giovedì 3 novembre 2011

Misericordia in obscuro

Durante la notte di Calenda il fuoco ha "risposto" in modo commovente: fuoco di brace per la terra, fuoco di fiamma per l'aria e per il fuoco stesso (fuoco al fuoco!). E infine l'acqua, spruzzata per chiudere il Cerchio e riportare la pace; un elemento per me infido, ma necessario.
E' stata, insomma, una bella Calenda; particolarmente consapevole, sia per me sia per *C.*
I gatti sono stati come sempre meravigliosi: ogni volta rimango commossa, nell'osservare con quanta sensibilità sappiano ascoltare movimenti e messaggi provenienti dalla Soglia. In questi giorni, i miei famigli sono bizzarri, irrequieti. Fanno cose che di solito non fanno e osservarli è uno spettacolo impareggiabile, che mi guida nel completare la mia "pulizia". Ci sono ancora briciole da spazzare via. Piccolezze che vanno in ogni caso affrontate.
Il Giardino (il mio hortus conclusus) deve essere messo a dormire nei giorni giusti. E che l'ultima brezza porti via foglie secchie, rametti spezzati, boccioli e fiori ritardatari!

Ultime fioriture per questo mite autunno...
Le orchidee, invece, sono già in casa da tempo, e una delle mie oncidium, non appena l'ho ritirata, si è affrettata a far spuntare i suoi boccioli: sono vieppiù convinta che non esistano piante più attente (al mutamento insito nel vorticare della Ruota) e attive (intente come sono a "lavorare bene", anche nel cuore dell'inverno) delle orchidee. Esse sono - autenticamente - Vita nella Morte e, insieme al ciclamino (il cui nome, non dimentichiamolo, deriva dalla parola kyklos, "ciclo"), che fa bella mostra di sé sulla finestra del soggiorno, mi rimandano ancora a Ecate, che sa essere benevola (verso chi è animato dalla  sincera volontà di proseguire - come ci racconta il mito) anche nell'oscurità.
Sarà lei a guidare i nostri passi attraverso questa Stagione che si presenta alquanto lenta ai nostri occhi (la nostra impazienza di trasferirci nella nuova casa dilaterà senza dubbio il tempo di questo autunno e del prossimo inverno) e tuttavia insolitamente produttiva.

La mia zucca per Calenda 2011: non a caso l'ho trasformata in una piccola casetta!
CICLAMINO - Dal greco kyklàminos, formato su kyklos, "circolo", "rotondità". Pianticella della famiglia delle primulacee, i cui peduncoli si aggirano in circoli molteplici nel tempo della fruttificazione. (Dal Dizionario Etimologico)
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venerdì 28 ottobre 2011

Ruote, porte e Sfingi

[...] Ma nessuno degli dèi
e degli uomini mortali voleva dirle la verità,
e nessuno degli uccelli venne a lei come messaggero.
Per nove giorni, allora, la veneranda Demetra sulla terra
vagava stringendo nelle mani le fiaccole ardenti:
né mai d'ambrosia e di nettare, dolce bevanda,
si nutriva, assorta nel suo dolore; né s'immergeva in lavacri.
Ma quando infine giunse la decima volta la fulgente aurora
le venne incontro Ecate, reggendo in mano una torcia;
e, desiderosa di informarla, le rivolse la parola e disse: 
"Demetra veneranda, apportatrice di messi, dai magnifici doni, 
chi fra gli dèi celesti o fra gli uomini mortali
ha rapito Persefone e ha gettato l'angoscia nel tuo cuore?
Infatti io ho udito le grida, ma non ho visto coi miei occhi
chi fosse il rapitore: ti ho detto tutto in breve e sinceramente.
(Inno a Demetra, vv. 44-58)

In questo periodo, come Hansel e Gretel inseguo briciole di pane lungo il sentiero... (E chissà se troverò la mia personalissima strega-Sfinge - non affamata, ma desiderosa di proporre enigmi.)

