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domenica 2 febbraio 2014

Suggestioni per la Candelora 2014

Quest'anno voglio procedere per immagini...
Ritengo infatti che questa Candelora (l'ultima - fra l'altro - che trascorro nella mia Vecchia Casa) sia particolarmente ricca di connessioni e rimandi. Delicati, a volte persino "pericolosi"; ma innegabili.







Un doveroso e lieto risveglio per tutt*... :)

sabato 19 ottobre 2013

Considerazioni sul buio

Immagine di © Amanda Clark
Questi tempi non mi piacciono. Nel mio ultimo post (1), avevo parlato di Luce e di Sole - perché luce e sole sono ciò che mi guidano in questa fase del percorso. Anche nei momenti di passaggio... Sono piena di idee, di progetti che riguardano sia la mia vita privata sia il mio lavoro (che adoro).
Purtroppo, tutta questa positiva frenesia, questo "non saper smettere di ronzare" non trova corrispondenza in ciò che accade fuori - oltre la soglia di casa.
Stiamo vivendo tempi oscuri - tempi osceni, che non si traducono mai in pretesti «per una bella metafora, per una sorprendente analogia, per un paradossale contrasto» (G. Almansi, L'estetica dell'osceno).

[Nota a margine: oppure, forse, è proprio ciò che dovremmo fare? Trasformare l'osceno in poesia - e dunque in maghéia - per superare indenni questo periodo di tenebra, per rendere prolifico l'oscuro e salvarci?]

Sono osceni e basta.
Penso all'odio razziale (alimentato giorno dopo giorno dall'ignoranza di chi non legge, non sa e non conosce - da chi si lascia abbindolare da notizie false e tendenziose); penso alla violenza di genere (spudorata come non mai); penso alle recrudescenze naziste che hanno fatto bello sfoggio di sé in occasione della morte del macellaio Priebke...
Quanti altri esempi potremmo aggiungere?


Quella che si avvicina sarà una Calenda particolare. Dovremo essere attenti a compiere i passi giusti, ad ascoltare e raccogliere i segni. Dovremo aguzzare tutti i sensi (trasformandoci in animali selvatici) - per salvarci. Poco importa se, per farlo, dovremo distruggere, cancellare e allontanare da noi ciò che non ha più senso di esistere:
«La Madre della Creazione è sempre anche la Madre della Morte, e viceversa. Per via di questa natura duale, o duplice compito, il grande lavoro che ci aspetta è quello di imparare a comprendere quanto attorno a noi e su di noi e dentro di noi deve vivere, e che cosa deve morire. Il nostro lavoro consiste nell'apprendere il ritmo di entrambe le cose, consentire a ciò che deve morire di morire, e a ciò che deve vivere di vivere» (C. Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, p. 10).
In questo periodo di con-fusione dobbiamo essere guerrieri e determinati: né le Norne né le Parche si sono mostrate clementi, ogni volta che il filo doveva essere reciso. Ebbene, noi dovremo fare altrettanto. Scendere a compromessi, accettare il silenzio, di questi tempi può voler dire perdersi definitivamente...

(1) Scritto all'inizio della scorsa primavera: molto tempo fa... Del resto, se ho abbandonato questo blog, è stato per potermi dedicare con maggiore energia al mio blog personale, sul quale ho iniziato a trattare temi inerenti al sessismo e alla violenza di genere: doveroso, vista la guerra spietata del patriarcato contro le donne!

martedì 8 gennaio 2013

Che cos'è, dunque, la perfezione?


«La perfezione è terribile, non può avere figli», scriveva Sylvia Plath, sintentizzando con parole lucide e dolorose l'accezione negativa del termine.
Anche a me piace poco la parola "perfezione": mi rievoca una sterilità angelica, un'anoressica tensione al corpo immacolato, l'infelicità profonda di chi aspira al cielo (come dimenticare Angelica farfalla di Primo Levi?).
Non credo affatto all'adamantina perfezione di chi:
- si spaccia per "maestro", senza neppure rendersi conto di stare annaspando lungo il proprio cammino;
- si incolla sul volto maschere create ad hoc (la Dura e la Perennemente-Incazzata; l'Assolutamente-Coerente-con-i-propri-Princìpi; e, per contro, la Fata Buona e la Principessa-Senza-Macchia);
- chi è pronto ad aggredire e (quel che è peggio) a giudicare e non spreca tempo a com-prendere;
- chi coltiva in casa la malinconia e, per sopportarla, passa al setaccio le esistenze altrui.
Questa perfezione è pericolosa per chiunque - figurarsi per chi ha intrapreso il sentiero della maghéia, della fìsica... Perché streghe e masche sono da sempre le imperfette per eccellenza: sono coloro che zoppicano, coloro che non vedono e che vivono ai margini, in limine... A volte peregrine tenaci nel mondo concreto, "reale", e a volte disperse nell'Oltre - al di là del velo.

Non per ripetermi, ma ci troviamo di nuovo ad affrontare il discorso del viaggio attraverso le acque morte. Viaggio che ciclicamente ci si ripropone e che linearmente, di fatto, occupa tutta la durata della nostra vita terrena.

