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lunedì 14 giugno 2010

La Papessa

«La donna impari il silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, nè di dettar legge all’uomo, piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo…essa potrà vivere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità nella santificazione, con modestia.»

(Lettera di San Paolo a Tito, 2,5)

Ne avevo già parlato tempo fa e sabato sera finalmente sono riuscita a vedere La papessa, il film di Sonke Wortmann ispirato alla vicenda della papessa Giovanna.
A prescindere dal fatto che la figura di Giovanna appartenga alla leggenda piuttosto che alla storia, la sua vicenda - raccontata prima dal romanzo di Donna Woolfolk Cross e poi dalla pellicola di Wortmann - resta tuttavia un bellissimo esempio della propaganda misogina portata avanti per secoli dalla Chiesa, sino ai giorni nostri.


La papessa nei tarocchi. Immagine tratta dall'interessante sito Visionaire.org.
La papessa incarna proprio il sacerdotale femminile, la conservazione dell'energia po(i)etica, creatrice...

Il film, devo ammetterlo, mi è piaciuto. Non certo perfetto (Goodman, ad esempio, è simpatico, ma troppo yenkee), è tuttavia curatissimo nella ricostruzione storica e nella caratterizzazione dei personaggi (perfino dei più spiacevoli, come il padre di Giovanna). Il Medioevo, una volta tanto, ci viene presentato in tutto il suo "bruegeliano" splendore: monasteri conservatori di cultura, battaglie sanguinose, furti e assassinii, baracche fatiscenti in cui viveva la popolazione, infestate da topi e pulci...
Senza contare, poi, che la figura di Giovanna viene tratteggiata (e resa in maniera molto convincente dalla protagonista, Johanna Wokalek) con grande umanità: sarebbe stato facile farne una "virago" inflessibile e indomabile; invece, Giovanna è una donna dolcissima, che vive la sua intelligenza formidabile e il proprio destino con forza, sì, ma anche fra mille umani cedimenti. Esperta nel riconoscere e utilizzare le erbe (è davvero un po' strega, come lo sono state tutte le donne condannate dalla Chiesa e dall'universo maschile!), si prodiga per il bene utilizzando la propria vasta cultura come mezzo, anziché considerarla la meta ultima del cammino spirituale intrapreso.
Giovanna, insomma, vista non solo quale fulgida eccezione, ma come dispensatrice di vita nel senso più elevato del termine.
Forse molte femministe agguerrite non avranno apprezzato che lei abbia scelto di tenere accanto a sé l'uomo che amava (che, nella storia tramandataci, viene svilito al rango di amante, semplice mezzo per soddisfare la lussuria femminile) e che sia morta in seguito a un aborto (qui, invece, Wortmann si è mantenuto fedele alla versione ufficiale): per me, invece, entrambi i particolari arricchiscono la figura di Giovanna. Da sempre, infatti, ritengo che sviluppare e capire appieno la nostra natura femminile non significhi combattere e opporsi al principio maschile; bensì accoglierlo e com-prenderlo profondamente, rivalutandone le caratteristiche positive.
Del resto, la stessa Giovanna si fingerà uomo per anni, proponendo dell'uomo una visione alternativa, incarnata poi anche da Gerold.
Dal punto di vista sia drammatico sia visivo, di grande impatto anche il finale... che ovviamente qui non racconterò!



Clips tratte da La papessa: 1 e 2.

martedì 15 dicembre 2009

Della parola e della forma

Leggendo Magia e medicina popolare in Piemonte, di Massimo Centini ~ Appunti, pensieri

«"Zitto!" mi rispose quello "Sei solo un ragazzo e per di più straniero, perciò giustamente non ti rendi conto che sei in Tessaglia e qui da tutte le parti le streghe dilaniano a morsi i volti dei cadaveri; è una pratica fondamentale della loro arte magica." E io, a mia volta: "E dimmi, per piacere, che cos'è questa storia di custodire i cadaveri?" "Prima di tutto" mi rispose "bisogna vegliare con la massima attenzione per tutta la notte, tenendo gli occhi ben aperti, anzi, spalancati e sempre fissi sul cadavere, e non si deve mai distogliere lo sguardo, anzi neanche volgerlo poco poco, perché quelle terrificanti creature sono capaci di cambiar forma e, una volta mutato il loro aspetto in quello di un animale qualunque, di infilarsi dentro di nascosto, al punto che riuscirebbero a ingannare persino l'occhio del Sole e della Giustizia! Infatti prendono le sembianze di uccelli o di cani, di topi e persino di mosche. A quel punto, con le loro terribili cantilene, sprofondano nel sonno i guardiani. [...]"»

