani

Non ve lo nascondo, mi sono smarrita.
Smarrita come non credevo fosse più possibile - per me.
Sono tornati il buio, la confusione, la paura.
Un'estate "meridiana" più che mai, la mia, carica di tensione.
A questo punto, spero che la Stagione Oscura sia più positiva di quanto non lo sia mai stata in passato. Necessito di silenzio e di calma. Di ri-trovarmi. E qui, ora, c'è troppo clamore.


Nel Bosco, lo scorso Calendimaggio...

Per il momento parto. Vado in Provenza per qualche giorno.
Mi hanno detto che è una terra con buone energie. (Sto meditando di tornare in analisi e, mentre aspetto, approfondisco con tenacia il discorso sull'energhéia: dopo alcune letture e discussioni, ho finalmente trovato il bandolo della matassa del mio rapporto con M. Condividiamo la stessa energhéia, non poteva essere altrimenti...)

Vorrei avere tempo per spiegare, tempo per scrivere... ma non ne ho.
Sono sempre così discordante, nel seguire il mio Sentiero!
Balzana. Così mi diceva mia madre: «Sei balzana».

L'etimologia di questo aggettivo deriva dal latino baucennus, termine che indicava i cavalli dal manto pezzato bianco e nero, comunemente ritenuti di indole poco mansueta.
E io sono decisamente poco mansueta - soprattutto con me stessa. Mi provoco ferite profonde, a causa delle quali fatico a ritornare sulla mia strada: sono troppo debole - mi dico - ho perso troppo "sangue".

Ma ora basta, con le divagazioni.
Parto domani e tornerò il 3 di settembre.
Fino ad allora, buona Fine Estate a tutti: modererò i vostri commenti al mio ritorno...

La mia casa è piena di ospiti, ma chi sono veramente costoro?