Le donne, in teoria, dovrebbero essere maestre nell'arte dell'im-perfezione:
«Avrebbero voluto catturarla e fargliela pagare, ma per legare una donna lupo ci vuole una catena fatta con rumore di passo di gatto, barba di bambino, respiro di pesce e latte d'uccello» (L. Pariani, La valle delle donne lupo, p. 184).
Purtroppo, non tutte le donne sono donne-lupo e per questo, molte di noi scelgono di piegare il capo di fronte al potere maschile, di indossare la maschera per compiacere, per omologarsi, per raggiungere la perfezione - ingannevole, sterile, infida. Ambiscono a diventare senza macchia per affermarsi in un mondo che le vuole spose e angeli del focolare; oppure, al contrario, virago sempre e comunque combattive - o, meglio, incattivite.
«[...] lingua sciolta è all'uso delle beghine; l'uomo nelle situazioni difficili più risparmia la lingua e meglio avanza verso il suo scopo. Chiaro che lo diceva perché era maschio; agli uomini non piace se le donne parlano; epperciò loro tiran fuori sempre sentenze dei seculòrum per convincere le donne a tacere» (p. 186).
Taci e abbassa il capo di fronte a chi è più forte di te. A chi conosce l'arte del sopruso, del bavaglio, della calunnia e dell'infliggere dolore. Di fronte ai "maschi" (che poi, s'intende, non sono tutti uguali...) e al potere costituito: la Chiesa, ad esempio - che nei secoli ha soffocato tra fuoco e fiamme chiunque scegliesse di intraprendere quello che ormai mi piace chiamare "il sentiero degli zoppi".
Ebbene, a questo tipo di potere e alla mancata realizzazione di (molte, purtroppo!) persone che credono di trovare la felicità indossando costumi di cartapesta, io ho capito di preferire la perfetta imperfezione di chi ha imparato a convivere coi propri difetti, senza lasciarsi mai sconfiggere da questi ultimi; di chi sa ascoltare nell'oscurità per poi risplendere con maggiore fulgore nella luce; di chi "sa di non sapere"; di chi non si preoccupa troppo di ergersi a inquisitore ma, piuttosto, considera con un sorriso le miserie altrui e prosegue sulla propria strada - perché sa che la meta è lontana, il cammino è arduo e tortuoso e non c'è tempo da perdere in chiacchiere.


Mai come in questo periodo (di caos e di paura globali) c'è bisogno di leggerezza, di silenzio, di bellezza. C'è bisogno del potere forte della memoria - unica bussola possibile nei momenti di smarrimento. Occorre avere ben presenti di quale percorso siamo figli e ad esso attenerci, costi quel che costi. La ricompensa, se avremo lavorato bene, non tarderà ad arrivare.

martedì 26 luglio 2011

Del ritorno di Medusa

Nyc mi dice che devo "guardare" (o meglio, "vedere"?), perché sono distratta. E naturalmente ha ragione.
Durante l'ultimo mese, è come se avessi tenuto sempre lo sguardo abbassato, fisso sulla punta delle mie scarpe.
Facevo un sogno ricorrente, da bambina. Sognavo di entrare in una stanza, nella casa di campagna dei miei genitori. Sapevo che in quella stanza c'era Medusa, la terribile impetratrice; oppure la sentivo arrivare alle mie spalle, ascoltavo i suoi passi lungo la scala di legno, mentre scendeva per raggiungermi. Ero consapevole della sua presenza in casa e così non alzavo mai lo sguardo.
Nei sogni, vedevo le mie ciabattine rosse, le mattonelle del pavimento, le mie ginocchia. Oltre le ginocchia non guardavo, perché, nel caso l'avessi fatto, sapevo che sarei morta.

E' così che mi sento in questi giorni. Non guardo. Forse neppure ascolto.
Non è particolarmente intelligente, come atteggiamento; ma altro non so fare.

Domani, comunque, Lei e io ci incontreremo di nuovo. Non credo che ci sarà una gran partita. E io non indosserò (più) ciabattine rosse che potranno salvar(ci).


Nanoo G.
(Morte nera, morte nell'acqua...)

domenica 27 febbraio 2011

Anatomia dell'irrequietezza

Mi è sempre piaciuto chiamare il percorso intrapreso ormai parecchi anni or sono (oppure, più che di "inizio", si tratta di "appartenenza"?) "Cammino", "Sentiero": immagini che rimandano al viaggio, tema (azione!) che da sempre mi è caro, poiché fin da piccola sperimento sulla mia pelle una vera e propria coazione al movimento. Sia in senso fisico (con la bella stagione, divento puntualmente irrequieta, inizio a sentirmi "prudere le gambe", pianifico percorsi, sistemo l'attrazzatura da montagna...) sia in senso figurato: chi mi conosce bene, sa che non riesco a mantenere un'abitudine per lungo tempo né a restare "ferma" in uno schema, in una routine, per più di qualche settimana.
D'estate, poi, intraprendo viaggi (per quel che consentono le mie finanze!) totalmente improvvisati, senza mai prenotare alberghi né alloggi. Prima di partire, preparo una bozza di itinerario, che poi vario in base alle esigenze o all'ispirazione del momento (interessi, suggestioni, ispirazioni subitanee) e mi fermo a dormire dove mi aggrada.
Paradossalmente (per come sono fatta) non si tratta mai di una fuga, perché conservo sempre intatta, dentro di me, la consapevolezza del ritorno: come il gigante Anteo, per prendere forza ho bisogno di allontanarmi periodicamente da casa. Anche Daniel Pennac, in uno dei suoi romanzi, scriveva qualcosa a proposito del partire per il gusto di ritornare alla base, al "porticciolo di quiete" capace di accoglierci e ritemprarci la sera.


Bruce Chatwin

Di recente, poi, mi sono imbattuta in una raccolta di saggi e raccontini di Bruce Chatwin, intitolata Anatomia dell'irrequietezza, che contiene una vera propria "teoria" sulla necessità (imprescindibile, per alcuni) di muoversi e di viaggiare. Nella lettera di presentazione a Tom Maschler di un ipotetico lavoro sui nomadi (mai realizzato), Chatwin individua (proprio analizzando la cultura e i comportamenti delle popolazioni nomadi) i fondamenti dell'"orrore del domicilio", come se questa "coazione al movimento" (perdonate la ripetizione) rispondesse a un'esigenza umana profonda, che renderebbe l'uomo più sereno e in pace con se stesso.