(Apuleio, Metamorphoseon libri XI, 21-22)


Lamia, immagine da Google

Della forma e della parola, quindi - come già annotava Apuleio.

Le streghe piemontesi (che con le striges romane hanno legami di parentela più stretti di quanto non si pensi) vengono comunemente definite masche.
Il termine deriva strettamente dal latino larva, "pelle", "cuoio": per estensione del termine, i materiali con cui venivano fabbricate le maschere.
Per questo motivo larva, per i Romani, indicava la maschera dai tratti deformi e spaventosa. E ancora: lo spirito malvagio di un trapassato (spesso con sembianze scheletriche), opposto ai benevoli Lari.

Due sono le caratteristiche primarie della "maschera", che le masche erediteranno: la facoltà metamorfica riguardante l'aspetto e quella riguardante la voce. Mutato il volto, anche la voce cambia: diventa strido o cantilena; borbottìo diabolico o formula magica.

«[...] Talamasca sarebbe una maschera che borbotta o parla in modo strano come uno spirito o un ossesso.»

(P. Toschi, Le origini del teatro italiano, Torino 1976, p. 169.)

Come gli spiriti e gli indemoniati (come i poeti e i veggenti!), le streghe sono detentrici di un potere altro, di una vista acuta e particolarissima: il loro linguaggio non può che essere deforme nella perfezione.

«Il corpo è fatto di sillabe.»

(La fattucchiera Lidia)

E nello stesso modo deforme è il loro aspetto:

«[...] quando arriva la festa delle calende di gennaio [...] non permettete che vengano in corteo, davanti a casa vostra, mascherati da cervi, da streghe, da qualunque bestia; rifiutate di dar loro la strenna, biasimateli, correggeteli e, se potete, impedite loro di agire così.»

(Cesario di Arles, Sermones au peuple)

La metamorfosi è unica e sdoppiata...

(Sull'importanza della parola nella maghéia antica.)

mercoledì 3 giugno 2009

La papessa Giovanna

Come sa bene chi mi legge da qualche tempo, amo utilizzare la parola “strega” con una duplice accezione: da un lato quella esatta di “donna di magia”, “fattucchiera” e “maliarda”; dall’altro quella riferita più specificatamente al potere eversivo della foemina.
Un potere capace di sovvertire l’ordine costituito con la virulenza di un contagio – e per questo osteggiato con forza nel corso dei secoli.

Ciò considerato, non dovrete stupirvi di vedere inserito il presente ritratto (e altri che verranno) sotto la categoria “
striges”.
Sono “streghe”, infatti, tutte quelle donne passate alla storia per la loro forza, caparbietà e genialità, vituperate dalla società (a predominanza maschile) perché temute e detestate proprio a causa delle qualità di cui erano portatrici.



La papessa Giovanna e il suo bambino, 1600

La vicenda
Pur essendo ormai assodato che la papessa Giovanna appartiene al mondo suggestivo ed evanescente della leggenda, la figura di questa donna salita al soglio pontificio celando il segreto della propria femminilità rimane comunque un fulgido esempio della misoginia violenta della Chiesa e del cristianesimo.
Secondo le fonti, avrebbe regnato dall’853 all’855, tra Leone IV e Benedetto III.
La sua vicenda viene tramandata anche dal Boccaccio, nel suo De mulieribus claris: Giovanna Angelica era una fanciulla dall’intelligenza viva, desiderosa di riscattarsi dalla propria condizione ricevendo un’istruzione – privilegio negato alle appartenenti del suo sesso. Decise così di indossare abiti maschili e partì al seguito di un monaco, verso l’Oriente. Quando il suo maestro morì, ne vestì i panni ed entrò in monastero, distinguendosi presto per sapienza, ingegno e cultura. La sua ascesa fu rapida e, nel corso del conclave successivo alla morte di Leone IV, fu scelta come suo successore.
Solo il suo segretario – un giovane monaco – a causa della stretta convivenza col pontefice, scoprì il segreto di Giovanna; ma lo tenne per sé, diventando il suo amante.
L’inganno venne tuttavia svelato quando, durante una processione, un incidente col cavallo costrinse a partorire prematuramente il figlio di cui era incinta.

