mercoledì 29 febbraio 2012

Del risveglio. E del silenzio...

Avete mai visto una Bella Addormentata svegliata di soprassalto? O Biancaneve destata dal berciare di folle inferocite, di donne volgari, di personaggi dalla dubbia moralità? Per carità.
Le fiabe, come sempre, trasmettono verità profonde - senza dar l'impressione di volerci fare la ramanzina.
Potrei scomodare Propp, su questo argomento. E invece (data la modestia di queste paginette virtuali) preferisco andare per immagini e suggestioni.

Ci stiamo avvicinando al Risveglio a passi da gigante (da gigantessa, sarebbe meglio dire...): le temperature che si alzano, il sole che si fa sempre più caldo, la terra che si risveglia. E' ora di seminare, di preparare orti e giardini. I gatti si fanno giorno dopo giorno meno indolenti: vogliono uscire, tornare ad esplorare il territorio... Segnali esteriori di una rinascita che viene dal profondo, ctonia e inarrestabile. Senza di essa, il sonno sarebbe eterno e si entrerebbe nella dimensione ou-topica del "Falciatore".
E invece no: ci si ri-genera, si riprende il Cammino nel sole, nella frenesia dei preparativi necessari per il ritorno alla Vita, dopo la parentesi d'acqua e di oscuro.
A patto, naturalmente, che si sia ben lavorato (prova ne saranno le nostre esistenze!) - e che ben si intenda il valore del Risveglio.
Molte persone (che non hanno intrapreso un determinato Cammino) considerano il periodo che precede l'Equinozio semplicemente come una fase di frenesia vegetativa e metabolica - e, ahinoi!, lo stesso fanno anche coloro che dovrebbero una maggiore consapevolezza in materia...

Sotto il segno dell'(umana) arroganza e della mancanza di consapevolezza,
un risveglio può risultare spiacevole...
Ogni anno, infatti, mi meraviglio della "faciloneria" con cui viene affrontata la "fase di risalita": come se il Risveglio non avesse bisogno di delicatezza, di consapevolezza e di una precedente purificazione (nelle fiabe spesso rappresentata simbolicamente dal viaggio dell'eroe nelle regioni del buio). Il ritorno alla luce non può prescindere dalla fase di nigredo. E guardarsi allo specchio, si sa, non è facile per nessuno.

Per quel che mi riguarda, preferisco (in queste settimane come non mai!) la via del Silenzio, che contrappone la parola (spesso ridondante, superflua; appannaggio di un sistema oppressivo maschile) alla Parola magica.
A tale proposito, ritengo interessanti alcuni passaggi del bellissimo romanzo di Laura Pariani La valle delle donne lupo.
«Però adesso basta. Ha parlato troppo. Il mondo è avvelenato dalle parole. Le parole sono una trappola. Si comincia a morire attraverso la bocca, come i pesci, diceva sopà: era uno che parlava poco, diceva che lingua sciolta è all'uso delle beghine; che l'uomo nelle situazioni difficili più risparmia la lingua e meglio avanza verso il suo scopo. Chiaro che lo diceva perché era maschio: agli uomini non piace se le donne parlano; epperciò loro tiran fuori sempre sentenze dei seculòrum per convincere le donne a tacere. [Lara!] A parte questo, lei è convinta che, efforse sì, bisognerebbe trovare un altro modo di esprimersi, un nuovo linguaggio in cui si possa comunicare con leggerissimi segni, come gli animali. Ci rendiamo conto di come le bestie sono libere senza il nostro armamentario di paroloni grdiati a voce scannarozzata?» (Laura Pariani, La valle delle donne lupo, p. 186)
Al cattivo uso della parola assistiamo tutti i giorni: nei talk show televisivi, nelle chiacchiere sui social network, sulle polemiche (sterili, inutili) portate avanti da noi stessi, amici, conoscenti, familiari... Viceversa, la Parola magica, per esprimersi, ha bisogno di un codice tutto suo, fatto di silenzio e di parole confuse, masticate e rimasticate, rese incomprensibili per il resto del mondo: le distrazioni non sono ammesse.
«Ché ogni forza sta nella lingua, nella parola ben masticata nella testa, la sciura non lo sapeva? Naturalmente lei sta pensando della parola di preghiera, giusta e pesata, non del purparlé che fa solo schiuma di bocca.» (p. 113)
 Distrazioni e clamore non sono ammessi: il rumore inutile è blasfemo... Ed esiste forse clamore più stupido e dannoso di quello provocato da ruspe e lacrimogeni in Val Susa?