La Civiltà (stanziale, circoscritta nei centri abitati, che non di rado critica la cultura nomade accusandola di arretratezza) è davvero una conquista, si domanda Chatwin, «oppure la Civiltà è un accidente contro natura?» (p.97).
E ancora:
«La Civiltà letterata liberò alcuni [individui] per gli esercizi superiori della mente, per lo sviluppo del pensiero logico, della matematica, della medicina basata sull'osservazione scientifica anziché su cure a sfondo religioso ecc. [...] J.H. Breasted parla dell'"indomito coraggio dell'architetto della Grande Piramide". Però i due milioni e mezzo di blocchi di pietra vennero tirati su da manodopera in ceppi. La Civiltà è stata insediata a suon di frusta. Noi ereditiamo il carico» (p. 97).

Siamo imprigionati nella nostra "Civiltà" violenta e repressiva, dunque; che ci vuole stanziali, abbarbicati a una singola porzione di terreno, inquadrati (e questa è la civiltà moderna) secondo schemi di pensiero ben precisi.
L'alternativa nomade, invece, rappresenta la libertà della mente, dell'arte, della cultura: Chatwin sottolinea questo concetto analizzando le forme artistiche e lo sciamanesimo. E ciò spiegherebbe, dunque, per quale motivo molti di noi avvertano scorrere nelle proprie vene la necessità (vera e propria!) a muoversi. Quando le pressioni della nostra moderna società, "economica e nevrotica", si fanno insostenibili, è opportuno (consigliabile!) tornare a muoversi.
«Girovagare è una caratteristica umana ereditata geneticamente dai primati vegetariani» (p. 95).
Dobbiamo muoverci per ESISTERE nel vero senso della parola (esistere come piace a noi, nella libertà del corpo in movimento, senza restrizioni di sorta: non dobbiamo rispettare orari, scadenze, non dobbiamo essere - quando siamo in viaggio - ciò che gli altri si aspettano da noi...); per poi ritornare (perché no?) alla "tana" che ci siamo scelti. A patto, però, di sentirci liberi di ripartire quando più ci aggrada: in caso contrario, saremmo prigionieri della nostra stessa casa.

Anatomia dell'irrequietezza non è certo un libro "perfetto": la sua struttura risente dell'assemblaggio postumo, i raccontini contenuti sono abbastanza inconcludenti. Tuttavia ritengo che le riflessioni contenute nel blocco di scritti relativi all'Alternativa nomade siano basilari per qualunque viaggiatore, camminatore, esploratore. Per quanti di noi, insomma, ogni tanto si sentono spinti dalla voglia irrefrenabile di chiudere alle proprie spalle (per un tempo indeterminato) la porta di casa.


sabato 19 febbraio 2011

Del Cammino

Per Nyctea - e per la sua gatta...


Senza far piega, un personaggio in una siepe.
Aprono i favi i paesani, cercano la regina.
Si nasconde? Mangia miele? E' astutissima.
E' vecchia, vecchia, le resta appena un anno; e lo sa.
Mentre che nelle loro celle le nuove vergini

Sognano di un duello che di certo vinceranno,
C'è ancora uno strato di cera prima del volo nuziale,
Ascesa dell'assassina al cielo di cui è prediletta.
I paesani traslocano le vergini, non ci saranno uccisioni.
La vecchia regina non si mostra: è dunque così ingrata?

Io sono esausta, esausta -
Pilastro bianco in un buio di coltelli.
Sono la figlia dello stregone che non può tirarsi indietro.
Si slacciano le monture i paesani, si salutano.
Chi c'è in quella lunga cassa bianca a terra, cos'hanno combinato, perché sento freddo?

(S. Plath, The bee meeting)

sabato 20 novembre 2010

Del fuoco che segue i miei passi

Sono sempre stata molto sensibile alle affinità fra gli individui e i loro elementi d'elezione. O meglio, più che di affinità dovrei parlare di modalità d'interazione...
Io, ad esempio, ho un rapporto molto conflittuale col "mio" elemento (l'aggettivo possessivo DEVE essere virgolettato!), il fuoco, poiché lo temo, lo fuggo e lo inseguo al tempo stesso.
Anzi, potrei davvero dire che tutta la mia vita si è svolta e si svolge tuttora tra le frequenti fughe dal "fuoco" (la parte più infera e difficile da gestire di me stessa) e i conseguenti ritorni all'elemento originale.
Penso che poche donne abbiano desiderato più di me essere avvolgenti, liquide e "acquatiche" e abbiano con altrettanta tenacia lottato contro la contraria forza dirompente e mascolina del fuoco.
Passo giornate, settimane, mesi a "limarmi", a smussare i lati più irascibili e antipatici del mio carattere; ingoio amari bocconi convinta che, se saprò reprimere la furia, poi mi sentirò più a mio agio con me stessa e potrò finalmente godere di un po' di pace...
A volte è così. A volte l'incanto dura per un'intera stagione.
Ma alla fine il fuoco ha SEMPRE il sopravvento e spesso mi sorprendo a scoprirlo liberatorio...
Se riuscissi a veicolarlo nella giusta direzione, forse troverei pace.
Forse, mi viene da pensare, addirittura è per questo che detesto così tanto la Stagione Oscura: il mio fuoco potrebbe e saprebbe scaldarla; ma si raffredda per periodi troppo lunghi, dentro di me, e ogni anno il Generale Inverno mi coglie impreparata e tremante...


L'indimenticato fuoco dell'Eclisse.

lunedì 6 settembre 2010

Delle parole, del silenzio

Avevo promesso che sarei tornata per parlare della Provenza - e già mi contraddico, perché questo post verterà piuttosto sull'importanza del SILENZIO.

Lo spunto mi è venuto da un bell'articolo di Nyctea, sebbene su questi argomenti sia solita arrovellarmi almeno una volta al giorno. ("Qualcuno" dice che io penso troppo: sappiate che sono illazioni!...)

Nel quotidiano noi tutti siamo subissati da suoni, imput, chiacchiere e distrazioni di ogni genere. Suggestioni forse affascinanti, ma tanto rapide ed effimere da non lasciare traccia alcuna nel nostro animo.
Viviamo in una società abituata a berciare, piuttosto che a parlare.



