venerdì 3 giugno 2011

Della magia antica - Parte III

II parte

La magia come dono divino

«Durante il viaggio, mi era capitato di avere per compagno di navigazione un uomo di Menfi, uno dei sacri scribi, dalla sapienza eccezionale, profondo conoscitore di tutta la scienza egiziana; dicevano di lui che avesse abitato per ventitré anni sotto terra, nei sacri penetrali, e che fosse stato istruito all'arte della magia da Iside.»

La magia, secondo gli antichi, era un dono divino: i maghi più potenti (come Pancrate) erano tali in quanto, in passato, erano stati allievi di "dio" in persona.
Accade a Tessalo di Tralle, medico di età neroniana, che disse di essere stato introdotto all'arte della magia da Asclepio in persona; ed è quanto affermato dall'autore del "papiro Mimaut", conservato al Louvre: «Non esiste una procedura più efficace di questa. Essa è sperimentata e approvata da Manetone, cui è stata data in dono da Osiride il Grande».
Lo stesso viaggio di Giasone in Colchide potrebbe essere visto come un autentico viaggio iniziatico, che culmina (appunto) con l'incontro con la magia, impersonata dalla "strega" Medea. Per i Greci, insomma, l'apprendistato magico non può avvenire senza iniziazione e tale iniziazione deve sempre e comunque avvenire per volontà e per tramite della divinità. I miti ci tramandano spesso questa concezione: oltre alla già citata spedizione di Giasone, si pensi a Cassandra che, dopo aver rifiutato la divinità (Apollo, in questo caso), perse anche la capacità di far valere il proprio potere fra gli uomini.


Rotolo magico-religioso conservato presso il Museo Egizio di Torino: in esso si narra della generazione di tutto il creato dal Caos e viene riportato il rituale per sconfiggere Apopi, il serpente maligno.

Communio eloquendi cum dis: in età imperiale, anche i neoplatonici ricercavano il contatto col divino, attraverso la teurgia.
E' quanto accade al celebre Apollonio di Tiana, che trascorse la sua giovinezza nel santuario di Asclepio di Ege, in Cilicia, dove restò in costante contatto col divino attraverso i sogni. Allontanatosi dal santuario, trascorse un periodo della sua vita in assoluto silenzio, rifiutando la comunicazione con gli uomini. Infine, per quattro mesi, fu discepolo dei bramini indiani, dove perfezionò la propria spiritualità, il proprio contatto con la dimensione religiosa.

Magia e gnosticismo, dunque. Le principali fonti che testimoniano questo legame sono (ancora una volta) i papiri magici.
Secondo essi, esistono molteplici vie per stabilire un contatto col divino.
La principale consisteva nel venire a conoscenza del nome di una divinità: l'eterno mistero dei nomi di dio. Conoscendone il nome, essa poteva essere invocata: l'azione magica, in quel caso, sarebbe stata più potente, in quanto veicolata dalla divinità stessa.

«Io sono quello che hai incontrato ai piedi della montagna sacra e al quale hai concesso di sapere il tuo nome più grande.» (Papiro di Leida)

Da notare bene che, una volta stabilito il contatto col divino (per mezzo della Parola per eccellenza, il nome) il mago si distingue sia dagli estatici sia dai gnostici: i primi, infatti, si accontentano dell'esperienza con dio (come le terribili Menadi, che esauriscono il loro furore nella comunione con Dioniso); i secondi, mirano al raggiungimento del massimo sapere.
Il mago, al contrario, è una personalità po(i)etica e, come tale, desidera realizzare qualcosa di concreto (o quanto meno tangibile sul piano dell'esperienza umana) attraverso il suo rapporto col divino: non a caso i maghi antichi avevano spesso intenti vendicativi.

Per questo, il rito d'iniziazione possedeva un'importanza particolare.

«Incoronati con dell'edera nera quando il sole è a metà del cielo, all'ora quinta; guardando verso l'alto, coricati nudo sul lino e fatti coprire gli occhi con un nastro tutto nero. Fatti avvolgere come un cadavere, chiudi gli occhi, e - sempre rivolto verso il sole - pronuncia, per cominciare, queste parole... Quando reciterai questo incantesimo, ci sarà per te questo segno: un falco scenderà e si drizzerà davanti a te; dopo aver sbattuto le ali in aria, lascerà cadere una poetra oblunga e riprenderà subito il volo verso il cielo.»

I rituali possono essere di due tipi: di iniziazione vera e propria, per "trasformare" un laico in mago; o di "promozione", per aumentare i poteri di un mago.
Anche in questi casi, le istruzioni riguardanti le modalità del rituale, utilizzano il linguaggio misterico; e non di rado il rito mira a far nascere l'iniziato a nuova vita.
Molti di questi riti (ci tramandano i papiri) avvenivano nel periodo della luna nuova, momento di passaggio (particolarmente propizio a tutti i gesti magici) in cui i Greci deponevano pasti ai crocicchi per l'oscura Ecate. Si tratta, in questo senso, di cerimonie atte a segnare l'ingresso in nuovo mondo, nelle regioni dell'ou-topia.


Piccolo altare per il culto di Ecate. Da Pergamo, età ellenistica.

In generale, è da notare quanto importante sia la parola (lògos) quale tramite irrinunciabile verso la divinità e, dunque, verso la forma più alta di maghéia. Senza la parola (che in certi casi si trasforma, divenendo incomprensibile - indicibile - per i comuni mortali) non esistono Conoscenza, Com-prensione: muti (nel senso "magico" del termine, ovviamente!), non ci avviciniamo di un passo al divino.
(Sulla parola e sulla forma, rimando pretenziosamente a un mio vecchio articolo...)

[Continua.]

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ottimo articolo ma e' possibile avere una immagine più accurata dell'altare di Ecate, per vedere cosa c'è scritto sul disco?

Canidia ha detto...

Mi dispiace, questa è l'unica versione dell'immagine in mio possesso.

Anonimo ha detto...

Quello è un'altare di Ecate, mi domandavo se esiste una foto della Trottola di Ecate.

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