Kay Nielsen illustra Hansel e Gretel.
Prima la Sfinge, quindi. Poi alcune parole, che come una cantilena si affacciano di continuo nella mia mente - e nei piccoli avvenimenti della vita quotidiana: dapprima discrezione (che deriva dal participio passato del verbo discernere, ovvero "saper scegliere"); quindi (ora, proprio in questi giorni!) consapevolezza, cioè "avere piena cognizione della cosa in discorso".
L'indovinello della Sfinge è ciò che ci conduce alla piena conoscenza del Sé e del Cosmo, attraverso un lento (forse anche doloroso) procedimento di nigredo...
E tra Sfingi, parole, ruote, porte che si aprono e si chiudono all'approssimarsi di questa Calenda, è impossibile, per me, non ritornare a uno dei miei archetipi preferiti: Ecate.

Ci ho riflettuto molto, è stata una tappa obbligata del mio percorso. Poiché Ecate è un archetipo di discrezione e di consapevolezza al sommo grado: Ecate E' la Sfinge allo specchio!
Il brano che ho riportato all'inizio di questo post lo rivela chiaramente. La dea, che si palesa all'alba del decimo giorno (il rimando è alla Tétraktys pitagorica, la "Grande Madre che tutto abbraccia e delimita") è l'unica fra gli dèi a muoversi in sostegno a Demetra, disperata per la scomparsa di Persefone. Pur non avendo visto il rapitore, avanza verso Demetra con la sua fiaccola e la aiuta a scoprire la verità sulla scomparsa della figlia.
Non è solo un ritratto deliziosamente "umano", quello tratteggiato dall'Inno; è anche (e soprattutto) corrispondente alla reale funzione "maieutica" di Ecate.
Relegare questa divinità all'unico ruolo di potenza infernale non è solo sbagliato, ma conduce a una errata (e pertanto pericolosa!) interpretazione dell'archetipo.

Ecate NON è Kali.
Ecate è, al contrario, una delle più belle rappresentazioni del kyklos; è la Ruota che gira e si rinnova, è la "trottola magica", capace di ispirare visioni profetiche e, dunque, di condurre alla conoscenza (alla consapevolezza!) mediante un percorso (circolare) di Morte e Rinascita.

Imagini de li dei de gl'antichi di Vincenzo Cartari Reggiano, Venezia 1556.
Del resto, nell'Inno orfico a Ecate, la dea viene sì definita "sepolcrale", "baccheggiante", colei che cammina "con le anime dei morti"; ma anche "signora che custodisce tutto il Cosmo". E, ancora, non si può dimenticare che tra le sue piante sacre vi sono il ciclamino e il croco: entrambi fiori (fiori!) che sconfiggono, con la loro bellezza e i loro colori, la Morte e l'Rigido Sonno della Stagione Oscura...

Così, se la Sfinge ci pone un interrogativo (come molto spesso amano fare le donne e i felini, di cui la Sphynx con/divide la natura!), Ecate, con le sue fiaccole, la sua indole incapace a tacere della verità («Ti ho detto tutto, in breve e sinceramente», afferma nell'Inno a Demetra) sarà capace di guidarci, attraverso la nigredo, sino alla Risposta. Figura mediana (il suo legame con le forze infere non deve essere in toto negato; occorre solo com-prenderlo nella giusta prospettiva), ella - maieuticamente - ci condurrà attraverso un processo che ci (ri)porterà alla Luce mediante l'attraversamento di Soglie obbligate...

giovedì 13 ottobre 2011

Afonia



Oggi siamo afoni entrambi. Di nuovo, tesoro mio...
E per questo ti adoro oltre ogni limite, mio impareggiabile Guardiano di Soglia...

martedì 11 ottobre 2011

Della Sfinge e degli specchi

Ne parlavo nel post precedente, della Sfinge e del suo essere ferma, non immobile.
La figura della Sfinge non mi ha mai intimorita. Sento raccontare storie sul suo conto fin da quando ero bambina. Nei giardini di Casale Monferrato in cui mi portava mio padre da piccina, c'era una sfinge in pietra senza testa: su di essa si inventavano un sacco di favole meravigliose, perché si diceva che, da quel punto, si snodasse un cunicolo che attraversava sotto terra tutta la città.
Papà me le ripeteva, quelle favole, e per me era una magia andare ai giardinetti solo per rivedere la "mia" sfinge.


Sfinge allo specchio...

In verità credo che ci sia qualcosa di rassicurante nel suo restare in paziente attesa delle risposte che dovranno arrivare. Se le conseguenze saranno terribili (come nel caso di Edipo), la colpa non sarà della Sfinge, ma dell'umana cecità.
La Sfinge ci mette di fronte a enigmi importanti - sta a noi riuscire a risolverli.

