Come sempre, sembro scomparsa ma non lo sono!
Il nuovo lavoro ha interrotto un po' i miei ritmi di studio e scrittura; tuttavia non mi sono persa d'animo e continuo a leggere, confrontare, esaminare... per quanto i nuovi impegni me lo consentano!
L'ultima "scoperta" è stata l'interessantissimo saggio di Fritz Graf La magia del mondo antico, edito da Laterza. Un vero e proprio "gioiello", che mi ha chiarito molti dubbi sulla peculiarità della magia greco-romana.
E proprio perché sono rimasta colpita dall'intelligenza e completezza di questo testo, voglio condividere gli appunti presi durante la lettura dei diversi capitoli...
La terminologia greca
Per fare chiarezza all'interno del panorama variegato della magia antica (egiziana, greca e romana), sarà utile illustrare le diverse "famiglie" di termini utilizzati per specificare attività e peculiarità di chi praticava riti magici.
• Gòes (da cui goetéia, "stregoneria") non compare prima dell'età classica, ma si suppone che abbia un'origine ben più antica, collegata al gòos, il pianto rituale: il gòes è colui che, rovesciando l'esatto significato di gòos, "fa uscire i morti dalle tombe" (cfr. Eschilo);
• parimenti antica è la parola phàrmakon, che indica sia la medicina risanatrice sia il veleno (filtro magico) letale;
• simile al phàrmacon è l'epoidé, il rimedio magico;
• il più conosciuto (oggi) termine màgos (con tutti i suoi derivati: maghéia, maghéuein...) è di origine persiana e, nell'ambito della magia antica, è una parola piuttosto recente. Presso i Persiani, il màgos era l'esperto di religione e di riti religiosi; in Grecia viene a indicare colui che pratica la maghéia, la quale a sua volta comprendeva:
- la divinazione
- i culti misterici privati
- la magia nociva o magia nera.
E' probabile che, in Grecia, la figura del màgos si confondesse con quella dell'agyrtes, indovino itinerante (spesso disprezzato dalla società e tuttavia temuto, proprio in virtù delle sue potenzialità magiche) che si occupava altresì di culti privati e di pratiche magico-religiose.
Il primo a combinare i termini goetéia e maghéia è Gorgia, nell'Elogio di Elena:
«Di fascinazione e magia si sono create due arti, consistenti in errori dell'animo e in inganni della mente».
In generale possiamo dire che la magia inizia a configurarsi come un ambito d'azione ben preciso, distinto dalla religione (sebbene non a esso opposto, come si vedrà più avanti) nel momento in cui viene a formarsi una teologia precisa e si attestano le scienze naturali: in questa prospettiva, filosofi e scienziati diverranno - almeno apparentemente - nemici agguerriti dei maghi, considerati ciarlatani e impostori. In realtà, come si avrà modo di apprendere, magia e religione (soprattutto magia e religioni misteriche) si confonderanno spesso e volentieri, creando un affresco dai contorni e dalle tinte a prima vista confusi.
La terminologia romana
A Roma, i termini magus e magia vengono mutuati ovviamente dal greco; ma ciò avviene solo molto tardi, intorno al I secolo a.C. (cfr. Catullo e Cicerone, De divinatione e De legibus).
Se vogliamo rintracciare le parole esatte utilizzate per indicare l'attività di incanto e fascinazione (più o meno nociva), dobbiamo risalire alle Dodici Tavole, la cui terminologia si tramandò senza dubbio alcuno anche in età repubblicana. Infatti, se magus e magia divennero celebri nella prosa di Cicerone e nella poesia di Virgilio, in età augustea (riprendendo in questo senso il gusto poetico alessandrino), nel corpus legislativo delle Dodici Tavole si legge:
«Ne quis alienos fructus excantassit» ("Affinché nessuno faccia scomparire con incantesimi il raccolto di un altro", tramandatoci da Seneca).
Cita altresì Plinio il Vecchio:
«Qui fruges excantassit et alibi qui malum carmen incantassit».
Da notare che si tratta in entrambi i casi di magie relative alla sottrazione dei frutti del lavoro agricolo altrui: di un vicino, di un conoscente... La legge non punisce la magia, ma il furto attuato per suo tramite. Lo stesso accadeva ad Atene, dove non esistevano leggi specifiche contro le maledizioni magiche: per questo ce ne sono pervenute in gran numero proprio dall'Attica.