A voi commenti e riflessioni. Io preferisco non aggiungere altro.

venerdì 24 febbraio 2012

Della conclusione del Cammino invernale - Parte II

♦ II parte: maschere e risvegli ♦
I parte



Dalle radici pre-cristiane del "nostro" Carnevale al symbolum della maschera il passo è breve...
Ovvio che in questo post non pretendo di scrivere un trattato accademico sul simbolismo di questo complesso periodo. Non è davvero il mio intento né sarebbe questa la sede più opportuna...
Tuttavia il fil rouge che unisce queste suggestioni attraverso il tempo e lo spazio mi pare abbastanza evidente; e la maschera, devo ammetterlo, mi sembra l'immagine più evocativa, la più adatta a riassumere l'insieme di suggestioni che accompagnano il dipanarsi del Cammino nell'ultima fase dell'inverno.

Maschera come emblema di morte, come veicolo tra un mondo e l'altro - metafora estrema che è viaggio e superamento del limite.
Donato Bosca ricorda come l'etimologia del termine "masca" (la strega piemontese per eccellenza) possa essere ricondotta all'idea di metamorfosi cui il mascheramento presiede:
«Secondo questa teoria dal verbo arabo masakha, che in una sua accezione significa "trasformare in animale", si arriva al sostantivo maskh, che indica l'operazione stessa della trasformazione.»
La prima suggestione è dunque di tipo visivo e rimanda senz'altro all'immagine della maschera: le masche, infatti, amano ricorrere alla metamorfosi per portare a compimento i loro (nefandi!) propositi. Le si può incontrare trasformate in cane, gatto, caprone o gallina, nelle ore di "confine", quando la campagna è immota... e allora conviene recitare forte tutte le preghiere che si conoscono!
La seconda suggestione (a mio avviso più pertinente) è invece di tipo uditivo, legata alla parola:
«"Masca" è un nome occitano che indica lo stile malefico di alcune donne. Non sai che le streghe borbottano scongiuri? Murmurant carmina? Gli spagnoli dicono mascar per masticare, biascicare, da cui il verbo "mascellare", ossia bofonchiare insulti e orazioni.» (D. Bosca, Masca, ghigna fàussa, pp. 16-17)
Parola rovesciata - in quanto parola magica; parola travestita, mascherata, resa indecifrabile secondo i canoni del linguaggio comune.
In ogni caso la "maschera" ci riporta all'ou-topico, all'incontro fra mondi contrapposti e al tempo stesso comunicanti - incontro che conduce allo svelamento e non di rado alla morte.

Del resto, l'analogia tra la morte e la mascherata (la Morte mascherata!) è antica e percorre indenne i secoli: dalle maschere funerarie a quella di Medusa, per giungere sino a La mascherata della Morte Rossa di E. A. Poe:
«Nelle prime sei sale batteva febbrile il cuore della vita e le maschere turbinavano gaie. Così, di ora in ora, la festa si trascinò sempre più pazza, finché, d'un tratto, l'orologio non prese a battere la mezzanotte. Allora la musica cessò di colpo, i danzatori interruppero le proprie evoluzioni e ogni movimento si irrigidì. Erano ben dodici i colpi che la campana dell'orologio avrebbe dovuto scandire; ci sarebbe stato più tempo perché la riflessione si insinuasse nella mente dei più folli gaudenti.
Ed ecco, prima che l'eco dell'ultimo rintocco si fosse del tutto perduta nel silenzio, molti fra la folla ebbero modo di notare la presenza di una strana maschera, sin allora sfuggita all'attenzione generale. La voce di quella nuova presenza si sparse rapidamente attorno, sussurrata di bocca in bocca, finché dall'intera compagnia non si levò un brusìo generale di disapprovazione e sopresa, presto degenerato in esclamazioni di terrore, di orrore e di disgusto.»
(E. A. Poe, La mascherata della Morte Rossa)
E' lo sterminatore che ritorna, sempre - camaleontico e capace di camuffarsi dietro qualsiasi sembiante. Anche quello (paradossale, quasi ironico!) di una Mas(cher)a...