Le Sfingi classiche, la cui iconografia è diffusissima, in verità, sono piuttosto statiche. Immobili nella loro pietra, nelle loro gigantesche monolitiche zampe di leone, lo sguardo (cieco) fisso all'orizzonte...
Bellissime, ma non sono le MIE Sfingi - le Sfingi di QUESTO periodo...

Preferisco di gran lunga la "Sphynx" di Franz Von Stuck, che ho utilizzato per illustrare il mio post precedente. Una Sfinge interamente umana, di carne e sangue, con un corpo di donna nella parte superiore come in quella inferiore. Una Sfinge, come dicevo poco sopra, ferma (lo si percepisce dalla sua postura, dalle gambe distese e allineate, dai gomiti appoggiati sul drappo rosso: è una creatura in riposo - ma che potrebbe muoversi in qualunque momento, qualora lo desiderasse), con lo sguardo non cieco, ma fisso in un punto indefinito, fuori dalla tela e lontano dall'osservatore. Una Sfinge senza orpelli, in attesa delle "sue" (nostre?) risposte.
Per affrontare l'Enigma, infatti, dobbiamo spogliarci d'ogni inutile ornamento e di ogni velleità. Per parlare con la Sfinge (la cui funzione, in verità, è quella dello speculum - che in latino vuol dire tanto "specchio" quanto "immagine"), dobbiamo usare con lei e per lei una delicatezza felina (di nuovo i gatti, sì! E, dopotutto, lei non è forse per metà leone?): evitare ogni invadenza, ripudiare le chiacchiere inutili, preferire la discrezione, il dialogo silenzioso che si svolge su livelli "altri"...

Ed è proprio sulla Sphynx che voglio lavorare in questo periodo... Tacere e lavorare. Tutto mi conduce a lei: la (ri)scoperta (qualora ce ne fosse bisogno!) del valore della discrezione, la Ruota che gira, lo "specchio nero", la verità che si svela con uno strappo secco - facendo quasi male nella sua lucentezza. La Sfinge aspetta. Lei non ha fretta; ma io sono impaziente di proseguire nel mio (nuovo - e tuttavia vecchissimo) Cammino...

O nuova stirpe del vetusto Cadmo,
figli, perché, venuti alle mie soglie,
tendete i rami supplici? D'incensi,
di peani, di pianti, è piena tutta
la città. Figli, non mi parve bene
chieder notizie a messaggeri: io stesso
son qui venuto: Edipo: il nome mio
è chiaro a tutti. – O vecchio, ora tu dimmi,
ché degno sei di favellar tu primo,
perché veniste? Per pregare? O quale
terror vi spinse? Ad ogni modo io voglio
darvi soccorso: se di tante preci
non sentissi pietà, non avrei cuore!
(Sofocle, Edipo re)


Un'altra "Sfinge umana": la Sphynx di F. Drtikols (1913).

DISCREZIONE: dal latino discretum, part. pass. di discèrnere, ovvero "distinguere": facoltà della mente per la quale l'uomo discerne e giudica con dirittura...

martedì 4 ottobre 2011

Settembre - e poi ottobre...

Sul mio quaderno avevo scritto tanti begli appunti, sul mese di settembre... Poi, la malefica (e dolorisissima!) tendinite mi ha impedito di trascriverli sul blog quando avrei voluto.
Di settembre avevo scritto (sulla carta, che è pur sempre il supporto che preferisco) cose "nere": non è stato un buon settembre, né per me né per coloro che mi circondano. Un settembre dominato dalla figura (insopportabile, a volte) dell'Appeso, dal "canto del capro" - che porta sempre alla fine di qualcosa, alla sua recisione.
Settembre, del resto, mi ha sempre lasciato "l'amaro in bocca". Se, infatti, climaticamente parlando, nella maggior parte dei casi è ancora un mese estivo, caratterizzato da temperature gradevoli che consentono di fare le ultime gitarelle fuori porta, da un punto di vista simbolico l'ho sempre considerato come un interludio che ci attende prima della discesa verso la Stagione Oscura. E, come tutte le porte socchiuse a metà, anche settembre - pure così gradevole per la maggior parte delle persone - può presentare qualche problema dal punto di vista dell'energhéia.

