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domenica 5 luglio 2015

Claudio Widmann, "Il gatto e i suoi simboli"

Edito da Magi Edizioni nella collana "Il bestiario psicologico", Il gatto e i suoi simboli, dell'analista junghiano Claudio Widmann, è un viaggio affascinante che intende esplorare (attraverso i secoli e per mezzo di determinate categorie) l'archetipo del gatto e, più in generale, della "felinità".
Partendo dagli antichi culti egizi di Bastet e di Sekhmet, Widmann passa in rassegna dapprima gli stereotipi riferiti al gatto (la sua tendenza alla separatività; i suoi contatti con il mondo "altro" o "infero"; la sua invereconda sensualità ecc.) e successivamente, in una trattazione più estesa, le reali peculiarità del gatto come archetipo e simbolo.
Il gatto viene presentato innanzi tutto come creatura che ha «natura intrinsecamente femminile» (si pensi a Bastet, a Freya... ma anche all'abusato nesso gatto/strega) e che con le donne intrattiene da molto tempo un rapporto stretto e biunivoco, che spesso mette in difficoltà l'uomo e la sua naturale tendenza al controllo, al dominio. I gatti, come le donne, si rivelano sfuggenti, capaci di slanci di assoluta abnegazione (l'istinto materno forte, potente, da far risalire alla Magna Mater), di estrema sensualità, di indifferenza e perfino di crudeltà: «[...] proprio la potenza dell'Anima desta nell'uomo il timore che il gatto, come la donna, non lo ubbidisca a sufficienza e non lo ami abbastanza».
Widmann si sofferma poi su un'altra caratteristica peculiare del gatto: quella di vivere costantemente in limine e di presentarsi dunque come un perfetto "guardiano di soglia". La sua capacità di adattarsi tanto alla vita domestica quanto a quella selvatica, il suo essere sonnolento durante il giorno e attivo durante la notte, il suo alternare momenti di vigilanza a momenti di sonno profondo... queste e molte altre qualità ci fanno comprendere come il gatto viva costantemente in limine e veicoli, perciò, la «possibilità di coltivare stati di coscienza abitualmente inaccessibili».
Non solo guardiano, comunque - e non sempre e solo una figura "d'Ombra". Anzi (come molti gattofili hanno sperimentato sovente in prima persona!), il gatto è anche (e soprattutto) soccorritore, iniziatore e guida: Widmann attinge dalla letteratura e dal folklore (dalla fiaba del Gatto con gli stivali all'usanza del Maneki Neko, passando attraverso leggende arabe e giapponesi) per illustrare i tratti simbolici più rassicuranti (e spesso più trascurati dall'immaginario collettivo) di questo animale misterioso e affascinante, che da millenni affianca la nostra esistenza in silenzio e con discrezione.

Claudio Widmann
Il gatto e i suoi simboli
Magi Edizioni
Roma, 2012
Pagg. 164

venerdì 4 gennaio 2013

Il cammino imperfetto

Ovvero il tempo dell'airone


La ruota gira e questo per me è il tempo dell'airone.
Nella zona dove vivo ce ne sono davvero tanti, compagni silenziosi delle mie giornate. Li vedo dalla finestra dello studio, passo accanto a loro durante le mie passeggiate fra i campi... Ricordo che un pomeriggio il mio caro Mickey ebbe uno scontro con uno di loro: il mio piccolo cane rosso si era fatto sotto abbaiando e l'airone, dopo essersi levato in volo, aveva iniziato a volare minacciosamente in tondo sulla testa di Mickey, tanto da costringermi ad avvicinarmi velocemente, battendo le mani e facendo un gran chiasso. Solo a quel punto l'uccello infastidito si era allontanato.
Andando a spulciare tra i miei quadernetti (dove appunto informazioni ed intuizioni), noto che in passato lo avevo definito "l'esploratore". Non c'è altro. Ho scritto solo "l'esploratore", senza indicare da chi o da che cosa mi fosse stata ispirata quella definizione. Forse da nulla.
L'airone, del resto, è un animale che vive in limine (si pensi alla sua predilezione per le zone palustri, per le risaie, dove la terra si congiunge col cielo ed è come se i confini venirssero meno - anche se per un periodo di tempo limitato; per dirla con De Martino, è un po' come se l'airone vivesse in una sorta di mundus dei giorni nostri...), tanto che nell'antico Egitto era identificato con Bennu, l'uccello sacro - con la Fenice. E quale animale può meglio svolgere il ruolo di "camminatore" attraverso le acque morte se non l'airone, che vive per gran parte della sua esistenza immerso nelle acque immobili? E' una Fenice perfetta, che ci conduce attraverso la morte nell'acqua, piuttosto che attraverso il fuoco, lungo lo svolgersi di un cammino imperfetto.

Le "acque morte" della mia zona. Foto di © Cristiano Villa.
Cammino che è imperfetto anche fisicamente, come già si erano accorti gli antichi, a causa dell'andatura apparentemente claudicante dell'airone (e delle garzette, delle nitticore ecc. ecc.).
Carlo Ginzburg, nella sua bellissima Storia notturna, indica queste "imperfezioni" (nel mondo animale e in quello umano) come segni distintivi importanti:
«In una società di vivi, i morti possono essere impersonati soltanto da coloro che sono inseriti imperfettamente nel corpo sociale».
E quale modo migliore, per scovare gli "imperfetti" (coloro che sono destinati ad "avere a che fare coi morti" e, attraverso di essi, se avranno ben lavorato, giungere alla purificazione), se non andare a caccia di segni? Dai marchi di Satana alla cecità dei poeti-veggenti, di Cecolo, di Tiresia; passando per la zoppìa di Edipo, di Vulcano, degli uccelli di palude (appunto). E' il passo di Yu.
Dopotutto, il cammino attraverso le acque morte non è un viaggio facile: è il Cammino dei Folli...

venerdì 30 marzo 2012

"Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo..."