Eppure, perfino dalla morte profonda del periodo post-solstiziale ("carnascialesca" intorno a Candelora) si può rinascere. Lo impone la ciclicità del tempo.
In questa dimensione, dunque, il Risveglio diviene centrale. Senza risveglio, la morte/sonno sarebbe eterna - annullamento dell'io nel regno dell'ou-topia (che è poi la minaccia più temibile, sbandierata dagli sterminatori d'ogni tempo e luogo). Questo ritorno alla coscienza, alla "centralità", deve avvenire secondo modalità precise, passando (con il dovuto rispetto!) attraverso le necessarie pratiche di purificazione. Senza moderazione, silenzio e consapevolezza, il Risveglio (qualora dovesse avvenire) può risultare pericoloso, nefasto più del sonno medesimo.
Su questo argomento, ho in mente un paio di "rimandi visivi" che mi sembrano utili (pur nella loro semplicità) a spiegare ciò che intendo - un concetto (quello della pacatezza) che mi sta particolarmente a cuore. Le posterò al mio ritorno da Roma...
Per il momento mi fermo qui. :)

giovedì 23 febbraio 2012

Della conclusione del Cammino invernale - Parte I

(Si dica quel che si vuole, io continuerò a chiamarlo "Cammino". Da Dante in avanti è lecito e inequivocabilmente poetico.)

I parte: pettirossi, fantasmi e silenzi oltremondani

Tutto comincia da un pettirosso...

... e dalla grande ondata di freddo che, fino a pochi giorni fa, imbiancava la campagna e teneva sotto rigido controllo la terra.
*C.* consultava il calendario ogni sera, impaziente di cominciare a lavorare al nuovo orto. «Siamo indietro, siamo indietro...» mi ripeteva.
Quanto a me, la mattina mi sistemavo alla finestra per bere il mio caffè. Accanto a me il fido Cagliostro, seduto sul davanzale e intento a scorgere il movimento dei passeri, infreddoliti e affamati, nel campo al di là della roggia.
Intorno alle otto e mezza, arrivava il nostro piccolo ospite. Un pettirosso si affacciava all'angolo del muretto, sbirciando il piattino con le briciole sistemato nella striscia di terreno libera dalla neve. Era puntuale, ma esitante. Vedeva Cagliostro attraverso i vetri e non si azzardava a scendere per mangiare. Preferiva volare via, oltre le ortensie, e tornare solo quando il mio gatto e io ce ne eravamo andati. Lo sorpresi - intento a picchiettare nella ciotolina marrone - una sola volta, dopo essere ritornata in cucina all'improvviso, per prendere qualcosa che avevo dimenticato...
Il pettirosso è uno psicopompo (come lo sono tutti i passeri, sacri ad Afrodite ctonia), abituato a vivere in limine: possiede occhi "sovradimensionati" (come molti dei messaggeri dell'ou-topia), è solito cantare al tramonto o all'alba (momenti di "passaggio" per eccellenza) e il suo piumaggio rossastro è legato, secondo la leggenda, alla morte e all'agonia di Cristo in croce: un minuscolo traghettatore, dunque - che si avvicina alle nostre case solo quando il freddo è più pungente, il Sonno più profondo, la Morte più evidente.

