Leggendo Magia e medicina popolare in Piemonte, di Massimo Centini ~ Appunti, pensieri
«"Zitto!" mi rispose quello "Sei solo un ragazzo e per di più straniero, perciò giustamente non ti rendi conto che sei in Tessaglia e qui da tutte le parti le streghe dilaniano a morsi i volti dei cadaveri; è una pratica fondamentale della loro arte magica." E io, a mia volta: "E dimmi, per piacere, che cos'è questa storia di custodire i cadaveri?" "Prima di tutto" mi rispose "bisogna vegliare con la massima attenzione per tutta la notte, tenendo gli occhi ben aperti, anzi, spalancati e sempre fissi sul cadavere, e non si deve mai distogliere lo sguardo, anzi neanche volgerlo poco poco, perché quelle terrificanti creature sono capaci di cambiar forma e, una volta mutato il loro aspetto in quello di un animale qualunque, di infilarsi dentro di nascosto, al punto che riuscirebbero a ingannare persino l'occhio del Sole e della Giustizia! Infatti prendono le sembianze di uccelli o di cani, di topi e persino di mosche. A quel punto, con le loro terribili cantilene, sprofondano nel sonno i guardiani. [...]"»
(Apuleio, Metamorphoseon libri XI, 21-22)
Della forma e della parola, quindi - come già annotava Apuleio.
Le streghe piemontesi (che con le striges romane hanno legami di parentela più stretti di quanto non si pensi) vengono comunemente definite masche.
Il termine deriva strettamente dal latino larva, "pelle", "cuoio": per estensione del termine, i materiali con cui venivano fabbricate le maschere.
Per questo motivo larva, per i Romani, indicava la maschera dai tratti deformi e spaventosa. E ancora: lo spirito malvagio di un trapassato (spesso con sembianze scheletriche), opposto ai benevoli Lari.
Due sono le caratteristiche primarie della "maschera", che le masche erediteranno: la facoltà metamorfica riguardante l'aspetto e quella riguardante la voce. Mutato il volto, anche la voce cambia: diventa strido o cantilena; borbottìo diabolico o formula magica.
«[...] Talamasca sarebbe una maschera che borbotta o parla in modo strano come uno spirito o un ossesso.»
(P. Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino 1976, p. 169.)
Come gli spiriti e gli indemoniati (come i poeti e i veggenti!), le streghe sono detentrici di un potere altro, di una vista acuta e particolarissima: il loro linguaggio non può che essere deforme nella perfezione.
«Il corpo è fatto di sillabe.»
(La fattucchiera Lidia)
E nello stesso modo deforme è il loro aspetto:
«[...] quando arriva la festa delle calende di gennaio [...] non permettete che vengano in corteo, davanti a casa vostra, mascherati da cervi, da streghe, da qualunque bestia; rifiutate di dar loro la strenna, biasimateli, correggeteli e, se potete, impedite loro di agire così.»
(Cesario di Arles, Sermones au peuple)
La metamorfosi è unica e sdoppiata...
(Sull'importanza della parola nella maghéia antica.)
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martedì 15 dicembre 2009
lunedì 6 luglio 2009
Della magia: streghe e guaritrici
Nel corso delle ricerche e delle testimonianze raccolte nelle già menzionate puntate di Io la notte volo, Carla Fioravanti si è soffermata sul ruolo delle guaritrici, che fino al secondo dopoguerra erano l'autorità medica indiscussa in villaggi e paesi e che ancora oggi sono attive nelle nostre campagne.
Io stessa, non molto tempo fa, feci visita a un angelico vecchio signore (il "Censìn"), che diceva di aver ricevuto in dono da Padre Pio la capacità di curare acciacchi e nevralgie con la sola imposizione delle mani.
Vero o falso che fosse, in molti correvano da lui quando accusavano mal di schiena o prendevano una brutta storta - e tutti se ne tornavano a casa soddisfatti. Oggi Censìn non c'è più e chissà quante artrosi e sciatalgie non potranno più essere curate dalle sue mani miracolose...
In quest'epoca di progresso tumultuoso, accettiamo ancora che vi sia chi guarisce i malanni del corpo per intercessione divina (rigorosamente cristiana).
Diventiamo più scettici se qualcuno ci fa notare che anche le "medicone" - o addirittura le streghe! - potevano alleviare dolori e sciogliere fatture borbottando preghiere e ripetendo i nomi dei Santi.