Il verbo parlare deriva dal latino parabola, che in origine aveva il significato di "insegnamento", "narrazione allegorica": la "parola", dunque, ab initio come trasmissione di sapere, piuttosto che quale vana e sciocca chiacchiera.

Oggi, per contro, pare che si debba parlare per forza: interpretiamo il silenzio protratto di un amico o di una persona amata come un atto di imperdonabile indifferenza e al tempo stesso godiamo di chiacchiere senza senso: pettegolezzi, banalità, battutine al vetriolo...
Non dico che ogni volta che si apre bocca si debba per forza produrre pillole di saggezza (lungi da me l'intellettualismo!), ma la vanità dei nostri tempi e il clamore che ci confonde, impedendoci di seguire il nostro sentiero e di distinguere il Vero dal Falso, il Bene dal Male, sono innegabili.

Per questo sarebbe utile (indispensabile!) rivalutare la Parola nel suo senso più prezioso: la trasmissione nei tempi corretti di un concetto utile.
Ho evidenziato "nei tempi corretti" proprio perché, al pari della parola, anche il SILENZIO è necessario.
Esistono rapporti umani (io stessa ne ho fatto e ne faccio tutt'ora esperienza) che procedono per anni - ed è logico pensare che si estenderanno per l'intera durata dell'esistenza terrena - proprio perché sanno rispettare i giusti tempi di connessione: lunghi silenzi, forse, che si aprono simultaneamente (dall'uno e dall'altro lato: è questa l'armonia!) in dialoghi fitti, soddisfacenti, carichi di spunti, informazioni - autentiche occasioni di crescita interiore... Ecco, in questi rapporti si riconosce la bellezza del Cosmo, la sua armonia superiore si riflette nelle piccole cose concrete, lasciandoci stupefatti e affascinati.
Non serve "esperienza" per stringere rapporti di questo tipo; forse una certa dose di fortuna nell'incontrare le persone giuste... ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.
Occorre piuttosto pazienza e... un buon orecchio musicale. Dico "musicale" perché in questo caso come in musica e in poesia (poiesi!) è imperativo saper rispettare i tempi: i propri e quelli altrui. E, anziché cercare di costringere noi stessi e chi ci sta accanto in rapporti precostituiti, castranti (simili a tante piccole scatoline in cui dobbiamo per forza far entrare il nostro io e quello altrui), tentare di scorgere il sensum superiore che ci regola, mettendoci alla prova costantemente, e che di certo non obbedisce alle sciocche regole di questo mondo.

Parlo, sì, del "senso superiore delle cose", dell'ombra sfolgorante che sta dietro agli accadimenti di ogni giorni: nulla succede per caso. Dobbiamo sforzarci di com-prendere il symbolum e di non perdere la rotta che per noi è stata tracciata. Non parlo di destino - o di provvidenza: sono concetti che non mi appartengono. Parlo di connessioni, di liens, di compenetrazioni...
Parlo del velo che si solleva, lasciandoci abbagliati e folgorati.
Parlo del velo che si solleva - appunto - attraverso le giuste parole e i silenzi lasciati intatti...

Non so quanto ci sia di logico o di comprensibile in ciò che ho scritto.
Di certo, in questo momento, io ho ben chiara quale sia la direzione da seguire...

domenica 5 settembre 2010

Di quanto sia bello tornare - a patto di poter poi ripartire...

E anche questa volta sono tornata.
Carica di nuova potente Energhéia e di progetti che si affollano nella mente.
In Provenza ho sperimentato l'Acqua, l'Aria, la Terra e il Fuoco in una sinergia appassionante. Ora sento di essere più forte e determinata, meno ansiosa riguardo a ciò che dovrà accadere nel prossimo futuro (l'arrivo della Stagione Oscura, coincidente con la fine del mio contratto di lavoro ecc.).
Parlerò presto delle riflessioni che ho "prodotto" in viaggio e spero di riuscire a postare in tempi relativamente brevi (sono sempre così... "tartaruga" in queste cose!) anche qualche foto.
Per ora voglio solo scrivere di quanto sia meraviglioso riscoprirsi Vivi dopo un periodo di Sonno - e quanto sia perfetto (non riesco a trovare altri aggettivi) riflettere a un livello superiore sui fatti che ci accadono. Tutto è collegato. La rete, l'intreccio... non possono sbagliare. Il nostro cammino ci fornisce costantemente segnali, symbola... tutto sta a saperli interpretare!
Ho delirato? Forse sì!
In ogni caso... a presto...

Lo splendido "labirtinto" di © Jacek Yerka.

martedì 24 agosto 2010

Della partenza e dei cavalli balzani

Non ve lo nascondo, mi sono smarrita.
Smarrita come non credevo fosse più possibile - per me.
Sono tornati il buio, la confusione, la paura.
Un'estate "meridiana" più che mai, la mia, carica di tensione.
A questo punto, spero che la Stagione Oscura sia più positiva di quanto non lo sia mai stata in passato. Necessito di silenzio e di calma. Di ri-trovarmi. E qui, ora, c'è troppo clamore.


Nel Bosco, lo scorso Calendimaggio...

Per il momento parto. Vado in Provenza per qualche giorno.
Mi hanno detto che è una terra con buone energie. (Sto meditando di tornare in analisi e, mentre aspetto, approfondisco con tenacia il discorso sull'energhéia: dopo alcune letture e discussioni, ho finalmente trovato il bandolo della matassa del mio rapporto con M. Condividiamo la stessa energhéia, non poteva essere altrimenti...)

Vorrei avere tempo per spiegare, tempo per scrivere... ma non ne ho.
Sono sempre così discordante, nel seguire il mio Sentiero!
Balzana. Così mi diceva mia madre: «Sei balzana».

L'etimologia di questo aggettivo deriva dal latino baucennus, termine che indicava i cavalli dal manto pezzato bianco e nero, comunemente ritenuti di indole poco mansueta.
E io sono decisamente poco mansueta - soprattutto con me stessa. Mi provoco ferite profonde, a causa delle quali fatico a ritornare sulla mia strada: sono troppo debole - mi dico - ho perso troppo "sangue".