Particolare importanza aveva inoltre a Roma il veneficium, unica spiegazione plausibile nei casi di mors improvisa, per utilizzare la definizione di Ariès. Ce ne parla Tito Livio (VIII, 18), raccontando della morte misteriosa e repentina di alcuni primores civitatis (uomini pubblici di spicco), avvenuta nel 331 a.C., della quale furono accusate alcune nobili matrone: costrette a bere in tribunale i veleni che presumibilmente avevano preparato e somministrato agli uomini, morirono tutte all'istante.
Al di là della terminologia usata (carmen, mala carmina, magia...), va rilevato che la magia, nella Roma antica, passò attraverso due fasi distinte:
1) in età repubblicana si distingueva fra pratiche che nuocevano alla proprietà privata o alla salute delle persone (veneficium) e l'insieme di tutti gli altri rituali magici, privi di intenzioni malefiche: fra magia negativa e magia innocua, dunque;
2) in età giulio-claudia, il delitto di veneficium (avvelenamento) viene distinto dalla magia vera e propria e condannato come crimine puro e semplice.
[Continua.]
martedì 30 marzo 2010
lunedì 1 marzo 2010
Del vento
Ho sempre amato molto il vento. Mi piace la sua forza, il suo fragore silenzioso - solo a tratti sussurrante.
E venerdì scorso, qui, si è alzato un vento fortissimo.

Immagine da Google.
E venerdì scorso, qui, si è alzato un vento fortissimo.

Immagine da Google.
Non appena me ne sono accorta, sono uscita, insieme ai gatti e al cane.
Le raffiche erano impetuose e formavano nel cortile mulinelli di foglie e rametti. La chioma del grande alloro ha cominciato a dimenarsi con grande strepito dei passeri, le nuvole correvano veloci, finché non sono scomparse del tutto, lasciando il cielo terso e luminoso.
Mi sono seduta sul gradino d'ingresso (la mia panchetta verde è ancora riparata nello sgabuzzino), ho abbracciato Mickey e ho lasciato che Cagliostro si allenasse alla caccia, correndo dietro alle foglie secche. Non appena riusciva ad afferrarne una, subito la portava in casa, come se fosse una vera preda. Avevo appena finito di pulire i pavimenti, ma l'ho lasciato fare: l'atmosfera era troppo "elettrica", per spezzarne la magia.
C'era un non so che di sospeso, come una lunga attesa che stesse per giungere a compimento.
Quando, infine, i cani della via e del circondario si sono messi ad abbaiare tutti insieme, il mio cuore ha sobbalzato: era un richiamo, il "la" dato a un'orchestra potente e invisibile.
Abbaiavano al Vento, chiamavano il Sole, risvegliavano la Terra!
Nelle case vicine, tutto silenzio. Solo il rumore di qualche imposta che sbatteva. Mi pareva di essere l'unica, a godere di quello spettacolo.
La gente, in genere, considera il vento fastidioso: scompiglia i capelli, mette in disordine i vestiti, fa volare le tegole, rovescia i vasi e strapazza i panni stesi ad asciugare.
Ma il vento è anche energhèia, nella sua forma più GRANDIOSA! E' una cavalcata, è il fragore del battito d'ali di mille e mille intelligenze celesti! Il Vento soffia sul Fuoco, riporta a noi voci e pensieri...
(Soffiava vento anche quest'estate, sulla collina di Micene, quando potevi sentire il "suo" ultimo delirio, davanti alla Porta dei Leoni...)
Sono rimasta fuori per un'ora, finché non ha cominciato a fare troppo freddo. Soltanto allora sono rincasata, soddisfatta: avevo avuto la mia Epifania...
Le raffiche erano impetuose e formavano nel cortile mulinelli di foglie e rametti. La chioma del grande alloro ha cominciato a dimenarsi con grande strepito dei passeri, le nuvole correvano veloci, finché non sono scomparse del tutto, lasciando il cielo terso e luminoso.