Il risveglio dei Fantasmi
Quello di Candelora è un periodo delicatissimo. Il risveglio primaverile, infatti, ha sì inizio in queste settimane, ma è pur sempre circonfuso di Sonno: è ancora Morte, risveglio in divenire. Possono avvertirsi deboli movimenti oppure, al contrario, il Silenzio può essere completo, grevissimo. E' una zona decisamente ou-topica, in cui il velo fra questo Mondo e quello "Oltre" è sottilissimo e può (deve! Con le dovute precauzioni...) essere sollevato.
I fantasmi della Candelora sono "dormienti": sono fantasmi del Sonno e nel Sonno. E il sonno è silenzio, che può essere rotto solo da una parola "altra" o, tutt'al più, onirica.


Lara e la parola negata
Non è casuale che sempre in questo periodo venisse celebrata a Roma "Tacita Muta", ovvero la ninfa laziale Lara (o Lala, "la Chiacchierona", stando a quanto ci tramanda Ovidio).
La sua storia è triste quanto emblematica. Quando si invaghì di Giuturna (che non ricambiava le sue attenzioni sessuali), Giove cercò di portare a termine la propria conquista servendosi dell'aiuto delle altre ninfe, che avrebbero dovuto trattenere la loro sorella, impedendole in questo modo la fuga. Le ninfe accettarono la proposta, ma Lara andò in giro a riferire il proposito del dio - raccontandolo perfino a Giunone in persona.
Giove, allora, si vendicò strappandole la lingua e affidando successivamente Lara a Mercurio, affinché la scortasse negli Inferi, dove avrebbe vissuto il resto della sua esistenza. Mercurio, durante il tragittò, violentò la ninfa, che, in seguito a questa violenza, diede alla luce gli dèi Lari.
L'espediente della lingua strappata per mettere a tacere una donna vittima di stupro (e dunque di affermazione del potere maschile sul mondo ctonio/femminile) è ricorrente nella mitologia greco-romana: si vedano, ad esempio, il mito di Filomela, Iti, Procne e Tereo e quello di Cassandra (a cui Apollo sputa sulla bocca, lasciandole sì il dono del vaticinio, ma negandole la possibilità di essere creduta: in questo senso, la parola della profetessa troiana è "inutile" - e dunque anch'ella è come se fosse stata resa muta dal potere maschile e supero delle divinità olimpiche).
Il silenzio di queste donne possiede una duplice valenza, che ben si colloca nel panorama di Candelora/Carnevale/pre-equinoziale: è un silenzio imposto; ed è anche (per contro e al contempo) un silenzio che contiene (e tramanda, nel suo esistere!) un messaggio di "Vita nella Morte/Morte nella Vita" che è insito in ogni religione misterica.
La parola negata di Lara è dunque da annoverarsi fra quelle testimonianze (preziose) dell'affermarsi del mondo ctonio su quello "supero", in determinati periodi dell'anno.

Tra Antesterie e Lupercalia


In riferimento al calendario, non si possono non menzionare le Antesterie, che si celebravano ad Atene nel mese di Antesterione - ovvero nel periodo oggi compreso tra febbraio e marzo.
Vi si celebravano Dioniso (il dio smembrato e poi risorto) ed Ermes ctonio. Tutti i templi restavano chiusi, ad eccezione del Limnàion, sacro a Dioniso.
Durante il primo giorno di festeggiamenti si aprivano gli otri di vino e nel secondo giorno si svolgevano vere e proprie "gare di bevute". Si cercava inoltre di propiziare la fertilità del territorio attraverso il rito simbolico della ierogamia. I giorni dedicati alle Antesterie erano considerati nefasti (nonostante il clima apparente di gioia e trasgressione - carnascialesco, oserei dire!) e si credeva che, in quell'occasione, le anime dei defunti tornassero a circolare tra i vivi. Esse venivano scacciate solo al termine della festa - per dare spazio ad un nuovo ciclo vegetazionale.