Ma ora basta, con le divagazioni.
Parto domani e tornerò il 3 di settembre.
Fino ad allora, buona Fine Estate a tutti: modererò i vostri commenti al mio ritorno...

La mia casa è piena di ospiti, ma chi sono veramente costoro?

domenica 27 giugno 2010

Riflessioni post-solstiziali


La luna della "Notte di San Giovanni"

«Brucia fiori di digitale raccolti con la Luna Nera e poi seppelliscine le ceneri nella terra fredda. Non dimenticare di "legare" con nodi stretti, affinché non possano sfuggire... Ah, e non toccare i gatti, sono solo superstizioni. I gatti sono il veicolo, non l'oggetto "simpatico".»
(Vecchi ricordi...)

Può essere la notte della furia (quella del "canto del capro", per intenderci), la notte dei "morti che recano messaggi" - e infine delle erbe raccolte e lasciate a essicare, senza fretta.

Durante i giorni solstiziali ho riflettuto sulla necessità del Male (inteso come Cessazione, Contrappasso), sulla bellezza della Ruota che gira senza potersi arrestare, sulla nostra volontà di seguirla - nonostante tutto. Su quanto forti siano i simboli racchiusi in determinati luoghi.

(Non mi riferisco solo al Bosco della Partecipanza, di cui tornerò a scrivere presto. Parlo anche della Saletta, dove mi sono recata qualche giorno fa.
I. ha detto di averci trovato ramoscelli bruciati e cerchi di pietre. La gente del posto parla del demonio - c'era da aspettarselo. Le energie, lì, sono forti, ma non negative. E' il Trapasso? C'è un piccolo cimitero... I morti, che parlano? E nessuno riesce a comprenderli...)

Ciò che mi spaventa è la capacità orribile dell'uomo di distruggere e dimenticare.
Anche su questo ho riflettuto parecchio: e ieri, mentre riportavo su FB la notizia delle due orse affogate in una cisterna per la raccolta dell'acqua lasciata incustodita (la madre che cercava disperata di salvare la figlia), l'ho sentita con forza, la sensazione di perdita, di rammarico...
Non voglio perdere i "MIEI" luoghi, la bellezza del rapporto insostituibile con i "MIEI" animali...
Non voglio che il mondo (quello che appartiene alla maggioranza degli esseri umani - non certo a me!) entri nel mio hortus conclusus e prenda il sopravvento, spezzando il Patto, l'Equilibrio.
Ecco, la necessità della Difesa, della Cessazione, del Trapasso.
La "neretudine" non mi spaventa, la considero un passaggio obbligato. O "giustizia distributiva", chiamatela come volete.

«"Hai vinto: cedo ai tuoi poteri magici. Per l'infernale regno di Proserpina, per Diana, invitta dea, per quegli oracoli, per quei trattati di magia, che possono strappare al cielo il firmamento, ascoltami, Canidia, lascia le segrete formule, rimanda indietro, svolgi la tua trottola! [...]" "A chiusi orecchi bussa la tua supplica: non son più sordi i sassi che nel rigido inverno il mare batte ai nudi naufraghi. [...]"»

(Orazio, Epodi, "Palinodia", XVII)


Canidia nel suo "hortus conclusus", in una delle notti solstiziali.

lunedì 1 marzo 2010

Del vento

Ho sempre amato molto il vento. Mi piace la sua forza, il suo fragore silenzioso - solo a tratti sussurrante.
E venerdì scorso, qui, si è alzato un vento fortissimo.


Immagine da Google.

Non appena me ne sono accorta, sono uscita, insieme ai gatti e al cane.
Le raffiche erano impetuose e formavano nel cortile mulinelli di foglie e rametti. La chioma del grande alloro ha cominciato a dimenarsi con grande strepito dei passeri, le nuvole correvano veloci, finché non sono scomparse del tutto, lasciando il cielo terso e luminoso.
Mi sono seduta sul gradino d'ingresso (la mia panchetta verde è ancora riparata nello sgabuzzino), ho abbracciato Mickey e ho lasciato che Cagliostro si allenasse alla caccia, correndo dietro alle foglie secche. Non appena riusciva ad afferrarne una, subito la portava in casa, come se fosse una vera preda. Avevo appena finito di pulire i pavimenti, ma l'ho lasciato fare: l'atmosfera era troppo "elettrica", per spezzarne la magia.
C'era un non so che di sospeso, come una lunga attesa che stesse per giungere a compimento.
Quando, infine, i cani della via e del circondario si sono messi ad abbaiare tutti insieme, il mio cuore ha sobbalzato: era un richiamo, il "la" dato a un'orchestra potente e invisibile.
Abbaiavano al Vento, chiamavano il Sole, risvegliavano la Terra!
Nelle case vicine, tutto silenzio. Solo il rumore di qualche imposta che sbatteva. Mi pareva di essere l'unica, a godere di quello spettacolo.
La gente, in genere, considera il vento fastidioso: scompiglia i capelli, mette in disordine i vestiti, fa volare le tegole, rovescia i vasi e strapazza i panni stesi ad asciugare.
Ma il vento è anche energhèia, nella sua forma più GRANDIOSA! E' una cavalcata, è il fragore del battito d'ali di mille e mille intelligenze celesti! Il Vento soffia sul Fuoco, riporta a noi voci e pensieri...

(Soffiava vento anche quest'estate, sulla collina di Micene, quando potevi sentire il "suo" ultimo delirio, davanti alla Porta dei Leoni...)

Sono rimasta fuori per un'ora, finché non ha cominciato a fare troppo freddo. Soltanto allora sono rincasata, soddisfatta: avevo avuto la mia Epifania...

giovedì 25 febbraio 2010

Del risveglio: le prime gemme, i primi fiori


Il mio primo crocus fiorito...