«[…] immediatamente la giustizia romana lo fece legare per i piedi e attaccare alla coda di un cavallo; fu trascinato, lapidato dal popolo per mezza lega e seppellito nel luogo in cui morì. Qui venne posta un'iscrizione: Pietro, Padre dei Padri, rendi Pubblico il Parto della Papessa»

ci racconta il domenicano Jean de Mailly nella sua Chronica universalis (1250).

Le fonti
• Prima versione: tramandata dal domenicano Jean de Mailly nel 1250 e ripresa da un altro domenicano, Etienne de Bourbon nel 1261. In questa versione non viene menzionato il nome della papessa e il suo pontificato viene collocato nel 1100.

• Seconda versione: di Martin di Troppau (o Martinus Polonus, morto nel 1278). Qui ci vengono tramandati il suo nome e la sua spiccata attitudine al sapere.

Altre cronache successive ci dicono che il nome della papessa fu Agnese, o Gilberta.

La leggenda trae origine dalla critica antipapale sfociata in seguito al conflitto col Papato aperto dall'imperatore Federico II. Significativo che si sia scelto di attribuire un volto femminile (evidente qui la misoginia dell'epoca) a un papa sessualmente attivo e, a quanto pare, alquanto promiscuo. Una donna che è riuscita a raggiungere il vertice della piramide ecclesiastica (con l'inganno; ma anche per i suoi indiscussi meriti) deve essere immediatamente punita e diviene allegoria di presunzione, cupidigia e inganno.

Suggestioni
Il romanzo di Donna Woolfolk Cross Pope Joan, edito in Italia da Piemme.
Il film tratto dal romanzo succitato, girato dal regista Sonke Wortmann.
Il film Pope Joan del 1972, diretto da Michael Anderson e interpretato da Liv Ullman.


La locandina del film Pope Joan, di Sonke Wortmann.

sabato 25 aprile 2009

Macabra scoperta

La notizia è del 21 aprile scorso ed è stata riportata dal quotidiano "The Herald of Plymouth", oltre che dalla testata italiana "La Repubblica".
A Ugborough, villaggio nel Davon, in Inghilterra, è stato ritrovato, durante i lavori di ristrutturazione di un cottage, un gatto mummificato.
La povera bestiola fu murata nella parete dell'attuale bagno (viva? Spero proprio di no...) circa quattrocento anni fa. Secondo la leggenda locale - che finora non era mai stata presa in considerazione come veritiera - si trattò di uno stratagemma per tenere lontane le streghe dalla casa.
Usanza raccapricciante e crudele, segno tangibile della superstizione popolare contro le streghe e contro gli animali tradizionalmente considerati loro "famigli", paragonabile a quella - molto diffusa nel nord Europa - di inchiodare alle porte civette e barbagianni, quale macabro monito per le fattucchiere.
Il fatto più sconvolgente è che il proprietario del cottage, Richard Parson, pare intenzionato, nonostante la rimostranze della moglie, a ricollocare la piccola mummia nell'intercapedine del muro. Decisione che si commenta da sé e che la dice lunga sull'ignoranza e sui pregiudizi ancora largamente diffusi nella nostra razionalissima e "illuminata" civiltà occidentale.

(Le foto del povero gatto mummificato ve le risparmio: campeggiano sui giornali che ho citato, ma personalmente le trovo di cattivo gusto. Preferisco concludere questo post con l'immagine di un bel gattone... vivo!)