Ottobre, non a caso, si presenta con sfumature di colori e d'atmosfera più decise, rispetto al mese che l'ha preceduto.
Siamo nel mese dello Scorpione (che io non amo, ma che mi appartiene profondamente, essendo io una cuspide Scorpione-Sagittario), simbolo della «stagnazione e della macerazione» come ricorda acutamente il Cattabiani. Lo Scorpione che veicola la morte (la discesa verso il Basso), ma solo come preludio al ritorno della Vita (l'elevazione di Orione alle stelle: per aspera ad astra!). Siamo all'interno della Tetraktys, che è principio di ogni cosa. Siamo (ancora) sotto il segno di Dioniso, che ci (ri)condurrà alla Luce attraverso il "furore" mortifero, la frenesia del brulichìo, che precede l'andare in frantumi prima della (ri)composizione.

I Tlingit pellerossa chiamavano Ottobre "il mese delle bestie che si rintanano". Senza andare troppo lontano, anche qui, nelle nostre campagne (dove, nonostante le colture industriali, in parte si sono ancora conservati i ritmi naturali), è tutto un fervore di preparativi in onore della stagione oscura. Si vendemmia, si taglia il riso. Si tagliano le ultime erbe, si raccolgono gli ultimi semi. Ci prepariamo tutti (chi più, chi meno consapevolmente) alla discesa.

Anche a casa la situazione si sta ristabilendo. Anche *C.* ha iniziato la sua personalissima nigredo - che speriamo porti buoni frutti. Non è casuale che abbia cominciato il suo percorso proprio a Ottobre...
Io, intanto, aspetto. Tiro fuori la Ruota - e aspetto. Ferma come una Sfinge, aspetto. Badate che ho detto "ferma", non "immobile": la Sfinge non rimane ferma perché pietrificata; non si muove perché sa attendere le risposte che dovranno venire. E io cerco di fare altrettanto. Cerco di pianificare per bene questa Discesa, perché so che sarà per me duplice e impegnativa. Per questo ho bisogno di essere centrata, coi piedi ben piantati nella terra: sarà da quel baricentro che rinascerò - che rinasceremo...


La Sfinge di Franz Von Stuck.

mercoledì 7 settembre 2011

Della cecità

Non è difficile. Basta seguire le briciole gettate lungo il cammino - e avere pazienza: il percorso, l' "inseguimento" di tutti i segnali può durare anche anni.
A me è successo con I ciechi. Diverse visite al vecchio paese "cieco", fotografie, sopralluoghi notturni insieme a *C.* e a Mara - eppure il racconto non si concretizzava mai. Tutto quello che sapevo, fino a poche ore fa, era solo che il protagonista per ovvie ragioni (ovvie soltanto per me!) avrebbe dovuto lo "specchio" di Andrea. Un po' poco, per scriverci una storia.
E poi, all'improvviso, dopo una variegatissima chiacchierata con Nyc, torno alla scrivania e leggo questa frase di Fabio Rosa:

«Il buio degli occhi, che per gli antichi era attributo dei veggenti, è ormai divenuto IL BUIO DI DIO, di cui soltanto il cieco fa esperienza» (Fabio Rosa, "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Mito e sguardo in Pavese", in L'occhio, il volto. Per un'antropologia dello sguardo).

Ecco cosa c'era (o avrebbe dovuto esserci: declinate il verbo come più vi aggrada) nelle case cieche di Brusaschetto Basso: il dio cieco, Abbaton.


Hugo Simberg, Blessed Angel

Chiunque lo scorga, è destinato anch'egli a morire e a diventare un veggente. Le due cose più o meno si equivalgono...

«La vision s'éteint avec la lumière: les morts sont des aveugles, et songer qu'on est aveugle est un signe de mort...» (Waldemar Deonna, Le symbolisme de l'oeil)


I "ciechi" di Brusaschetto Basso. Fotografati dalla Canidia almeno 5 o 6 anni fa: oggi il paese non esiste più...

mercoledì 31 agosto 2011

Della magia antica - Parte IV

III parte

La pratica rituale del maleficio

Dopo aver specificato che cosa comprenda il termine maghéia nel mondo greco-romano (divinazione, culti misterici e magia nociva); dopo aver spiegato chi fosse il mago nel mondo antico, prendendo spunto dall'autorevole fonte del De magia di Apuleio; e, infine, dopo aver spiegato come e perché la magia fosse per gli antichi un vero e proprio tramite col divino, è giunto il momento di analizzare in breve l'argomento (affascinante quanto pericoloso) delle defixiones.