Mi piacciono molto, i bulbi. Affidarli alla terra alla fine della bella stagione, per vederli poi germogliare ad inizio primavera è ciò che sono solita definire un "rito consolatorio".
E' rassicurante ricoprirli con il terreno, affidandoli al Sonno: in genere, se il lavoro è stato fatto con cura, mantengono sempre la loro promessa.

Il bulbo, con la sua sfericità imperfetta, è un emblema silenzioso e discreto del tempo ciclico - così rassicurante, rispetto al tempo lineare.
La concezione lineare del tempo (tipica della nostra frenetica modernità) è una corsa verso il baratro; il tempo ciclico, al contrario, è il tempo dell'esperienza accumulata, della seconda possibilità sempre concessa. E' il tempo della calma che si oppone al tempo dell'affanno.

Penso a tutto questo, osservando i miei bulbi che hanno germogliato.
Li avevo affidati alla terra a novembre... e ora sono già in fiore.
Non sembra possibile che il tempo sia trascorso così velocemente e che anche questo lungo, freddo inverno stia volgendo al termine.
Ma tant'è.
Una nuova primavera è alle porte - e io non riesco a vedere il tempo trascorso come una perdita. E' piuttosto una nuova occasione, un nuovo tratto di crescita che ci viene concesso.
Il tempo dell'attività si alterna al tempo del riposo.


Giacinti in fiore sul davanzale della cucina...

Accade sempre così, in una Ruota Perpetua.

Troppi pensieri, per un singolo fiore?
Può darsi. Non importa.

Ora attendo i Semi: ho seminato la datura, la malva, la digitale e la salvia di Nyctea e l'aconito di mio padre. E sto a vedere. Aspetto, come occorrerebbe sempre saper fare...

Del risveglio: fuoco e vento

In questi giorni sono stata trattenuta da mille sciocche incombenze e non ho potuto scrivere come avrei desiderato.
In compenso ho riflettuto parecchio, lasciandomi guidare dai nessi e dalle analogie, come spesso mi piace fare.

L'ultima volta ho parlato dei serpenti.
Dai serpenti sono passata attraverso il sangue (che fino a pochi giorni fa bagnava la mia terra)

(il serpente è per me immagine ciclica per eccellenza e, come tale, è liquidità e fuoco al tempo stesso: distrugge e ricrea, crea e distrugge...)

per giungere sino al fuoco.

I serpenti dormono durante l'inverno, nelle loro tane scavate nella terra da altri animali;

(nell'umida oscurità dormono gli animali, i semi, i bulbi...)

solo con l'arrivo della bella stagione tornano in attività, distendendosi al sole nelle ore più calde e luminose della giornata.

Il fuoco, il sole, la luce abbagliante del meriggio...
A riguardo ho appena terminato di leggere I demoni meridiani, di Roger Caillois, un saggio che riguarda le apparizioni dei morti, dei daimones e del "divino" nell'ora funesta e magica del mezzogiorno, quando il sole è allo zenit e brucia impietoso, eliminando le ombre, rendendo tutto disperatamente luminoso.

Per te le fiamme luminose partoriscono l'alba del giorno; per te l'Oriente dalle dita rosate avendo misurato il polo meridiano sale poi afflitto fino alla sua sede; più oltre si fa incontro a te il tramonto.

(dal Papiro magico di Berlino)

In questi giorni mi sento molto attratta dalla luminosità intensa, dal fuoco che brucia, ricreando un nuovo ordine: non faccio altro che leggere libri e testi su questo argomento.
Si adattano bene con la strana ricettività che mi pervade: è come se avessi, infatti, tutti i sensi tesi a percepire il cambiamento.
Come quando ero bambina, mi viene spontaneo utilizzare in modo preponderante l'olfatto, per seguire le tracce del Risveglio.

Non lo sentite? E' nell'aria.
L'altra notte pioveva eppure, attraverso la finestra del bagno aperta, sentivo arrivare dai campi quell'afrore particolarissimo, di calore lontano e terra umida, di erba e legno fradicio della pioggia di fine febbraio...
E ieri (arriva sempre col buio, dalla campagna dietro casa), di nuovo. Eravamo da sole nella stanza io e Clizia, la mia gatta, e lei ha sollevato il muso verso la finestra spalancata (ci prenderemo un bel malanno, prima o poi... a causa dei nostri "invasamenti"!), annusando forte. Non era possibile non sentirlo. Ci chiama a gran voce, con pazienza millenaria...

lunedì 25 gennaio 2010

Dell'attesa, del risveglio

Intendevo questo, senza ancora saperlo, quando, su Maghéia parlavo dei piccoli e tuttavia innegabili segnali di risveglio.
Quando scrissi l'articolo, sul blog che gestisco insieme a C., soltanto la mia dendrobium era in piena fioritura e dava cenni di vita; ma ora anche il mio elleboro...



... e la mia waxflower...



... per non dire dei giacinti, di cui già avevo parlato da qualche parte...



... si sono risvegliati con entusiasmo, complici senza dubbio le miti temperature della mia serra nuova nuova (opera di C.!).
Eppure... eppure non si tratta solo del nuovo (per quanto efficace) riparo invernale...
Non ne ho mai fatto mistero, d'inverno vengo spesso sopraffatta da quella che chiamo da anni "l'onda nera", che mi fa diventare indolente, apatica, indifferente alla vita quotidiana e avara di cure verso quelle passioni che amo coltivare durante tutto il resto dell'anno.
Per settimane e settimane ho dedicato alle mie piante (povere creature...) il minimo tempo indispensabile, preferendo di gran lunga rifugiarmi tra libri e scrittura.
Lunedì scorso, però, quando mi sono svegliata, il mio umore era diverso dal solito: più solare a dispetto del tempo uggioso... Come se "sentissi" il fremito silenzioso della terra e della campagna riecheggiare nella mia mente e nelle mie membra.
Così sono andata nella serra, ho pulito, distribuito acqua, tagliato le foglie secche, parlato a lungo...
Dopo qualche giorno... il risultato è stato quello che vedete nelle foto: una specie di risposta al mio inconsapevole richiamo...