Foto tratta da © Gattoamico

domenica 28 dicembre 2008

Corrispondenze

«La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiars.
Comme de long échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les pafums, les couleurs et les sons se répondent.
Il est des parfums frais comme des chairs d’enfants,
Doux comme del hautbois, verts comme les prairies,
- Et d’autres, corrompus, riches et triomphants,
Ayant l’expansion des choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens,
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.»

Charles Baudelaire, Correspondences

Lei chiama, giorno dopo giorno. Non può farne a meno - così come la maggior parte degli Uomini non può fare a meno di ignorarLa.
Coloro che non odono e che non sanno sono morti mentre respirano, rinnovano la fine ad ogni alba e ad ogni amplesso.
Chi ascolta, chi riesce a udire, oltre il frastuono, la voce della Signora che chiama

(fra lo stormire delle foglie e l'abbaiare dei cani alla Luna,
nel silenzio greve dell'inverno e nelle serate tiepide di primavera,
lungo i sentieri che si perdono nei boschi, a ridosso delle colline,
dove donne bizzarre calcavano la polvere a piedi nudi, borbottando preghiere e maledizioni,
parlando col vento,
danzando con i conigli)

invece, vedrà schiudersi di fronte al proprio sguardo incredulo la Foresta dei Simboli, dei Richiami, delle immagini che si ripetono, degli echi che sfidano il tempo e i secoli.
Non vi è mai capitato di sentirvi predestinate. Non vi è mai capitato di sentire (e sapere) che il sangue caldo che vi scorre nelle vene è antico quanto la Terra - e forte, come la Terra.
E' linfa, il vostro sangue; e ha un corso impetuoso, che vi trasporta indietro, giù, lungo le radici dell'Albero, simile a un torrente in piena, capace di spezzare gli argini e travolgere la piccolezza del quotidiano.
Siete più che donne.
Siete streghe.
Avete cavalcato folli nelle notti d'agosto, sulla groppa di un grosso gatto o di un montone. Se aprite il palmo e vi annusate la mano, potete ancora sentire l'odore del pelo del vostro famiglio.

Gli animali, sì. Loro conoscono e vedono. Condividono con noi un segreto vecchio quanto il mondo: me lo ripeto ogni volta che, nelle serate di equinozio o di solstizio, il gatto mi chiede con insistenza di uscire e il cane fa avanti e indietro, inquieto, davanti alla porta d'ingresso.
La sentono camminare per la campagna, col suo strascico di polvere.
Quando posso La seguo. Quando ho troppo freddo (o troppa paura) mi limito ad ascoltarne i racconti.
A volte sono gli alberi a sussurrare in Sua vece. Altre volte è il fuoco, che al contempo mi ammonisce e aspetta sempre che io torni a casa - in ogni senso.
Altre ancora il Suo canto è nel vento, nella nebbia che attraverso la mattina, nel barbagianni che si solleva in volo di colpo, nella notte, illuminato dalla luce della mia torcia. Ascolto il suo grido, gli rispondo col silenzio.
Vado alla ricerca di segnali, di indizi, symbola: ogni volta che ne raccolgo uno, sul mio sentiero, si rafforzano la mia convinzione e la mia appartenenza, la mia testardaggine da melagrana.