Anche i Lupercalia, che si tenevano a Roma nel mese di Februarius, erano riti di fertilità e, insieme, di purificazione e di separazione dei vivi dai morti.
I giorni dei Lupercalia erano dedicati a Luperco, antica divinità che rimanda sia al simbolo teriomorfo del lupo (di cui parlerò più avanti) sia a Pan Liceo e alle divinità maschili di (ri)generazione. Il 15 febbraio si sacrificavano dei capretti e un cane; i sacerdoti Luperci si bagnavano col sangue delle vittime, ne indossavano le pelli e, quindi, inseguivano le donne in età fertile, frustandole con liste di cuoio.

[Continua...]

mercoledì 25 gennaio 2012

Imparare dai propri errori

«"Non ho visto nessun successo, nessuno scopo raggiunto per cui valga la pena di ripetere la sua vita. Ciò che le sue mani hanno toccato s'è ridotto in cenere, chiunque s'è trovato sul suo cammino è andato in rovina. D'altra parte non sento da parte di lei nessuna disponibilità a correggere l'errore. Qual è stato questo errore?"
"Le ho offerto tutto, il sole, la terra, le stelle, l'eternità. Lei ha scelto questa strada, per sé, di tutta la Luna ha scelto il bagliore dell'Oro, ma il bagliore dell'Oro, figlia mia..."
"Non sono figlia tua!"
"...è anch'esso un lato della Luna e anche lei è una parte di Attarte. Questo lato ha scelto, questo lato scelgono tutte le mie figlie e io non glielo nego, perché voglio vederle felici. Questo bagliore le ubriaca, per questo si spengono. Katina l'ha capito, ha capito che il bagliore dell'Oro non è la Luna intera e si è pentita amaramente e si è punita da sola."»
(M. Meimaridi, Le streghe di Smirne - p. 499)
Tempo fa, quando lessi per la prima volta Le streghe di Smirne di Mara Meimaridi (scrittrice e antropologa di lingua neogreca), giunta verso l'epilogo delle sapidissime avventure di Katina e di sua madre Eftalìa, provai un vago senso d'insoddisfazione. Il romanzo mi era piaciuto (e molto! Credo, anzi, che sia uno dei miei preferiti in assoluto - promosso a pieni voti insieme a Il buio fuori, Medea e Cassandra, i gialli di Agatha e alcune opere di Pavese...) - eppure avevo l'impressione di essere stata tradita.
Come poteva darsi, infatti, che la decennale vicenda si concludesse con il semplice "ritorno in vita" della strega Katina nel corpo della nipote Maria? Com'era possibile che l'insegnamento di Attarte ad altro non fosse servito che ad accumulare ricchezze - e che Attarte stessa (l'Illuminata!) consentisse alle sue discepole di condursi sempre e solo all'insegna dell'avidità e dell'egoismo?
Così, quando lessi le parole che ho riportato qui sopra, rivolte da Attarte stessa a Maria - mentre in lei covano le braci della rediviva Katina - tirai (lo ricordo bene!) un profondo sospiro di sollievo. Ecco spiegato il senso!
Esattamente come ha fatto con le sue figlie, allo stesso modo la grande madre turca non spiega nulla al lettore - se non alla fine, alzando il velo con unico scatto della mano. E la lezione che ci trasmette è semplice, come i chicchi di grano chiusi nella sua vecchia mano...

Scrutare l'orizzonte... (Da un "pensiero" di Nyc per il GdL su Le streghe di Smirne.) ~ Lawrence Alma Tadema
Non avevo mai riflettuto su questi (personalissimi?) passaggi - non con lucidità. L'ho fatto solo di recente, in occasione del Gruppo di Lettura (di cui ho parlato qualche tempo fa) dedicato a questo romanzo. (L'ho sempre detto, che leggere "in compagnia" è terapeutico!)

Come dicevo, il senso ultimo de Le streghe di Smirne è perfino banale: imparare dai propri errori è necessario, fondamentale, vitale - soprattutto per chi sceglie di intraprendere un cammino simile al mio e a quello di molti di coloro che capiteranno su queste pagine...
Ecco, anche questo post è banale; alcuni penseranno infatti, giunti a questo punto, che non si tratta poi di una grande verità e che ciascuno di noi apprende dai propri sbagli fin da bambino.