Le fonti sono numerose e vanno da Platone a Plinio il Vecchio, comprendendo un buon numero di papiri. Il più completo e particolareggiato di questi ultimi si trova oggi al British Museum e, nella sua parte iniziale (non copierò per intero le defixiones in questo post), recita:

«Io lego NN a questo o quel fine: ch'egli non parli, ch'egli non si opponga, ch'egli non possa né indagare né parlare contro di me... (ecc.)».

Le defixiones potevano essere di diverso tipo:

1) iudicariae, attraverso le quali il mago tentava di nuocere agli avversari nel corso di un processo; il corpus principale, di questo genere di rituali, proviene da Atene (V e IV secolo); ma ve ne sono anche provenienti dalle zone e dalle epoche più disparate;

2) amatoriae, che hanno lo scopo di suscitare amore nella persona desiderata (vedi le Trichinie di Sofocle);

3) agonisticae, che coinvolgono la contesa agonistica; numerose soprattutto in epoca imperiale;

4) defixiones contro ladri e calunniatori (numerosissime provenienti dal santuario di Demetra di Cnido);

5) defixiones contro avversari economici (papiri magici a partire dal IV secolo).


Bambolina utilizzata per una defixio egiziana.

Da notare che, in tutte le fonti, grandissima importanza viene attribuita al rituale in quanto tale (particolare interessante: come se il rituale in sé fosse un elemento "catartico", capace di "sciogliere" le resistenze razionali, per fare spazio alla maghéia, al "sollevamento del velo").
La prima fase, quella dell'enunciazione, si articola in tre punti: 1) l'enunciazione fatta in prima persona singolare ("Io lego ecc."); 2) il discorso rivolto a una determinata potenza divina (divinità ctonie, Ermes "che trattiene"...); 3) il parallelismo fra ciò che sta compiendo il mago e quanto si auspica accada alla vittima.
Le defixiones venivano in genere eseguite nei pressi di tombe o in santuari dedicati (come già accennato) a divinità ctonie (Demetra, Persefone, le Ninfe) - dunque in stretto contatto col mondo dell'aldilà: il movimento del maleficio, dunque, è un movimento verso il basso, verso il centro della terra - in netta opposizione coi culti ufficiali che, al contrario, si rivolgevano agli dèi superi e, quindi, proponevano un movimento ascendente. Il rovesciamento è un tratto distintivo della maghéia.
Il testo delle defixiones veniva scritto su lamine di metallo e interrato presso una tomba, allo scopo di renderlo duraturo (seconda fase). Le parole divengono dunque veicolo di morte.

«Prendi della carta ieratica o una lamina di piombo»

raccomanda un papiro conservato al British Museum, dove per "carta ieratica" si intende del papiro di ottima qualità. In alternativa, si potevano usare anche tavolette di cera.
In alcuni casi, si utilizzavano vere e proprie "figurine", simili alle bamboline vudù. In una tomba del Ceramico ateniese (databile 400 a.C.) è stata infatti ritrovata una scatoletta, chiusa da una lamina di piombo (con su scritta una defixio giudiziaria) e contenente una statuetta maschile (anch'essa in piombo), raffigurata con le mani legate dietro la schiena. Da notare che il coperchio della scatola è trafitto da due fori paralleli; il simbolismo è evidente: si vuole "legare" la vittima del maleficio, spingerla verso il regno dei morti. In altri casi (alcuni esempi sono conservati al Louvre) sono le statuine stesse, a essere trafitte dai chiodi.
L'atto centrale è, in ogni caso, il katadein, il "legare". Il legame col mondo ctonio deve essere (affinché la maledizione vada a buon fine) permanente e durevole e, affinché esso sia possibile, la figurina deve rispecchiare le caratteristiche fisiche della vittima (magia "simpatica" - seconda fase bis): per questo sovente la si ornava con unghie, capelli, frammenti di abiti.
Solo in questo caso poteva verificarsi quel "movimento verso il basso" capace di trascinare la vittima del maleficio verso la propria rovina.

«[...] che essa abbia le braccia legate dietro la schiena e sia inginocchiata, e che la materia sia fissata sulla sua testa o intorno al suo collo...» (rito egiziano).

[Continua.]