Fotografia © Cristiano

sabato 4 ottobre 2008

Le streghe di Verrua Savoia

«[...] Ma il luogo prediletto dell'adunanza o sabba era su di un tratto di strada sorretto da un robusto parapetto in pietra, detto appunto ponte delle streghe, il quale collegava la frazione di Sivrasco coi casolari di Longagnano, dopo la discesa detta della Valassa, ai piedi del colle Papa. Qui, con mezzi di locomozione assai rudimentali, pervenivano le streghe di tutto il circondario, tra lo squittire lugubre delle civette e il latrato insistente dei cani, sfogando le proprie ire sui malcapitati passanti. Esse si libravano in alto prima di raggiungere il luogo della tregenda, sul quale scendevano sghignazzando all'appuntamento demoniaco. Altre, invece, attraverso il fitto della boscaglia, salivano la stretta gola del famigerato ponte, indi si univano alla ridda frenetica del "gregge" indemoniato. I contadini impauriti non osavano avvicinarsi, ma udivano da lontano gli schiamazzi e i belati disumani, mentre il caprone scivolava lungo i sentieri tortuosi della collina, accovacciandosi con gesti lascivi sulle giogaie della tenebra. [...]
In tali circostanze, si racconta che una famiglia dimorante nei casolari del Vallone veniva continuamente minacciata da fenomeni strani e oscuri. In particolare, il frumento custodito in un apposito vano, si mischiava inspiegabilmente con la segala e la biada, provocando un immane lavoro di cernita per non disperdere il frutto di un'annata di lavoro. Attorno alla cascina, spesso si sollevava un insolito vento che trascinava le foglie secche dell'adiacente boschetto sulle colture dei campi danneggiando i raccolti. Talvolta pareva che si accanisse in modo violento fino a seppellire gli ultimi ortaggi dell'autunno; altre volte si diradava morendo lontano. Lo sgomento e l'inquietudine di tutti questi episodi spinsero il capo famiglia a cercare un rimedio. Si consultò con una persona che "aveva studiato", la quale gli consigliò di cospargere la sua dimora con acqua benedetta, avendo l'accortezza di tenerne sempre un flacone in tasca, quale "arma" da utilizzare contro una certa capra che si aggirava nottetempo sul ponte delle streghe. L'occasione si presentò qualche giorno dopo, allorché il proprietario del citato cascinale rincasò poco prima dell'alb, avendo dovuto vegliare presso l'abitazione di un parente appena deceduto nella frazione di Sivrasco. Il buio era fitto. [...] Vi era un non so che di staccato dalla realtà quotidiana che metteva angoscia e paura; allora affrettò un poco il passo involontariamente, quindi, accortosi della premura, quasi fosse incalzato da forze misteriose, rallentò risolutamente, indignato dal tremore che gli sussultava dentro, pieno di sprezzo contro la sua viltà. [...] Quando giunse in prossimità del famoso ponte, scorse da lontano uno spirito malefico che si muoveva furtivo, emettendo risate e belati inauditi. Superato il panico iniziale, si scostò dalla strada e risalì la china del bosco, insinuandosi fra la fitta boscaglia che si stringeva tutt'intorno, rendendogli disagevole il cammino. Poi la vegetazione cedette lentamente a un confuso ammasso di ginestre che costeggiava la radura, da dove egli poteva scorgere quell'essere demoniaco a pochi metri di distanza. Raccogliendo tutte le sue forze, intrise la corda con l'acqua benedetta, indi si scagliò contro cercando di infilargli il laccio al collo. La lotta si scatenò furibonda, ma a poco a poco la "bestia" si mostrò sempre più impotente e alla fine cedette. Essa venne trascinata in una stalla e legata attorno alla mangiatoia. Allo spuntar del mattino, in virtù di chissà quale sortilegio, la capra si era tramutata in una donna ben nota e conosciuta.»

Testimonianza di Teresa Omegna (1851-1950), raccolta nel 1948 e riportata da Mario Ogliaro in La fortezza di Verrua Savoia nella storia del Piemonte, Libreria Mongiano Editrice, Crescentino 1999, p. 362-363.

F. Goya, Incantation

martedì 24 giugno 2008

Le streghe delle colline

Ora che è scoppiato il caldo, ora che l'aria è tornata a farsi pesante di quell'umidità che noi piemontesi ben conosciamo, per quanto spossata dall'afa, osservo il paesaggio con affetto e riconoscenza, come se fossi tornata a casa dopo un lungo viaggio.