E' vero, tuttavia, che - osservando la realtà da vicino, ascoltando i racconti che ci giungono all'orecchio, imparando a valutare con un pizzico di saggezza gli atteggiamenti, le azioni, le parole e perfino i più semplici e insignificanti gesti compiuti da chi ci sta intorno - spesso ci rendiamo conto che molte persone altro non fanno che reiterare cattive abitudini, portandosi appresso catene relazionali deleterie (quanti insospettabili Jacob Marley intorno a noi!) e alimentando senza sosta fuochi di paglia, illusioni, rabbie e inganni. Nella maggior parte dei casi, inoltre, non solo questi soggetti amano avvoltolarsi in spirali sempre più strette e limitanti, ma addirittura si credono all'apice della propria forza psicologica ed emotiva - e giungono ad arrabbiarsi moltissimo contro chiunque si permetta di far loro notare che, al contrario, non è quello il modo di procedere.

Se questo atteggiamento è fastidioso e pericoloso in chiunque (oltre che molto diffuso!), trovo che sia addirittura imperdonabile se ostentato da parte di chi pretende di lavorare su piani delicatissimi dell'esistenza umana.
Sia chiaro: non si tratta di essere da principio perfetti, simili a luminose divinità. Si tratta, piuttosto, di possedere nella giusta misura umiltà e consapevolezza - le uniche doti che possano consentirci di accorgerci in tempo dei nostri errori, in modo da correggerli prima che sia troppo tardi.
Non tutti, infatti, possiamo avere la fortuna di Katina, a cui fu data da Attarte una seconda possibilità nel corpo di Maria!
Quante volte, nell'ultimo periodo, ho scritto e ripetuto la parola consapevolezza? A bizzeffe, anche a costo di risultare noiosa per i miei interlocutori. Eppure davvero il fulcro, il nocciolo, il cuore pulsante è racchiuso in questa modesta parola, in questa verità da quattro soldi... Tutto il resto (esperienza, pratica, sapere, conoscenza) viene di conseguenza - fluendo armoniosamente come un corso d'acqua dal punto della sua sorgente.

La stessa Maria, nella penultima pagina del romanzo, racconta di essere colta da un desiderio spasmodico di imparare e ampliare le proprie conoscenze solo dopo la "lezione" trasmessale da Attarte - e dunque dopo aver scelto di dare a Katina una seconda possibilità e di rinascere essa stessa a nuova vita:
«Mi prese un'improvvisa e indicibile passione d'imparare. M'interessa tutto e tutto studio in modo approfondito. Il giuramento d'Ippocrate non me lo sono messo sotto i piedi, semplicemente l'ho chiuso in un cassetto. Ho smesso di lavorare e leggo furiosamente filosofia, astrofisica, teologia, archeologia, storia, civiltà antiche, metafisica. I pianeti, gli asteroidi, i meteoriti, le loro collisioni e tutto ciò che li riguarda per me non hanno segreti. [Da notare quanta importanza dia la "nuova" Maria alle "faccende delle cielo": alle stelle fissa!] Ho studiato le religioni degli uomini, i loro "credo", le paure, i bisogni dei mortali. Katina, ora mi ricordo, quand'ero piccola aveva una grande ansia di pungolare i miei interessi in questa direzione. Adesso capisco perché.
Ho una grande facilità a leggere integralmente i testi, in qualunque lingua, e stranamente, invece di trasformarmi in una pietosa pseudointellettuale, divento ogni giorni più bella. Divento più forte di ora in ora. [...] Che bella la vita!»


(M. Meimaridi, Le streghe di Smirne - p. 501)
Senza consapevolezza, senza compenetrazione (nel suo "testamento", posto alla fine del libro, Attarte parlerà anche del rapporto fra le sue figlie e gli animali, la terra, l'acqua e il fuoco...), letture, discussioni, diatribe, affannarsi a "dimostrare di essere" non sono che inutili orpelli - simili a indumenti scomodi o a gioielli volgari, troppo vistosi.