Mi sono seduta sul gradino d'ingresso (la mia panchetta verde è ancora riparata nello sgabuzzino), ho abbracciato Mickey e ho lasciato che Cagliostro si allenasse alla caccia, correndo dietro alle foglie secche. Non appena riusciva ad afferrarne una, subito la portava in casa, come se fosse una vera preda. Avevo appena finito di pulire i pavimenti, ma l'ho lasciato fare: l'atmosfera era troppo "elettrica", per spezzarne la magia.
C'era un non so che di sospeso, come una lunga attesa che stesse per giungere a compimento.
Quando, infine, i cani della via e del circondario si sono messi ad abbaiare tutti insieme, il mio cuore ha sobbalzato: era un richiamo, il "la" dato a un'orchestra potente e invisibile.
Abbaiavano al Vento, chiamavano il Sole, risvegliavano la Terra!
Nelle case vicine, tutto silenzio. Solo il rumore di qualche imposta che sbatteva. Mi pareva di essere l'unica, a godere di quello spettacolo.
La gente, in genere, considera il vento fastidioso: scompiglia i capelli, mette in disordine i vestiti, fa volare le tegole, rovescia i vasi e strapazza i panni stesi ad asciugare.
Ma il vento è anche energhèia, nella sua forma più GRANDIOSA! E' una cavalcata, è il fragore del battito d'ali di mille e mille intelligenze celesti! Il Vento soffia sul Fuoco, riporta a noi voci e pensieri...
(Soffiava vento anche quest'estate, sulla collina di Micene, quando potevi sentire il "suo" ultimo delirio, davanti alla Porta dei Leoni...)
Sono rimasta fuori per un'ora, finché non ha cominciato a fare troppo freddo. Soltanto allora sono rincasata, soddisfatta: avevo avuto la mia Epifania...
giovedì 25 febbraio 2010
Del risveglio: le prime gemme, i primi fiori
Il mio primo crocus fiorito...
Mi piacciono molto, i bulbi. Affidarli alla terra alla fine della bella stagione, per vederli poi germogliare ad inizio primavera è ciò che sono solita definire un "rito consolatorio".
E' rassicurante ricoprirli con il terreno, affidandoli al Sonno: in genere, se il lavoro è stato fatto con cura, mantengono sempre la loro promessa.
Il bulbo, con la sua sfericità imperfetta, è un emblema silenzioso e discreto del tempo ciclico - così rassicurante, rispetto al tempo lineare.
La concezione lineare del tempo (tipica della nostra frenetica modernità) è una corsa verso il baratro; il tempo ciclico, al contrario, è il tempo dell'esperienza accumulata, della seconda possibilità sempre concessa. E' il tempo della calma che si oppone al tempo dell'affanno.
Penso a tutto questo, osservando i miei bulbi che hanno germogliato.
Li avevo affidati alla terra a novembre... e ora sono già in fiore.
Non sembra possibile che il tempo sia trascorso così velocemente e che anche questo lungo, freddo inverno stia volgendo al termine.
Ma tant'è.
Una nuova primavera è alle porte - e io non riesco a vedere il tempo trascorso come una perdita. E' piuttosto una nuova occasione, un nuovo tratto di crescita che ci viene concesso.
Il tempo dell'attività si alterna al tempo del riposo.
E' rassicurante ricoprirli con il terreno, affidandoli al Sonno: in genere, se il lavoro è stato fatto con cura, mantengono sempre la loro promessa.
Il bulbo, con la sua sfericità imperfetta, è un emblema silenzioso e discreto del tempo ciclico - così rassicurante, rispetto al tempo lineare.
La concezione lineare del tempo (tipica della nostra frenetica modernità) è una corsa verso il baratro; il tempo ciclico, al contrario, è il tempo dell'esperienza accumulata, della seconda possibilità sempre concessa. E' il tempo della calma che si oppone al tempo dell'affanno.
Penso a tutto questo, osservando i miei bulbi che hanno germogliato.
Li avevo affidati alla terra a novembre... e ora sono già in fiore.
Non sembra possibile che il tempo sia trascorso così velocemente e che anche questo lungo, freddo inverno stia volgendo al termine.
Ma tant'è.