Ciò che interessa, nel rapporto fra le "donne della medicina" e i loro pazienti, è la parete sottile che separa queste pratiche ("sciamaniche") dalla magia popolare.
Le guaritrici somministravano erbe, recitavano preghiere. Erano "maestre di parto" (e dunque emblemi di fecondità) e possedevano la capacità meravigliosa di tessere intrecci catartici attraverso parole e nenie recitate a memoria. (Ancora, la magia delle parole!)
Ruscivano a creare un rapporto di fiducia con la persona che si affidava alle loro cure. Un rapporto che era a tutti gli effetti erotico, se per eros intendiamo la "capacità di capire il significato profondo della vita", superando la paura (dei dogmi, della religione...).
La differenza, fra guaritrici e streghe, fra "medicone" e masche, è impercettibile: anche la strega veniva chiamata per riportare equilibrio fra mente e corpo, fra physica e psyche. Qui, fortissima è l'analogia tra malattia e fattura - entrambe intese come sovvertimento dell'equilibrio interiore dell'organismo umano.
Anche la strega recitava formule e preghiere aventi funzione catartica. Anche la strega dispensava consigli bizzarri e somministrava erbe miracolose.
E anche la strega era simbolo prepotente di fecondità: perfino quando, per contro, veniva accusata (anziché invocata) di uccidere bambini e bestiame...
Io stessa, non molto tempo fa, feci visita a un angelico vecchio signore (il "Censìn"), che diceva di aver ricevuto in dono da Padre Pio la capacità di curare acciacchi e nevralgie con la sola imposizione delle mani.
Vero o falso che fosse, in molti correvano da lui quando accusavano mal di schiena o prendevano una brutta storta - e tutti se ne tornavano a casa soddisfatti. Oggi Censìn non c'è più e chissà quante artrosi e sciatalgie non potranno più essere curate dalle sue mani miracolose...
In quest'epoca di progresso tumultuoso, accettiamo ancora che vi sia chi guarisce i malanni del corpo per intercessione divina (rigorosamente cristiana).
Diventiamo più scettici se qualcuno ci fa notare che anche le "medicone" - o addirittura le streghe! - potevano alleviare dolori e sciogliere fatture borbottando preghiere e ripetendo i nomi dei Santi.
Ciò che interessa, nel rapporto fra le "donne della medicina" e i loro pazienti, è la parete sottile che separa queste pratiche ("sciamaniche") dalla magia popolare.
Le guaritrici somministravano erbe, recitavano preghiere. Erano "maestre di parto" (e dunque emblemi di fecondità) e possedevano la capacità meravigliosa di tessere intrecci catartici attraverso parole e nenie recitate a memoria. (Ancora, la magia delle parole!)
Ruscivano a creare un rapporto di fiducia con la persona che si affidava alle loro cure. Un rapporto che era a tutti gli effetti erotico, se per eros intendiamo la "capacità di capire il significato profondo della vita", superando la paura (dei dogmi, della religione...).
La differenza, fra guaritrici e streghe, fra "medicone" e masche, è impercettibile: anche la strega veniva chiamata per riportare equilibrio fra mente e corpo, fra physica e psyche. Qui, fortissima è l'analogia tra malattia e fattura - entrambe intese come sovvertimento dell'equilibrio interiore dell'organismo umano.
Anche la strega recitava formule e preghiere aventi funzione catartica. Anche la strega dispensava consigli bizzarri e somministrava erbe miracolose.
E anche la strega era simbolo prepotente di fecondità: perfino quando, per contro, veniva accusata (anziché invocata) di uccidere bambini e bestiame...
«Buona come un'agnellina era la mia mula - dice crollando il capo Tonio della vigna - e filava dritta per la strada senza scartare mai, ora non soffre più le briglie, è ombrosa, s'impenna, scappa via, e finirà per farmi rompere il collo... finirà. Chi sa mai che cosa abbia visto.
Chi sa mai? Lo so io - dice colei che la sa lunga - lo so io che cosa ha visto: è stata stregata dalla megera che le passò daccanto: forse sarà stato stregato il fieno del prato, perché durante la fienagione è passata la goba che porta sfortuna... [...]
Sapete qual è l'incontro? E' l'abuso del vino e dei liquori, è l'abuso dei piaceri viziosi, è la malattia contratta prima del matrimonio fatto a occhi chiusi, è la malattia ereditaria che si rivela nei bambini, è il vino che si dà loro da bere...»