Nella sua semplicità, trovo questo argomento particolarmente adatto alla Candelora che si sta avvicinando - alla sua lenta e tuttavia insopprimibile energia, che passa attraverso la terra, i dormienti e gli animali tutti per giungere a galvanizzare chiunque abbia cuore e mente per ascoltare...

venerdì 23 dicembre 2011

Del Solstizio - e dei nodi che vengono al pettine

Per i capelli ho sempre avuto una vera e propria fissazione. Basti pensare che non ho mai il coraggio di tagliarli e che uno dei miei incubi più ricorrenti è proprio di esserne privata a tradimento.
Così, la metafora dei nodi che vengono al pettine (che mi ricorda così da vicino la mia amatissima Giunchiglia!), per quanto banale, mi sembra perfetta per questo periodo pre e post solstiziale.
Non ho scritto nulla riguardo al mio Solstizio perché, quest'anno, la celebrazione è stata davvero molto (troppo, per parlarne su un blog pubblico!) personale.
Mi limiterò a dire che, nonostante alcune difficoltà manifestatesi durante le ultime settimane, mi sento pervasa dalla sensazione di stare percorrendo la giusta Strada e che tutto stia "quadrando" a dovere - come non accadeva da mesi.
Piccoli segnali, ancora e sempre. Oggetti che cadono, fagotti sigillati con erbe a me care, tagli, preghiere - e infine l'acqua. Che aiuta a dimenticare, che trascina via, nella notte, tutto ciò di cui è necessario liberarsi. Credo di aver cominciato a venire a patti, con questo elemento, a dispetto del mio essere cuspide...
E, da oggi, l'attesa. Del risveglio, di quei minuscoli movimenti sotterranei che riporteranno a noi la Gigantessa e la Vita.

Per tutte le persone a me care, spero che sia stato un Solstizio proficuo - che tutti abbiano lavorato al meglio e che, da qui a Candelora, potranno iniziare a vedere i frutti del lungo sonno (ri)generatore.

E dunque... felice Cammino a tutt*, ci risentiremo dopo queste feste - che non mi (ci) appartengono, ma che mi impegneranno un po'...

giovedì 15 dicembre 2011

Del lupo e dell'abete






Nella grecia antica la pianta elàte, ovvero l'abete bianco, era una pianta "lunare", sacra a Kaineìdes/Kaineùs, una ninfa che chiese a Posidone, suo amante, di essere trasformata in uomo. E' interessante sottolineare come il cambiamento di genere richiami il ritorno all'unità originaria. La vicenda di Kaineìdes fa da contraltare a quella dell'indovino Tiresia: da donna diventa uomo, per poi ritornare alla natura originaria. Un vero e proprio kyklos, che rimanda all'interezza.
Secondo il mito, la forza di Kaineùs era collegata all'abete, cui il guerriero tributava un culto personale. Per sconfiggerlo e abbaterlo, i Centauri (creature duplici) sono costretti a colpirlo ripetutamente con tronchi d'abete. Una volta ucciso, Kaineùs torna ad essere Kaineìdes. Il racconto, in questo senso, richiama l'immagine della morte del licantropo (altra figura duplice) che spesso, nei racconti popolari, dopo che è stato ucciso torna ad assumere sembianze umane.
Le piante solstiziali (ovvero sacre nel periodo compreso fra Calenda e Candelora) hanno come comune denominatore quello di rifarsi esplicitamente (attraverso signa ben precisi) all'alternanza che genera interezza, tipica del kyklos.
E' così per l'abete, legato indissolubilmente al guerriero/donna Kaineùs, lo era per il ciclamino...
Quanto all'elàte, lo ritroviamo nella "tradizione del ceppo" (che può anche essere di quercia, altro albero cosmico), che prevede una lenta consunzione del "ciocco" fino alla notte dell'Epifania: solo in questo modo il rito poteva essere di buon auspicio per la casa in cui era stato realizzato.


