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giovedì 13 ottobre 2011

Afonia



Oggi siamo afoni entrambi. Di nuovo, tesoro mio...
E per questo ti adoro oltre ogni limite, mio impareggiabile Guardiano di Soglia...

mercoledì 7 settembre 2011

Della cecità

Non è difficile. Basta seguire le briciole gettate lungo il cammino - e avere pazienza: il percorso, l' "inseguimento" di tutti i segnali può durare anche anni.
A me è successo con I ciechi. Diverse visite al vecchio paese "cieco", fotografie, sopralluoghi notturni insieme a *C.* e a Mara - eppure il racconto non si concretizzava mai. Tutto quello che sapevo, fino a poche ore fa, era solo che il protagonista per ovvie ragioni (ovvie soltanto per me!) avrebbe dovuto lo "specchio" di Andrea. Un po' poco, per scriverci una storia.
E poi, all'improvviso, dopo una variegatissima chiacchierata con Nyc, torno alla scrivania e leggo questa frase di Fabio Rosa:

«Il buio degli occhi, che per gli antichi era attributo dei veggenti, è ormai divenuto IL BUIO DI DIO, di cui soltanto il cieco fa esperienza» (Fabio Rosa, "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Mito e sguardo in Pavese", in L'occhio, il volto. Per un'antropologia dello sguardo).

Ecco cosa c'era (o avrebbe dovuto esserci: declinate il verbo come più vi aggrada) nelle case cieche di Brusaschetto Basso: il dio cieco, Abbaton.


Hugo Simberg, Blessed Angel

Chiunque lo scorga, è destinato anch'egli a morire e a diventare un veggente. Le due cose più o meno si equivalgono...

«La vision s'éteint avec la lumière: les morts sont des aveugles, et songer qu'on est aveugle est un signe de mort...» (Waldemar Deonna, Le symbolisme de l'oeil)


I "ciechi" di Brusaschetto Basso. Fotografati dalla Canidia almeno 5 o 6 anni fa: oggi il paese non esiste più...

sabato 30 gennaio 2010

Della piena di gennaio



Non il ramo spezzato, non l'erba scomposta lungo il sentiero
ci dicevano il suo passaggio, ma il tocco di solitudine
che ogni cosa in sé custodiva ed a noi rendeva, liberando
dopo il messaggio consueto l'altra, l'ignota parola.
Come trasalivamo ascoltandola, come si orientava sicuro
il nostro cuore sull'invisibile traccia!
Così noi sempre ti seguimmo, Dominatore e Amato,
né ci sorprende la bianca luce in cui svelato al nostro fianco cammini
(ora che l'ombra carnale è tramontata sul meridiano della morte)
perché da lungo tempo te solo conoscevamo, a te solo
obbedivamo, tua destinata preda,
trascinando sulle vie della terra la tua celeste catena straniera.

(Margherita Guidacci, da La sabbia e l'angelo)

(All'angelo, per questa luna potente, che mi parla da giorni... E' il MESSAGGIO ciò a cui tutto ruota intorno. Bisogna com-prendere e svelare.)

sabato 9 gennaio 2010

Ein jeder Engel ist schrecklich


Il bellissimo angelo di Tilda Swinton in Constantine, di Francis Lawrence.

Chi, se io gridassi, mi udirebbe mai dalle schiere degli angeli ed anche se uno di loro al cuore mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte presenza. Perché il bello è solo l'inizio del tremendo, che sopportiamo appena, e il bello lo ammiriamo così perché incurante disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo. [...]

(R. M. Rilke, Elegie duinesi, I, vv. 1 - 8.)

Non sono mai riuscita a considerare gli angeli come le classiche creature codificate dalla religione cristiana, tutte fulgore e perfezione celeste, benevole soccorritrici degli uomini in questa "valle di lacrime".
Anche perché, a dirla tutta, neppure gli angeli presentati dalla Bibbia sono questo.
Certo, l'angelo di Tobia è il custode per eccellenza.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi (e nei casi più affascinanti, capaci di soggiogarci e toglierci la parola) gli angeli sono dei combattenti. Sterminatori, se la volontà divina lo vuole e lo ordina.