Chi sa mai? Lo so io - dice colei che la sa lunga - lo so io che cosa ha visto: è stata stregata dalla megera che le passò daccanto: forse sarà stato stregato il fieno del prato, perché durante la fienagione è passata la goba che porta sfortuna... [...]
Sapete qual è l'incontro? E' l'abuso del vino e dei liquori, è l'abuso dei piaceri viziosi, è la malattia contratta prima del matrimonio fatto a occhi chiusi, è la malattia ereditaria che si rivela nei bambini, è il vino che si dà loro da bere...»
(Dalla testimonianza del parroco di Corneliano, don Calliano, del maggio 1922. Pubblicata su Masche, di D. Bosca, Priuli&Verlucca editori)
martedì 14 aprile 2009
Della magia: il codice magico

Dance of the Witches di © Peter Lindahl
Già in passato avevo suggerito che la magia potesse avere legami più o meno stretti con la parola "poetica" (= dal greco poièo, "fare, costruire, inventare, comporre"), nel tentativo - tutt'ora in fieri - di ripercorrere, attraverso il tempo e lo spazio, le radici della fìsica.
Le ricerche di Carla Fioravanti (che ha intervistato numerose persone sul tema della magia, riassumendo poi tutto il materiale nelle splendide puntate del 2006 de Il Terzo Anello, trasmissione radiofonica di RadioTre) mi hanno in qualche modo dato conferma che la strada della funzione "poietica" della magia è quella giusta.
Infatti, che altro sarebbe la magia, se non un codice - ovvero un insieme di segni atto a interpretare (e dunque a conoscere) la realtà?
Esposto in questi termini, potrà sembrare un concetto piuttosto arido, che di certo piacerà poco a quei "romantici" affezionati a una visione ingenua e semplicistica della magia.
Eppure, a ben rifletterci, non esiste nulla di più profondo e "intestino" della volontà di un nucleo sociale di decodificare e conoscere il microcosmo che lo circonda e della conseguente creazione di un codice atto a svolgere tale funzione.
Alla base della nascita del "codice della magia" ci sono perciò il terrore ancestrale nei confronti della malattia e della morte; la paura di smarrirsi all'interno della propria comunità, vedendo svanire la stima e il rispetto dei propri simili; il timore dell'invidia, che può abbattersi su ciascuno di noi con la furia di un demone vendicatore; e, non da ultimo, l'amore per la terra foriera di vita - che in un attimo può essere resa sterile da una potente fattura... Sullo sfondo di tutto questo, la tensione umana mai sopita verso il divino - quella mano sempre tesa a sollevare il velo per scorgere l'inconoscibile. «Il mago è, in piccolo, tutto ciò che Dio rappresenta» afferma senza esitazioni una delle donne intervistate da Carla Fioravanti. Ancora, più avanti:
«La magia è riuscire a passare da un livello di osservazione e di percezione della realtà esteriore, apparente, sino a giungere alla comprensione - attraverso una serenità e una tranquillità interiori - di ciò che si muove sotto l'apparenza».
In questo il mago è simile al "dio" ed è simile all'artista (al poeta!), che spesso e volentieri viene definito "uomo d'ordine": al di là del guizzo creativo, tanto il mago quanto l'artista devono seguire un criterio, che li porterà all'aequilibrium necessario all'atto poietico.
Le ricerche di Carla Fioravanti (che ha intervistato numerose persone sul tema della magia, riassumendo poi tutto il materiale nelle splendide puntate del 2006 de Il Terzo Anello, trasmissione radiofonica di RadioTre) mi hanno in qualche modo dato conferma che la strada della funzione "poietica" della magia è quella giusta.
Infatti, che altro sarebbe la magia, se non un codice - ovvero un insieme di segni atto a interpretare (e dunque a conoscere) la realtà?
Esposto in questi termini, potrà sembrare un concetto piuttosto arido, che di certo piacerà poco a quei "romantici" affezionati a una visione ingenua e semplicistica della magia.
Eppure, a ben rifletterci, non esiste nulla di più profondo e "intestino" della volontà di un nucleo sociale di decodificare e conoscere il microcosmo che lo circonda e della conseguente creazione di un codice atto a svolgere tale funzione.