Una nuova primavera è alle porte - e io non riesco a vedere il tempo trascorso come una perdita. E' piuttosto una nuova occasione, un nuovo tratto di crescita che ci viene concesso.
Il tempo dell'attività si alterna al tempo del riposo.
Giacinti in fiore sul davanzale della cucina...
Accade sempre così, in una Ruota Perpetua.
Troppi pensieri, per un singolo fiore?
Può darsi. Non importa.
Ora attendo i Semi: ho seminato la datura, la malva, la digitale e la salvia di Nyctea e l'aconito di mio padre. E sto a vedere. Aspetto, come occorrerebbe sempre saper fare...
Troppi pensieri, per un singolo fiore?
Può darsi. Non importa.
Ora attendo i Semi: ho seminato la datura, la malva, la digitale e la salvia di Nyctea e l'aconito di mio padre. E sto a vedere. Aspetto, come occorrerebbe sempre saper fare...
Del risveglio: fuoco e vento
In questi giorni sono stata trattenuta da mille sciocche incombenze e non ho potuto scrivere come avrei desiderato.
In compenso ho riflettuto parecchio, lasciandomi guidare dai nessi e dalle analogie, come spesso mi piace fare.
L'ultima volta ho parlato dei serpenti.
Dai serpenti sono passata attraverso il sangue (che fino a pochi giorni fa bagnava la mia terra)
(il serpente è per me immagine ciclica per eccellenza e, come tale, è liquidità e fuoco al tempo stesso: distrugge e ricrea, crea e distrugge...)
per giungere sino al fuoco.
I serpenti dormono durante l'inverno, nelle loro tane scavate nella terra da altri animali;
(nell'umida oscurità dormono gli animali, i semi, i bulbi...)
solo con l'arrivo della bella stagione tornano in attività, distendendosi al sole nelle ore più calde e luminose della giornata.
Il fuoco, il sole, la luce abbagliante del meriggio...
A riguardo ho appena terminato di leggere I demoni meridiani, di Roger Caillois, un saggio che riguarda le apparizioni dei morti, dei daimones e del "divino" nell'ora funesta e magica del mezzogiorno, quando il sole è allo zenit e brucia impietoso, eliminando le ombre, rendendo tutto disperatamente luminoso.
In questi giorni mi sento molto attratta dalla luminosità intensa, dal fuoco che brucia, ricreando un nuovo ordine: non faccio altro che leggere libri e testi su questo argomento.
Si adattano bene con la strana ricettività che mi pervade: è come se avessi, infatti, tutti i sensi tesi a percepire il cambiamento.
Come quando ero bambina, mi viene spontaneo utilizzare in modo preponderante l'olfatto, per seguire le tracce del Risveglio.
Non lo sentite? E' nell'aria.
L'altra notte pioveva eppure, attraverso la finestra del bagno aperta, sentivo arrivare dai campi quell'afrore particolarissimo, di calore lontano e terra umida, di erba e legno fradicio della pioggia di fine febbraio...
E ieri (arriva sempre col buio, dalla campagna dietro casa), di nuovo. Eravamo da sole nella stanza io e Clizia, la mia gatta, e lei ha sollevato il muso verso la finestra spalancata (ci prenderemo un bel malanno, prima o poi... a causa dei nostri "invasamenti"!), annusando forte. Non era possibile non sentirlo. Ci chiama a gran voce, con pazienza millenaria...
In compenso ho riflettuto parecchio, lasciandomi guidare dai nessi e dalle analogie, come spesso mi piace fare.
L'ultima volta ho parlato dei serpenti.
Dai serpenti sono passata attraverso il sangue (che fino a pochi giorni fa bagnava la mia terra)
(il serpente è per me immagine ciclica per eccellenza e, come tale, è liquidità e fuoco al tempo stesso: distrugge e ricrea, crea e distrugge...)
per giungere sino al fuoco.
I serpenti dormono durante l'inverno, nelle loro tane scavate nella terra da altri animali;
(nell'umida oscurità dormono gli animali, i semi, i bulbi...)
solo con l'arrivo della bella stagione tornano in attività, distendendosi al sole nelle ore più calde e luminose della giornata.
Il fuoco, il sole, la luce abbagliante del meriggio...