E' la duplicità (luce/oscurità, vita/morte, maschile/femminile, uomo/animale), dunque, a traghettarci verso le salubri sponde primaverili, verso il risveglio che avrà inizio con Candelora. E, nel periodo solstiziale, questa duplicità si impone alla nostra attenzione (o almeno alla mia!) attraverso segni inequivocabili (mi sento molto Maria, in questi giorni... e chi partecipa al GdL su Le streghe di Smirne capirà!).
Oltre che dalle piante solstiziali, in questo periodo mi sento molto "ispirata" dalla figura del lupo/licantropo, animale simbolo destinato ad accompagnarci fino alla purificazione/risveglio di Candelora (o dei Lupercalia, se vogliamo seguire il calendario romano pre-cristiano...).
Il lupo come figura archetipica della duplicità saggia (1), della conoscenza che unisce l'uomo all'animale e che non ha bisogno di molte parole. Non è un caso che, nel nostro mondo moderno (impaurito dall'arcano, sempre più asettico, inquinato e improntato verso l'unica logica del profitto), il lupo non trovi più spazio e sia stato spinto sulla soglia dell'estinzione.



«[...] lo sterminio dei lupi appare come uno dei tratti distintivi di una civiltà secolarizzata e artificiale, che ha negato o segregato, anno dopo anno, la morte, la malattia, la follia, il sacro» osserva Marco Veglia nel suo capitolo dedicato a lupi e volpi nell'interessante saggio Animali della letteratura - dove riporta anche la bella storia di Lopichis, antenato di Paolo Diacono, che qui ricopio come testimonianza dell'antico legame che unisce (univa?) l'uomo al lupo - oltre che come conclusione di queste mie riflessioni...

«Un lupo, messaggero del destino, aveva guidato l'avo di Paolo Diacono, Lopichis, per mostrargli il cammino che egli ignorava: il lupo lo precedeva, si voltava di frequente a guardarlo, lo attendeva come sua guida, come sentinella che ne vigilava il cammino. Quando Lopichis, secondo il racconto della Historia Langobardorum (IV, 37), ormai consunto dal digiuno, tese l'arco per uccidere il lupo e cibarsene, il lupo scomparve. Schivato il colpo, l'animale si sottrasse alla vista di Lopichis. L'uomo, lui solo, non il lupo, aveva tradito l'arcano legame che intrecciava i loro cammini.» (2)

Note(1) Per gli Esquimesi, il sole (e dunque la Vita) avrebbe avuto origine dalla lotta fra il Lupo bianco e il Lupo grigio: di nuovo il doppio, dunque...

(2) Aa.Vv., Animali della letteratura, a cura di G. M. Anselmi e G. Ruozzi, Carocci editore, Roma 2010, p. 156-157.

sabato 3 dicembre 2011

Ancora una volta la Luna nei Pesci...

La mia Clizia bellissima...
Ho imparato a essere criptica quando lo ritengo necessario; a raccontare, sì, lasciando tuttavia nel segreto ciò di cui è bene non parlare...
(Il taglio sulle nostre labbra non è forse il segno che il messaggero ci ha lasciato, imponendoci il silenzio?)
Così, qui dirò soltanto che Clizia se n'è andata - anche lei, dopo una malattia che è durata un paio di mesi.
*C.* e io siamo stati e stiamo molto male: poco importa che abbiamo la sensazione che un "Cerchio" si sia chiuso... Clizia non è più qui con noi e questo fa male, indiscutibilmente.

L'abbiamo affidata alla terra, al fico del nostro nuovo giardino. Una guida per i prossimi sentieri che percorreremo, un altro "fantasma felice" per la Casa del Mago.

Addio, Principessa... Sii serena nel tuo Viaggio.

«Dormi, dormi, gatto notturno [...]
Ordina tutti i nostri sogni,
Guida le tenebre nostre
Addormentate prodezze
Con il tuo cuore sanguinario
E il lungo collo della tua coda.»

(P. Neruda, Come dorme un gatto)