Alla base della nascita del "codice della magia" ci sono perciò il terrore ancestrale nei confronti della malattia e della morte; la paura di smarrirsi all'interno della propria comunità, vedendo svanire la stima e il rispetto dei propri simili; il timore dell'invidia, che può abbattersi su ciascuno di noi con la furia di un demone vendicatore; e, non da ultimo, l'amore per la terra foriera di vita - che in un attimo può essere resa sterile da una potente fattura... Sullo sfondo di tutto questo, la tensione umana mai sopita verso il divino - quella mano sempre tesa a sollevare il velo per scorgere l'inconoscibile. «Il mago è, in piccolo, tutto ciò che Dio rappresenta» afferma senza esitazioni una delle donne intervistate da Carla Fioravanti. Ancora, più avanti:
«La magia è riuscire a passare da un livello di osservazione e di percezione della realtà esteriore, apparente, sino a giungere alla comprensione - attraverso una serenità e una tranquillità interiori - di ciò che si muove sotto l'apparenza».
In questo il mago è simile al "dio" ed è simile all'artista (al poeta!), che spesso e volentieri viene definito "uomo d'ordine": al di là del guizzo creativo, tanto il mago quanto l'artista devono seguire un criterio, che li porterà all'aequilibrium necessario all'atto poietico.
mercoledì 11 febbraio 2009
Della magia delle parole - Parte I
Spesso mi rendo conto che il mio interesse per la letteratura e la parola scritta può apparire poco inerente alla fede religiosa e al mio amore per la Magna Mater - più simile a un gioco intellettuale che all'afflato del credente.
Questa convinzione non è sbagliata solo per ciò che mi riguarda, ma anche (e soprattutto) perché trae origine da un'errata valutazione del mezzo poetico; che è, in un'unica soluzione, strumento affilato e magnifico della mente umana e primo vero atto magico della storia.
Fin dalle origini, infatti, la magia si è espressa attraverso la "legatura" delle parole che, cadenzate e catartiche, avevano la possibilità di aprire mondi "altri" e di soddisfare la volontà dell'operante.
Andando avanti nei secoli, con l'affinarsi del mezzo espressivo, la parola poetica diviene veicolo di conoscenza - dove per Conoscenza si intende la discesa del divino nella natura umana. E', in breve, l'in-vasamento: il poeta, otre vivente e pulsante, accoglie la divinità dentro di sé, divenendo tutt'uno con essa e acquisendo la capacità di "vedere" e di mostrare ciò che ha visto agli altri uomini.
Esiodo, nel proemio della Teogonia, è molto chiaro in merito: le parole sono ispirate dalle Muse ed è a queste divinità che il poeta si rivolge per conoscere la verità, in modo da poterla tramandare.
Beato il mortale caro alle Muse:
a lui fiorisce dalle labbra la voce [...].
Figlie di Giove, salvete, l'amabile canto a me date;
e celebrate la stirpe dei Numi che vivono eterni,
che nacquero dalla Terra, dal Cielo gremito di stelle,
e dalla buia Notte: nutriti altri furon dal mare.
E dite come prima la Terra ebbe origine, e i Numi
nacquero, e i Fiumi, e il Mare che irato si gonfia, infinito,
e sfavillanti gli astri nell'alto, e l'amplissimo Cielo.
(Esiodo, Teogonia)
La poesia - dunque - come Conoscenza.
E la Conoscenza come atto generativo, produzione di Verità e di Realtà (alternative?).
Ecco che, legato al significato originario del termine poesia (dal greco poièo: compongo, invento, produco, faccio), il gesto poetico - fatto di cadenze ritmiche, capaci di rapire la nostra mente e la nostra attenzione - acquista una nuova arcana valenza...
Aggiornamento del 14 aprile 2009
Nella puntata de Il Terzo Anello del 13 febbraio 2006, Carla Fioravanti raccoglie la testimonianza di un'anziana signora, che racconta i suoi ripetuti incontri con la "fattucchiera" Lidia: quest'ultima avrebbe affermato che «Il corpo è fatto di sillabe».
Questa convinzione non è sbagliata solo per ciò che mi riguarda, ma anche (e soprattutto) perché trae origine da un'errata valutazione del mezzo poetico; che è, in un'unica soluzione, strumento affilato e magnifico della mente umana e primo vero atto magico della storia.
Fin dalle origini, infatti, la magia si è espressa attraverso la "legatura" delle parole che, cadenzate e catartiche, avevano la possibilità di aprire mondi "altri" e di soddisfare la volontà dell'operante.