A riguardo ho appena terminato di leggere I demoni meridiani, di Roger Caillois, un saggio che riguarda le apparizioni dei morti, dei daimones e del "divino" nell'ora funesta e magica del mezzogiorno, quando il sole è allo zenit e brucia impietoso, eliminando le ombre, rendendo tutto disperatamente luminoso.
Per te le fiamme luminose partoriscono l'alba del giorno; per te l'Oriente dalle dita rosate avendo misurato il polo meridiano sale poi afflitto fino alla sua sede; più oltre si fa incontro a te il tramonto.
(dal Papiro magico di Berlino)
(dal Papiro magico di Berlino)
In questi giorni mi sento molto attratta dalla luminosità intensa, dal fuoco che brucia, ricreando un nuovo ordine: non faccio altro che leggere libri e testi su questo argomento.
Si adattano bene con la strana ricettività che mi pervade: è come se avessi, infatti, tutti i sensi tesi a percepire il cambiamento.
Come quando ero bambina, mi viene spontaneo utilizzare in modo preponderante l'olfatto, per seguire le tracce del Risveglio.
Non lo sentite? E' nell'aria.
L'altra notte pioveva eppure, attraverso la finestra del bagno aperta, sentivo arrivare dai campi quell'afrore particolarissimo, di calore lontano e terra umida, di erba e legno fradicio della pioggia di fine febbraio...
E ieri (arriva sempre col buio, dalla campagna dietro casa), di nuovo. Eravamo da sole nella stanza io e Clizia, la mia gatta, e lei ha sollevato il muso verso la finestra spalancata (ci prenderemo un bel malanno, prima o poi... a causa dei nostri "invasamenti"!), annusando forte. Non era possibile non sentirlo. Ci chiama a gran voce, con pazienza millenaria...
lunedì 15 febbraio 2010
Dei varchi, della permanenza
Come spesso capita, le riflessioni che affido a queste pagine (e che trattano, seppure indegnamente, anche di argomenti importanti) nascono dai fatti del quotidiano, da piccoli avvenimenti su cui - in teoria - non bisognerebbe sprecare troppe parole. A me, invece, piace utilizzarli (o, per meglio dire, loro utilizzano me!) per sollevare veli, dischiudere porte, azionare il caleidoscopio colorato e movimentato dei pensieri...
L'altro giorno mi sono arrivate da correggere le bozze di un romanzo storico: il libro non è un capolavoro, è scritto in modo abbastanza dozzinale, con un pessimo utilizzo della punteggiatura... Unico pregio dell'autore, una caratterizzazione sapiente dei personaggi che, nonostante i difetti stilistici, mi ha catturata nella lettura più di quanto non consenta la professionalità di un redattore.
Il romanzo era ambientato nell'antica Sumer e, come sempre mi accade quando si tratta di popoli antichi, ho subìto prepotentemente il fascino di quelle culture ormai disperse fra le sabbie del tempo, del loro modo meraviglioso di intendere la religione e la maghéia.
Il "nodo" è qui: nel rapporto intimo con il passato, nell'inspiegabile sentirmi parte di un'epoca e di un luogo che non mi appartengono (almeno in apparenza). Queste sono le cose a cui pensavo mentre leggevo e correggevo, correggevo e leggevo... Ho ricordato le sensazioni sconvolgenti provate sull'Acropoli di Atene molti anni fa, ho ripensato ai varchi, di cui parlavo la volta scorsa.
"Porte" particolari fra questo mondo e l'Altro; fra il Presente e il Passato; fra il Vero Sé e il Falso Sé. Ignorare un varco aperto o, peggio, tentare di chiuderlo può essere pericoloso. Si interrompe il flusso, lo scorrere della linfa e si finisce per restare imprigionati in una "bolla di oscurità", sopraffatti dall'onda nera.
Credo che ciascuno di noi abbia i suoi mezzi prediletti per "passare" e per "scorrere" attraverso questi varchi. A volte mi piace chiamarli anche "metafore ossessive".
Io, ad esempio, ascolto la linfa nel sangue. E in questo mese di confusione e vaga tristezza, guarda caso, il mio sangue ha rallentato. Interrotto, spezzato. Come mi sento interrotta e spezzata io: non sento, non ascolto, non ne sono capace. Non questo mese.