In questa terra i racconti che parlano di strij, fantasmi e misteriose apparizioni sono numerosi, a volte terribili e tutti hanno il sapore della terra grassa, dell'acqua piovana, dei campi deserti nel mezzogiorno.
Si sussurrava, nelle stalle, che fosse poco saggio piantare tre alberi di noce sullo stesso terreno, perché sarebbe potuto diventare il luogo prediletto per i convegni delle fattucchiere. Qualcun altro, a quel punto, ricordava di essere stato costretto a far benedire il proprio albero di fichi, perché di notte, accanto alla pianta, erano solite passarci le streghe, per recarsi ai loro convegni coi diaulon.
Camminano, le streghe. Battono paesi e campagne. Si nascondono fra i rami degli alberi (sono anche quelli "alberi della vita?"). E si trasformano. Possono assumere sembianze animali, diventare pianta, sasso, oggetto pericoloso, pronto a ferire e mutilare. Come scriveva Apuleio nel suo Asino d'Oro, in questo ambiente impregnato di magia antica, tutto può apparire diverso diverso da ciò che è in realtà. Specie nei momenti di passaggio e transizione: le ore più calde del giorno, quando la mente e la vista (nel riverbero della luce intensa, accecante) possono confondersi - e la notte, quando l'oscurità rende uniforme la campagna e paurosi quei sentieri che vengono percorsi quotidianamente.

E' allora che le streghe si muovono, che vanno in giro a raccogliere erbe, gettare sortilegi su coloro che le osteggiano, rapire bambini: ognuna ha la sua peculiarità. Malevole o malinconiche, vecchie o giovani, reali o immaginate. Alcune sono donne la cui identità è storicamente attestata, tramandata di bocca in bocca nel corso degli anni. Altre sono semplici leggende, presenze evanescenti al pari dei fantasmi - ma più sanguigne e inquietanti, come solo la voce roca della Terra può esserlo.
Si deve aver paura, ad attraversare la campagna da soli.
Io stessa ho provato quella sensazione, nei caldi pomeriggi d'estate, quando il "demone meridiano" è in agguato.
Restare in piedi, immobili, di fronte a un sentiero deserto, a un prato o un campo assolati e dire a se stessi: «Vai avanti, adesso. Prosegui, non potrà accaderti nulla». E' semplice. Eppure il cuore ha rallentato i suoi battiti e un brivido - leggero, ma innegabile - corre lungo la schiena. Che cosa ci sarà dietro la curva, oltre quell'albero di gelso, fra i filari delle vigne. Cosa, fra queste colline...


Foto di Cristiano

giovedì 17 maggio 2007

Ditemi voi che cos'è una strega...



Medea. Cassandra. Giovanna D'Arco. Lois del racconto Lois The Witch, di Elizabeth Gaskell. E poi ancora Canidia (quella vera, s'intende...), le streghe di Salem, gli "stregoni" Valdesi di Arras, Reine Percheval.
Tutte streghe? Di primo acchito verrebbe da rispondere: «No».
Che nesso potrebbe mai esistere, infatti, la moglie infuriata di Giasone e la profetessa che invano tentò di scongiurare la caduta di Troia? Oppure fra santa Giovanna, la pulzella di Orléans, e le fattucchiere del New England?
E invece il legame c'è. Il filo rosso che lega queste donne (e uomini) del mito, della storia e della letteratura passa attraverso il significato della parola strega.

Chi è la strega?
Nella più sofisticata delle ipotesi, è colei che agisce sulla realtà che la circonda, modificandola, plasmandola, sentendola.
In questa visione intellettualistica, raffinata ed ermeneutica della stregoneria si inseriscono Cassandra e le donne del mito, Lois la Strega e molte altre che al momento non rispondono all'appello della mia memoria.
Nella realtà, può essere sia una donna intelligente (non necessariamente colta, ma empatica, catalizzatrice di pulsioni e confidenze, come nel caso della povera Lois, nel magistrale racconto della Gaskell - o come la Medea del romanzo di Christa Wolf), sia un'incauta popolana (Reine Percheval, Bridget Fitzgerald - ancora della Gaskell - le donne di Salem), disadattata, priva di un appoggio familiare e in cattivi rapporti con la comunità locale.
In ogni caso, si tratta sempre di donne che modificano la realtà loro prossima, catalizzando le simpatie o le antipatie di quanti le circondano, suscitando invidia o repulsione, amore o furore. In questo senso, hanno perfettamente ragione quanti affermano che streghe si nasce, non lo si diventa.