Andando avanti nei secoli, con l'affinarsi del mezzo espressivo, la parola poetica diviene veicolo di conoscenza - dove per Conoscenza si intende la discesa del divino nella natura umana. E', in breve, l'in-vasamento: il poeta, otre vivente e pulsante, accoglie la divinità dentro di sé, divenendo tutt'uno con essa e acquisendo la capacità di "vedere" e di mostrare ciò che ha visto agli altri uomini.
Esiodo, nel proemio della Teogonia, è molto chiaro in merito: le parole sono ispirate dalle Muse ed è a queste divinità che il poeta si rivolge per conoscere la verità, in modo da poterla tramandare.
Beato il mortale caro alle Muse:
a lui fiorisce dalle labbra la voce [...].
Figlie di Giove, salvete, l'amabile canto a me date;
e celebrate la stirpe dei Numi che vivono eterni,
che nacquero dalla Terra, dal Cielo gremito di stelle,
e dalla buia Notte: nutriti altri furon dal mare.
E dite come prima la Terra ebbe origine, e i Numi
nacquero, e i Fiumi, e il Mare che irato si gonfia, infinito,
e sfavillanti gli astri nell'alto, e l'amplissimo Cielo.
(Esiodo, Teogonia)
La poesia - dunque - come Conoscenza.
E la Conoscenza come atto generativo, produzione di Verità e di Realtà (alternative?).

G. Courbet, L'origine du monde
Ecco che, legato al significato originario del termine poesia (dal greco poièo: compongo, invento, produco, faccio), il gesto poetico - fatto di cadenze ritmiche, capaci di rapire la nostra mente e la nostra attenzione - acquista una nuova arcana valenza...
Aggiornamento del 14 aprile 2009
Nella puntata de Il Terzo Anello del 13 febbraio 2006, Carla Fioravanti raccoglie la testimonianza di un'anziana signora, che racconta i suoi ripetuti incontri con la "fattucchiera" Lidia: quest'ultima avrebbe affermato che «Il corpo è fatto di sillabe».
lunedì 3 novembre 2008
Della magia: il ponte fra due mondi
La magia è il superamento o l'estensione di una barriera che appare invalicabile per i comuni mortali e che per la strega (o il mago) diventa - con l'acquisizione della Conoscenza - un velo sottile che può essere sollevato.
Nel caso della stregoneria vera e propria (la forma più antica e viscerale di magia: quella delle maghe terribili della Tessaglia, di Canidia e di Sagana, per intenderci) si tratta dell'abbattimento della barriera che separa i vivi dai morti.Nel caso della magia naturale, invece, è una vera e propria "estensione" dei confini dell'essere umano, che giunge a possedere e comandare l'intero creato.
Secondo il pensiero magico l'universo è un gigantesco organismo umano e l'uomo ne è la piccola immagine, una replica in miniatura. Essendo egli stesso una rappresentazione dell'universo (sia pure in scala ridotta) mediante un processo di espansione spirituale l'uomo può misticamente estendere il suo essere fino a coprire l'intero creato, sottomettendolo al suo volere.
(C. Gatto Trocchi, La magia, Newton Compton, Roma 1994, p. 43)
Lo stesso accade per la magia cerimoniale e per quella celeste di Marsilio Ficino e Cornelio Agrippa, che si rivolge al cielo e alla sua intelligenza: in entrambi i casi, chi pratica la magia diventa tramite tra la dimensione dell'in-conoscibile e l'universo razionale.
(Nel caso della magia cerimoniale il trait d'union riguarda il tipo di linguaggio utilizzato, quello simbolico. Anche in questo caso, il rimando dall'oggetto al suo simbolo, da A a B, necessita di un viaggio interiore, di uno spostamento dall'alto verso il basso e viceversa, per potersi realizzare.)
Per questi (e per altri motivi) io sostengo che le streghe (in qualtià di messaggere provenienti dalla dimensione dell'ou-topia, cioè del "non-luogo") non siano poi così lontani dagli angeli della tradizione giudaico-cristiana.
Il concetto base è la capacità (e la volontà, nel caso di chi pratica scientemente la magia) di fare da tramite fra due mondi che non potrebbero avere altrimenti nessun contatto.

Malvisi, Erinni, olio su tavola 80x60