E allora mi rivolgo al Serpente - altro simbolo a cui sono legatissima, ma a cui ricorro solo in certi momenti.

Lucien Levy Dhurmer, Eva
L'altro giorno mi sono arrivate da correggere le bozze di un romanzo storico: il libro non è un capolavoro, è scritto in modo abbastanza dozzinale, con un pessimo utilizzo della punteggiatura... Unico pregio dell'autore, una caratterizzazione sapiente dei personaggi che, nonostante i difetti stilistici, mi ha catturata nella lettura più di quanto non consenta la professionalità di un redattore.
Il romanzo era ambientato nell'antica Sumer e, come sempre mi accade quando si tratta di popoli antichi, ho subìto prepotentemente il fascino di quelle culture ormai disperse fra le sabbie del tempo, del loro modo meraviglioso di intendere la religione e la maghéia.
Il "nodo" è qui: nel rapporto intimo con il passato, nell'inspiegabile sentirmi parte di un'epoca e di un luogo che non mi appartengono (almeno in apparenza). Queste sono le cose a cui pensavo mentre leggevo e correggevo, correggevo e leggevo... Ho ricordato le sensazioni sconvolgenti provate sull'Acropoli di Atene molti anni fa, ho ripensato ai varchi, di cui parlavo la volta scorsa.
"Porte" particolari fra questo mondo e l'Altro; fra il Presente e il Passato; fra il Vero Sé e il Falso Sé. Ignorare un varco aperto o, peggio, tentare di chiuderlo può essere pericoloso. Si interrompe il flusso, lo scorrere della linfa e si finisce per restare imprigionati in una "bolla di oscurità", sopraffatti dall'onda nera.
Credo che ciascuno di noi abbia i suoi mezzi prediletti per "passare" e per "scorrere" attraverso questi varchi. A volte mi piace chiamarli anche "metafore ossessive".
Io, ad esempio, ascolto la linfa nel sangue. E in questo mese di confusione e vaga tristezza, guarda caso, il mio sangue ha rallentato. Interrotto, spezzato. Come mi sento interrotta e spezzata io: non sento, non ascolto, non ne sono capace. Non questo mese.
E allora mi rivolgo al Serpente - altro simbolo a cui sono legatissima, ma a cui ricorro solo in certi momenti.
Lucien Levy Dhurmer, Eva
Non è forse liquido, il movimento del serpente?
Non c'è forse qualcosa di REALMENTE DIVINO nel suo essere schivo, quasi mansueto, a dispetto del veleno che reca in corpo? Morte nella Vita!
E non è forse in questa liquidità perfetta, in questo equilibrio perpetuo che si inserisce l'immagine del cerchio: la pelle che cambia, l'ouroboros! E così, avanti, a tamburo battente, ricercando segni, significati...
Non c'è forse qualcosa di REALMENTE DIVINO nel suo essere schivo, quasi mansueto, a dispetto del veleno che reca in corpo? Morte nella Vita!
E non è forse in questa liquidità perfetta, in questo equilibrio perpetuo che si inserisce l'immagine del cerchio: la pelle che cambia, l'ouroboros! E così, avanti, a tamburo battente, ricercando segni, significati...
«Sua madre è un serpente, ed avverrà che ella ascolterà sempre le parole di sua madre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Si avvicinerà, si avvicinerà per avere vendetta, e avverrà che distruggerà gli uomini, i nobili e i servi che sotto giuramento sono a servizio del re, tutti coloro che appartengono al re! Andrà ...a fare un bagno di sangue e non ne avrà vergogna!»
(Hattusili I Testamento)

(Hattusili I Testamento)

martedì 9 febbraio 2010
"Where does your voice go when you're no more?"