Come si manifesta la stregoneria?
La magia (ovvero, si è detto, la capacità della strega di operare sulla realtà: non solo a livello emozionale, ma anche pratico: si pensi a quanta importanza assumessero presso le comunità del passato le conoscenze erboristiche, ad esempio) nasce dall'interiorità della strega, dal suo modo di essere e di relazionarsi con la realtà (nel bene e nel male) e si propaga attraverso di lei come un'onda d'urto, provocando re-azioni. Purtroppo per la strega, si tratta quasi sempre di reazioni negative: si teme ciò che non si conosce, si cerca di sopprimere ciò che è diverso dalla maggioranza. E, inoltre, l'uomo è sempre alla ricerca costante di un buon capro espiatorio.
La strega, perciò, raggiunge la propria pienezza attraverso la rottura, la frattura con il tessuto sociale in cui ella stessa è (stata) inserita. E' nel momento in cui i legami si spezzano, che la donna-strega riceve il suo battesimo di fuoco.

Mi rendo conto che un simile discorso possa apparire un po' sui generis.
Forse, non è stato neppure del tutto chiaro. Del resto, quello che avete letto è il primo abbozzo di un ragionamento che io stessa ho appena iniziato a dipanare. La mia intenzione è andare oltre le cerimonie, oltre la "nuova" magia ritualistica, per riscoprire il senso profondo della Natura e della Donna. Dove per Donna non intendo tutte le donne (non m'interessano le vigliacche, le omologate con le tette sode e il nasino rifatto, i grembi sterili in onore della carriera e le donne-mitra, che ormai hanno rinnegato completamente la propria identità), ma le donne che hanno compiuto determinate scelte. O che non hanno neppure la consapevolezza di averle compiute - ma semplicemente sono.

lunedì 22 gennaio 2007

La maga Alcina

Il Piemonte, con le sue colline e i suoi "monti sacri" (molto probabilmente antichi retaggi pagani, come ben sottolinea NycteaNoctua), è una terra piena di racconti popolari, di favole e leggende che spesso hanno come protagoniste proprio streghe, maghe e fattucchiere.

Fra le più celebri vi è senza dubbio la maga Alcina, originaria del paese di Ottiglio (AL).

Ecco che cosa si racconta di lei fra le colline:

Notte del solstizio d'inverno: nella valle dei Guaraldi si verifica uno strano fenomeno.
Nel silenzio della notte, sul fianco della collina, dall'apertura di una grotta comincia a uscire una luce bianco latte, che si diffonde, aumentando d'intensità, fino a invadere e illuminare a giorno tutta la valle.
Poi, nel momento esatto del solstizio, dall'imbocco della grotta dove più intensa è l'emanazione, ecco apparire una figura femminile luminosissima, ricoperta da un lungo abito candido: è la maga Alcina.
Mentre tutta la valle risplende di una luce magica e misteriosa, la donna, giunta sulla soglia della caverna, si ferma a pettinare lentamente i suoi lunghi capelli biondi.
Dopo circa un quarto d'ora, la luce adagio si smorza, tutto scompare e la valle ripiomba nel buio profondo della notte.

Fonte: Camminare il Monferrato - Itinerari fra natura, arte e cultura, ed. "Il Monferrato", Casale Monferrato, 2002.

La grotta in cui si pensa che la maga Alcina abbia la sua dimora è la Grotta dei Saraceni, in località Moleto (frazione di Ottiglio).
Figura tutt'altro che rassicurante e benevola, nonostante l'alone candido e luminoso che la circonda a ogni apparizione, Alcina sarebbe in realtà capace di ispirare autentico terrore in chiunque la incontri sul proprio cammino.
Secondo un racconto popolare, un giovane che attraversava quasi ogni notte la valle dei Guaraldi per andare a trovare la fidanzata, una notte (forse proprio la notte del solstizio) s'imbatté nella bellissima donna dai capelli biondi e fu preso da una tale paura da rifiutarsi, nell'avvenire, di percorrere di nuovo la stessa strada, sia pure per recarsi dall'amata.