* Il post su Maghéia *

lunedì 14 dicembre 2009

Della poiana e dell'aconito

Me ne sono già lamentata sui miei blog "pubblici", quelli che ho scelto di collegare al mio vero nome (e non domandatemi perché non l'abbia fatto anche con questo... Forse desideravo soltanto conservare un ultimo lembo di foresta vergine...): da quando mi hanno spostata d'ufficio sono irritabile, scontenta, nervosa.
Intendiamoci: il lavoro in città e in ufficio non è il massimo, per chi sogna un rapporto costante con la Natura, un rallentamento dei ritmi, un ascolto costante della voce della Magna Mater.
Tuttavia devo ammettere che, nella mia vecchia postazione, la qualità umana del lavoro che svolgevo era davvero soddisfacente: si produceva (come si suole dire oggi) in armonia e amicizia, lavorando con entusiasmo e solidarietà indiscussa insieme ai colleghi.
Oggi, nelle nuove tre stanze (caotiche, frenetiche) che mi sono state assegnate, mi sento in gabbia.
D'accordo, sono riuscita a mettere i paletti necessari: innanzi tutto si tratta di una situazione transitoria (il 31 dicembre scadrà il contratto ma, con tutte le ore di straordinario accumulate durante la Festa del Vino, potrò restare a casa fin dal 21); e poi ho scelto (decrescita felice!) di rimetterci dal punto di vista economico guadagnandoci in benessere e ho preferito un tranquillo "part-time" a un logorante "tempo pieno".

Intanto, la stagione del Rigore incede inesorabile, lenta e incurante.
La Natura dorme. Faccio fatica a coglierne il silenzio, in questi giorni di baccano pre-natalizio. Eppure a tratti trapela - perfino qui, in paese.
Ogni mattina, mentre vado a lavorare, scorgo la poiana a margine del campo. Sempre lo stesso campo, ogni mattina.
I rapaci sono i custodi del tempo, mi dico spesso.
Ogni mattina rallento, la guardo: lei non si sposta. Ricambia la mia attenzione.
So che in primaverà la vedrò di rado. Lontanza e ri-unione.

Come la poiana, anche il mio piccolo aconito sfida l'Oscurità, nella serra.
Cresce testardo, contro ogni previsione.
Ho temuto di non vederlo spuntare: del resto, la semina tardiva era stata solo un esperimento. Metà dei semi li avevo conservati per la prossima primavera.
E invece... Eccolo, minuscolo, beffardo.
Anche le sue piccole foglie sembrano lanciarmi un monito, un richiamo di appartenenza.

Devo proseguire, senza perdermi...



Una poiana in volo, da Google. Ma spero di riuscire a fotografare presto la "mia" poiana!

martedì 27 ottobre 2009

Dell'irrequietudine e del sangue

I gatti sono irrequieti. Alternano istanti di fermento ad altri di calma sospesa. Interpretano, conoscono - in questi giorni tremendi e oscuri che precedono il Soffio.
Il cane attende, mi osserva, percepisce il mio nervosismo.
Perché sono nervosa, sì - e distruttiva. Mi trattengo a stento, non sopporto nulla.
Mi rifugio, bestia scontrosa, nel rapporto coi miei famigli, gli unici che siano in grado di interagire con me senza irritarmi.
Devo prepararmi. Sopra ogni cosa, devo fare silenzio e ascoltare. I segnali sono impercettibili, ma innegabili...



(Devo s a n g u i n a r e se voglio tornare a essere feconda.)

[...] Ma venne l’urlo,
fra le montagne.
Il grido eterno
della donna che partorì sulle rocce
dando alla luce
un piccolo essere

che non piangeva.

Preferisti
la sofferenza indicibile
delle sue viscere,
il volo delle aquile,
il passo delle capre
sui terreni scoscesi.
L’amasti subito
perché era gigantesca,
immobile e non conosceva altro
che il fluire del sangue
fra le sue gambe.

Rimasi io sola,
ad aspettare il terremoto,
la folata,
il singhiozzo,
a contare gli spettri
che si agitano

in eterno

dopo il mezzogiorno.

venerdì 25 settembre 2009

Del sonno e dell'assenza

Manco da molto, lo so.
E, quel che è peggio, manco anche a me stessa.

L'estate è stata meravigliosa, come sempre: è la stagione in cui io (creatura di novembre e del paradosso) rinasco e v i v o, nel senso più fulgido della parola.
Ci sono stati il viaggio in Grecia, la visita (fra gli altri luoghi) ad Eleusi e a Delfi (Castalia! Castalia!), alla Corinto di Medea e alla Micene di Cassandra.
E quante altre esperienze... Perché la Grecia non è solo passato - è abbacinante presente. Pienezza del sole, della Terra, perfezione dei ritmi.
Cristiano ha fatto moltissime fotografie, che serviranno a illustrare gli articoli che (lo so già!) scriverò, ammalata di nostalgia, durante il rigore dell'inverno.

Questa è stata l'Estate.
Poi il ritorno al lavoro, la tristezza latente per la Stagione Oscura che si avvicina (lenta... le sue sono dita d'ombra sul terreno) e che metterà alla prova il mio lato peggiore, quello di cui parlo di rado e che pure occupa testardo gran parte del mio Essere. Quello che devo riuscire a controllare e che il freddo alimenta, l'oscurità stuzzica, la neve ingigantisce e rende indomito.

Né aiutano le incombenze della vita quotidiana: in questo periodo sono costretta a lavorare parecchio. Lavoro anche nei fine settimana e, quando torno a casa, non desidero altro che dormire. Il mio corpo lo richiede, ne ha bisogno - perché non accontentarlo.