L'angelo rappresenta, più di ogni altra creatura metafisica, l'irruzione (spaventosa, mortifera) dell'Altro, della dimensione dell'ou-topia (il non-luogo, quello inaccessibile alla mente umana, pena il dilagare della follia) nella realtà dell'uomo, la manifestazione «tremenda del limite, che affligge, insuperabile, ogni umano Dasein» (M. Cacciari, L'angelo necessario).
Per questo, la sua bellezza è tale da sconfinare nell'orrore: così come l'eccesso di luce provoca cecità al pari del buio, allo stesso modo la perfezione angelica diviene mostruosa - e l'angelo (portatore del "messaggio ultimo e terribile") può essere assimilato ai grandi mostri mitologici: Medusa, le Erinni, le Sirene, le Arpie...
Il fascino di questi custodi dell'Eterno è potentissimo, le connessioni che li legano agli archetipi fondanti delle più antiche religioni innegabili, folgoranti.
Per anni ho seguito le loro tracce attraverso saggi letterari e antropologici, poesie, romanzi e pellicole cinematografiche: perfino nelle più mediocri fra queste ultime ho scoperto figure angeliche abbaglianti.
E ancora oggi - sebbene mi stia soffermando in questo periodo su altri campi d'indagine - non riesco a restare insensibile alla potenza irradiata dal Gabriele dell'Annunciazione di Grunewald, dipinto ammirato dal vero lo scorso dicembre, al Museo Unterlinden di Colmar.


L'Annunciazione di Grunewald

La reazione della Madonna, di fronte a lui, non consente equivoci: annientata dalla sua luce, non riesce ad alzare lo sguardo sul messaggero. E' costretta, anzi, a volgere il capo all'indietro e a socchiudere le palpebre, mentre Gabriele (avvolto da vesti rosse e gialle, i colori del fuoco) punta su di lei un dito inquisitorio, quasi minaccioso: il suo messaggio, a ben vedere, non pare essere fra i più rassicuranti.

Andando a scavare a ritroso nel tempo, nella letteratura così come nei testi religiosi (sia cristiani sia dell'antichità pre-cristiana), non si può non notare la somiglianza fra gli angeli e la mater perniciosa: la capacità di folgorare, riducendo in cenere ogni forma di vita (e la cenere è sempre cessazione di vita e, al contempo, nuovo inizio); la connessione stretta con i volatili (di gufi, civette e rapaci diurni ho già parlato); la facoltà di condurre la morte attraverso lo sguardo. (La morte è negli occhi, come scriveva Cesare Pavese.) Infine, la padronanza intrinseca di un linguaggio (il "parlare angelico"), che sovrasta l'umano intelletto e che rende qualsiasi dialogo fra Uomo e Angelo impossibile, pena la sopraffazione del primo da parte del secondo:

Non credere che io supplichi. Angelo, e se anche ti supplicassi! Tu non vieni.

(R. M. Rilke, Elegie duinesi)

Suggestioni
• R. M. Rilke, Elegie duinesi.
Massimo Cacciari, L'angelo necessario, Adelphi: saggio fondamentale per la comprensione e l'interpretazione delle Elegie duinesi di R. M. Rilke.
L'angelo sterminatore di Luis Buñuel, del 1962: autentico capolavoro del regista spagnolo, dove l'angelo mai appare e mai viene menzionato - eppure la sua potenza domina tutto il film, recando morte e disperazione.
The Prophecy - The God's Army, film diretto da Gregory Widen nel 1995: una pellicola tutt'altro che perfetta (sebbene abbastanza originale), che ha come protagonisti proprio tre angeli, tutti con interessanti caratteristiche: ciechi, alati, votati unicamente (o quasi) all'obbedienza. Viene fra l'altro affrontato il tema, squisitamente apocrifo, dell'invidia degli angeli verso gli uomini.


La locandina de L'angelo sterminatore di Luis Buñuel.

«Tutta un'esistenza passata a lodare Dio, ma sempre con un'ala intinta nel sangue. Credi che ti piacerebbe davvero vedere un angelo?»

(Dal film The Prophecy, di Gregory Widen, 1995)