Forse può essere stato frutto della mia immaginazione (sebbene sono quasi certo che non lo fosse) ma ebbi l'impressione che tutto l'entusiasmo per il gioco si fosse improvvisamente disciolto come brina al sole. Se a qualcuno fosse venuto in mente di proporre un altro gioco, sono sicuro che tutti quanti ne saremmo stati felici e avremmo abbandonato "Smee". Soltanto che nessuno lo fece. Nessuno pareva disposto a farlo. Per conto mio, e posso dire altrettanto anche a nome di altri, provavo l'opprimente sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato. Non avrei saputo dire che cosa ci fosse che non andava, e in realtà non me lo chiedevo neppure, ma in qualche modo il divertimento aveva perso tutto il suo brio e sul mio cuore indugiava un ammonimento come un'ombra, un sesto senso che mi avvertiva del fatto che in quella casa v'era un influsso tutt'altro che sano e positivo.
A. M. Burrage, Smee
A. M. Burrage, Smee
Uno dei film che prediligo, Dust (ne parlavo già qui), ha come frase di lancio quella che ho riportato nel titolo: Dove va la tua voce quando non ci sei più?
Di recente mi è capitato di essere testimone (per interposta persona!) di un fatto strano e sono tornata a riflettere sul significato di certi "legami".
Non starò a raccontare in questo post tutte le esperienze "inspiegabili" capitate nella mia vita o in quella delle persone a me care.
Il pensiero che si fa strada con frequenza, in questi giorni, nella mia mente è decisamente poco concreto, legato più alle suggestioni che ai ricordi. Riguarda quella che io chiamo la volontà di permanere di energie, entità, anime.
Permanere: dal latino permanère, composto da "per" e "manere", rimanere, restare, durare.
Durare. Sconfiggere il tempo, per quello che è possibile. Riferito alle persone, naturalmente; ma anche ai luoghi.
Che cos'è che percepiamo in alcune case (quella tensione sottile, che provoca un nodo alla gola) o in un luoghi ben precisi?
Penso a Lucedio, è ovvio. E anche al vecchio prato di Camino, che oggi non esiste più.
Non è "vampiresca" (concedetemi il termine) questa volontà di permanere?
Non è forse il frammento del divino rimasto in noi? (Non è questo che afferma l'uomo mortale di fronte alla potenza funesta dell'angelo, nelle Duinesi di Rilke? Ah, ma sto divagando... L'appassionata di poesia sta prendendo il sopravvento su Canidia...)
Le mie riflessioni, questa sera, non hanno molto senso. Prendetele per quello che sono: semplici divagazioni.
Vorrei che il mio gatto non miagolasse così forte...
martedì 2 febbraio 2010
Della Candelora (epilogo)
Eccomi, [...], commossa dalle tue preghiere vengo a te, io, la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l'origine prima dei tempi, la più grande tra gli dei, la regina dei morti, la signora dei celesti, l'immagine unificante di tutti gli dei e le dee; io che regolo secondo la mia volontà le luminose altezze dei cieli, le salubri brezze dei mari, i disperati silenzi degli inferi; e la divinità unica che io sono, il mondo intero la venera sotto diverse forme, con differenti riti e i nomi più vari. [...] Vengo a te [...] benevola e propizia...
(Apuleio, Le metamorfosi)
(Apuleio, Le metamorfosi)
Giovane famiglio incuriosito...
Non sono sicura che sia stata perfetta (come avrei voluto), ma di certo è stata potente. Complici, forse, il sole e il cielo terso (anche se freddo) di questi giorni o la tranquillità della casa, rimasta immersa per molte settimane nel silenzio della stagione oscura. La campagna tace (ancora) e i Lumi brillano in questa atmosfera di attesa.
C. ha cucinato la Focaccia della Candelora (coi semi di finocchio, emblema dell'inverno che sta per finire), io ho bruciato foglie di elleboro, pianta che - col suo vigore - aiuterà a socchiudere i Battenti.
Per ogni Risveglio occorre sempre usare grande delicatezza...
(«Non si spengono le candele!»
«Perché?»
«Perché non ci appartengono: Lei le ha fatte accendere, Lei le spegnerà...»)
C. ha cucinato la Focaccia della Candelora (coi semi di finocchio, emblema dell'inverno che sta per finire), io ho bruciato foglie di elleboro, pianta che - col suo vigore - aiuterà a socchiudere i Battenti.
Per ogni Risveglio occorre sempre usare grande delicatezza...
(«Non si spengono le candele!»
«Perché?»
«Perché non ci appartengono: Lei le ha fatte accendere, Lei le spegnerà...»)