Mentre dormo, sogno i sentieri dello scorso agosto, percorsi insieme a Mara, in magnifica comunione. Il legame con la Terra era fortissimo, fino al mese passato. Ho praticato per la prima volta la Marcia dell'Attenzione con risultati stupefacenti.
Adesso, per contro, sono distratta, deconcentrata, sradicata. Me ne rendo conto e me dispiaccio ma, come sempre, so che devo assecondare questa prevedibile indolenza.
Dalla settimana prossima smetterò di fare straordinari e, forse, mi rimetterò in sesto. Tornerò a camminare (le colline sono così belle in autunno!), a curare le mie piante, a raccontare storie e a scrivere poesie...
Ma, naturalmente, neppure questa volta si tratta di una promessa...


L'aurora al rifugio "V. Sella". Foto di Cristiano.

giovedì 2 luglio 2009

"Vanno, vengono..."

Povero impolveratissimo blog. Dopo questa lunga latitanza, somiglia davvero a un antro stregato: buio, polveroso, ingombrato da ragnatele e vecchi oggetti (o vecchie parole: è lo stesso...).
Cercherò di rimediare nelle prossime settimane.
E' già molto che sia riuscita a scrivere questo post.

Ammesso che ci sia ancora qualcuno che capita su queste pagine, voglio rassicurarlo: sto bene. La mia vita "normale" (lavoro-casa-famiglia-animali) procede senza scossoni. Forse è perfino troppo intensa: negli ultimi mesi sono arrivata a fare tre lavori differenti. Al mattino e al pomeriggio in ufficio, dalle 18 in avanti china sulle bozze da correggere, il sabato a dare ripetizioni di italiano in una scuola superiore. Insomma, in questi tempi di crisi... non mi posso certo lamentare.
L'unica pecca (non da poco!) è che ho trascurato parecchio (mio malgrado e con non poca in-sofferenza) il mio lato spirituale, libero, selvatico - chiamatelo come vi pare.
Quello che mi spingeva ad "andare per colline", a passeggiare di notte e a danzare nella Natura.

Adesso, però, mi sono ripromessa di riprendere il controllo.
Non ho intenzione di impazzire per qualche soldo in più a fine mese.
Il Solstizio è arrivato, la Terra chiama.
Mi sento in espansione, prolifica come una zolla.
Ed è a quel richiamo che devo rispondere, se non voglio smarrirmi.

Ci riuscirò. A partire dalla prossima settimana avrò per me tutto il tempo del mondo.
Voglio camminare e scrivere. Scrivere e camminare. Avere i piedi sporchi di terra e le tasche piene di parole.
E poi ci saranno sabbia e salsedine, il sole accecante che stordisce i sensi... Ma di questo parlerò più avanti, non ora.
Come sempre devo andare per gradi, senza affanno.
Fare di tutto per non sentirmi addosso il fiato soffocante del tempo che scorre - con o senza di me. Panta rei, panta rei...


Camogli nel 2007, foto di © Cristiano

«Sapere che non si scrive per l'altro, sapere che le cose che sto per scrivere non mi faranno mai amare da chi io amo, sapere che la scrittura non compensa niente, non sublima niente, che è precisamente là dove tu non sei: è l'inizio della scrittura.»

(Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso)

sabato 14 marzo 2009

Della Sorellanza e dei nodi che si sciolgono

In questo periodo sto sciogliendo (o si erano sciolti già da tempo, quando io ero troppo cieca e sciocca per ammetterlo?) nodi che non avevano più ragione di essere.
Parlo di persone, di donne, con le quali avevo creduto di poter compiere un Cammino e che invece hanno preso differenti sentieri.
Non per colpa mia, né per colpa loro - s'intende.
Eppure - per quanto creda nella Sorellanza e per quanto sia disposta a dare anima e corpo per coloro che amo - sono sempre più convinta che sia necessario tagliare i rami secchi quando non sono più in grado di dare frutti.

(L'unica che rimane solida al mio fianco, burrasca dopo burrasca, è sempre lei, M.
L'unica Sorella che io possa scrivere con la "S" maiuscola.
Quante volte abbiamo litigato?
Quante volte non ci siamo com-prese e abbiamo lottato l'una contro l'altra -

per poi finire sempre a camminare insieme, senza rancore né frasi lasciate in sospeso?

E' successo un'infinità di volte.
E siamo ancora qui.
E il nostro essere "qui" (così come siamo, con semplicità e passione) è la testimonianza più forte della Signora dentro di noi.

«Quando si condividono così tante cose con una persona, è come se tra te e quella persona si stabilisse un incantesimo. E' un filo rosso che non può essere reciso, nel Bene come nel Male...»)

E parlo anche di progetti, di sogni che erano troppo ambiziosi e non si sono concretizzati.
In alcuni casi credo anche di aver peccato di narcisismo - e di avere avuto poca pazienza.
Adesso, però, non ha importanza.
Il repulisti che sto portando a termine è inevitabile: non posso farcela a stare dietro a tutto e a tutti e devo scegliere di dedicarmi a ciò che rappresenta l'hic et nunc della mia vita: i miei tre lavori (!), che saranno anche una scocciatura, ma sono ciò che mi procura la pagnotta a fine mese; i progetti fecondi, come il Gruppo d'Acquisto; la mia famiglia (allargatissima, composta da Cristiano e dai miei animali; dai miei genitori e dagli amici; senza dimenticare le meravigliose persone che mi stanno aiutando con il G.A.S...), che merita tutto il tempo che posso dedicarle; e, last but not least, la Scrittura, che mi aspetta da sempre con una pazienza degna di una divinità ancestrale...

Mi rendo conto di essere molto determinata, in questa fase della mia vita - forse qualcuno scorgerà un'insolita durezza di fondo, nel mio dare colpi decisi di cesoia; ma io mi sento a posto con me stessa, soddisfatta e "piena" come la Signora al suo apice...

E' finita la stagione dei logoranti esami di coscienza. Adesso è giunto il momento di fare, amare, concepire. In una parola, di vivere...