Parlano. Gli animali. Le Intelligenze vegetali. Le stelle. L'acqua. La montagna (che chiama...).
Io sono quella che raccoglie le piccole cose, che fa caso alle parole appena sussurrate, ai gesti incompiuti - di cui si può percepire solo un tenue accenno.
Tutto si ri-collega. La sinfonia ha ripreso forza.
E' bellissimo.
Visualizzazione post con etichetta empatheia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta empatheia. Mostra tutti i post
lunedì 6 giugno 2011
martedì 8 giugno 2010
Empatheia
«La capacità di pensiero è attiva se è unita all'oggetto; il pensiero non si separa mai dall'oggetto.» (Goethe)
Nel posto dove lavoro adesso, sono a stretto contatto con persone che dicono di studiare (o aver studiato) la natura; e che puntualmente, con ogni gesto e parola, quotidianamente dimostrano di non voler avere proprio niente a che fare, con la natura in questione.
Basti pensare al mio vicino di scrivania (laureato in biologia) che afferma, con una sfumatura di compiacimento: «Io detesto le piante» o a tutti i miei colleghi che, dopo ore trascorse in laboratorio (un seminterrato tutt'altro che accogliente) e pur avendo a disposizione - appena fuori dalla porta antincendio - uno splendido e grande prato verde, preferiscono consumare il loro pranzo al chiuso, seduti al tavolone centrale dell'ufficio.
Io, laureata in lettere e quindi autentico pesce fuor d'acqua in questo ambiente, sono perfettamente consapevole di non possedere le nozioni degli altri "tecnici" su insetti e cicli larvali e tuttavia credo di avere con la natura (in ogni sua forma e accezione) un rapporto molto più partecipe e sentito.
Del resto la "Natura" non è una macchina né un software sofisticato: è qualcosa di vivente e di pulsante. A che scopo conoscerla, se poi non le si dedica tempo? Se non si vive IN lei e PER lei? Che senso ha?
Sarebbe come se io dicessi di studiare appassionatamente la poesia - e poi mi rifiutassi di leggere qualsiasi tipo di componimento poetico!
Ci riflettevo domenica scorsa, mentre percorrevo un meraviglioso sentiero di montagna. Come accade per ogni tipo di relazione con altri esseri viventi (siano essi esseri umani o animali), anche nel nostro rapporto con la Natura (se desideriamo che sia vitale, produttivo e po(i)etico) l'empatia è un requisito fondamentale.
Non si può "studiare la Natura" (per usare l'espressione tanto amata dai miei colleghi) e poi esimersi dall'essere empatici nei suoi confronti.
Non è, questa, una delle mie solite farneticazioni. C'è chi ci ha già pensato, prima e meglio di me. C'è chi, addirittura, ha individuato nell'empatheia l'unica soluzione possibile per salvare il nostro grande mondo malato.
«La vecchia scienza considera la natura come oggetto; la nuova come RELAZIONE. La vecchia scienza è caratterizzata da distacco, espropriazione, dissezione e riduzione; la nuova da impegno, condivisione, integrazione e olismo. [...] La vecchia scienza premia l'autonomia dalla natura; la nuova la partecipazione alla natura. [...] Solo un'azione concertata che stabilisca un senso collettivo di affiliazione con l'intera biosfera potrà assicurarci un futuro. [...] La civiltà dell'empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all'intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un'empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?»
(J. Rifkin, La civiltà dell'empatia)
Dal microcosmo al macrocosmo: ecco come un piccolo laboratorio di analisi del nord Italia può fungere da cartina tornasole per verificare quanto l'empatia sia poco diffusa e quanti danni possa procurare, nella società attuale, l'atteggiamento che Rifkin definisce tipico della "vecchia scienza".
Tuttavia, da un esempio negativo si può sempre trarre utili lezioni. Senza contare che esistono anche realtà migliori. Come racconta Rifkin, nel suo saggio edito (ahinoi!) da Mondadori, in Canada si sta sperimentando un programma (nato dagli studi dell'insegnante Mary Gordon) che mira a "educare all'empatia" i bambini e gli adolescenti e che si appresta a essere messo in pratica in tutti gli ordini di scuole.
Sarà questa nuova sensibilità, la "poesia" che salverà il mondo?
Nel posto dove lavoro adesso, sono a stretto contatto con persone che dicono di studiare (o aver studiato) la natura; e che puntualmente, con ogni gesto e parola, quotidianamente dimostrano di non voler avere proprio niente a che fare, con la natura in questione.
Basti pensare al mio vicino di scrivania (laureato in biologia) che afferma, con una sfumatura di compiacimento: «Io detesto le piante» o a tutti i miei colleghi che, dopo ore trascorse in laboratorio (un seminterrato tutt'altro che accogliente) e pur avendo a disposizione - appena fuori dalla porta antincendio - uno splendido e grande prato verde, preferiscono consumare il loro pranzo al chiuso, seduti al tavolone centrale dell'ufficio.
Io, laureata in lettere e quindi autentico pesce fuor d'acqua in questo ambiente, sono perfettamente consapevole di non possedere le nozioni degli altri "tecnici" su insetti e cicli larvali e tuttavia credo di avere con la natura (in ogni sua forma e accezione) un rapporto molto più partecipe e sentito.
Del resto la "Natura" non è una macchina né un software sofisticato: è qualcosa di vivente e di pulsante. A che scopo conoscerla, se poi non le si dedica tempo? Se non si vive IN lei e PER lei? Che senso ha?
Sarebbe come se io dicessi di studiare appassionatamente la poesia - e poi mi rifiutassi di leggere qualsiasi tipo di componimento poetico!
Empatheia. Valsesia, 6 giugno 2010.
Non si può "studiare la Natura" (per usare l'espressione tanto amata dai miei colleghi) e poi esimersi dall'essere empatici nei suoi confronti.
Non è, questa, una delle mie solite farneticazioni. C'è chi ci ha già pensato, prima e meglio di me. C'è chi, addirittura, ha individuato nell'empatheia l'unica soluzione possibile per salvare il nostro grande mondo malato.
«La vecchia scienza considera la natura come oggetto; la nuova come RELAZIONE. La vecchia scienza è caratterizzata da distacco, espropriazione, dissezione e riduzione; la nuova da impegno, condivisione, integrazione e olismo. [...] La vecchia scienza premia l'autonomia dalla natura; la nuova la partecipazione alla natura. [...] Solo un'azione concertata che stabilisca un senso collettivo di affiliazione con l'intera biosfera potrà assicurarci un futuro. [...] La civiltà dell'empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all'intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un'empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?»
(J. Rifkin, La civiltà dell'empatia)
Dal microcosmo al macrocosmo: ecco come un piccolo laboratorio di analisi del nord Italia può fungere da cartina tornasole per verificare quanto l'empatia sia poco diffusa e quanti danni possa procurare, nella società attuale, l'atteggiamento che Rifkin definisce tipico della "vecchia scienza".
Tuttavia, da un esempio negativo si può sempre trarre utili lezioni. Senza contare che esistono anche realtà migliori. Come racconta Rifkin, nel suo saggio edito (ahinoi!) da Mondadori, in Canada si sta sperimentando un programma (nato dagli studi dell'insegnante Mary Gordon) che mira a "educare all'empatia" i bambini e gli adolescenti e che si appresta a essere messo in pratica in tutti gli ordini di scuole.
Sarà questa nuova sensibilità, la "poesia" che salverà il mondo?