Quella che stiamo vivendo è una strana primavera. Una primavera "come non dovrebbe", allo stesso modo in cui era apparsa insolita l'ondata di freddo intorno a Candelora: in quei giorni aveva fatto decisamente troppo freddo; ora fa troppo caldo - e tutto (la natura, gli animali, i comportamenti delle persone) è permeato da un'insolita frenesia. Una frenesia sterile, oserei dire.
Non è (solo) una questione di temperature: come al solito parlo di consapevolezze, di "centrature", della capacità di "vedere" - sia a livello individuale sia a livello globale. Ogni effetto sul piano concreto (anche il più banale) ha sempre un rimando ai piani più alti e sottili.
Non a caso nel post precedente avevo parlato della necessità di rispettare la delicatezza del Risveglio. In realtà, credo che abbiamo fatto troppo chiasso. Pensateci: quante persone intorno a voi hanno strepitato per cose da nulla, mettendo in atto comportamenti sbagliati e potenzialmente pericolosi? Quanto al clima sociale che stiamo respirando... quest'ultimo credo che si commenti da sé.
Rabbia e malcontento sono evidenti da un lato - insieme a una manifesta incapacità (cecità) di adeguarsi ai cambiamenti, di scegliere nuove strade, che siano realmente alternative; d'altro canto, un'ondata spiacevole di sottile e malcelata repressione: il tentativo, da parte dei poteri forti, di chiudere la bocca alle folle con metodi fascistoidi, di eliminare l'opposizione di chiunque dimostri di possedere un cervello e di saperlo usare.

Non era esattamente questo che intendevo, quando parlavo di "fase di risalita" e della conseguente purificazione!
Ormai, comunque, il dado è tratto e non ci rimane che vivere il nostro tempo con la maggiore consapevolezza possibile - cercando di avere sempre ben presente la rotta da seguire...
Personalmente ho scelto come animale-guida per questa stagione bizzarra (o, meglio, è stato lui a scegliere me!) il pavone, manifestatosi (quasi di soppiatto) appena qualche giorno fa...

Pavoni sulla strada di casa...

Il pavone
Nella mitologia greca e romana, il pavone era sacro a Hera, sulla cui coda volle applicare gli occhi di Argo, il fedele mostro guardiano che aveva custodito Io per conto della dea e che era stato in seguito ucciso da Hermes.


La morte di Argo (460 a.C.)


Diego Velaszquez, Mercurio e Argo (1659)


Di nuovo il tema dello sguardo divino, dunque, che diviene metafora di risurrezione e di ciclicità; a tale proposito, agli antichi non doveva essere sfuggito che il pavone perde le piume della coda ad ogni autunno, per rimetterle in primavera...
In India, il pavone (grazie alla sua splendida e perfetta "ruota") era un animale solare (simbolo teriomorfo legato al regime diurno dell'immagine, per dirla con Durand) e nel buddismo inneggiava (raffigurato com'era con un serpente nel becco) alla vittoria della luce sulle tenebre.
Nella tradizione esoterica, grazie alla gamma dei suoi colori, è considerato emblema di pienezza e completezza, di totalità; mentre nell'islam la coda del pavone è vista come simbolo dell'universo o, in alcuni casi, della luna piena.
Solo in un secondo momento i bestiari medievali indicarono questo animale quale metafora della superbia e dell'arroganza, a causa della bellezza sfarzosa del suo piumaggio.
Per quel che mi riguarda, voglio vedere l'apparizione (fisica, reale!) del pavone sul mio sentiero come un segnale positivo a dispetto di tutto: del chiasso, del mancanza di armonia, di questo strepito che non comprendo e non mi appartiene...
Mi riservo di ritornare - se opportuno - su questo argomento: i simboli vanno "ascoltati" nella pienezza delle loro parole appena sussurrate.


«Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo:
- è così grande da stare fra due mani,
così difficile che per descriverlo basta un sorriso,
strano come l'eco di antiche verità nella preghiera.»
(W. Szymborska, senza titolo del 1945, da Raccolta non pubblicata)

giovedì 15 dicembre 2011

Del lupo e dell'abete






Nella grecia antica la pianta elàte, ovvero l'abete bianco, era una pianta "lunare", sacra a Kaineìdes/Kaineùs, una ninfa che chiese a Posidone, suo amante, di essere trasformata in uomo. E' interessante sottolineare come il cambiamento di genere richiami il ritorno all'unità originaria. La vicenda di Kaineìdes fa da contraltare a quella dell'indovino Tiresia: da donna diventa uomo, per poi ritornare alla natura originaria. Un vero e proprio kyklos, che rimanda all'interezza.
Secondo il mito, la forza di Kaineùs era collegata all'abete, cui il guerriero tributava un culto personale. Per sconfiggerlo e abbaterlo, i Centauri (creature duplici) sono costretti a colpirlo ripetutamente con tronchi d'abete. Una volta ucciso, Kaineùs torna ad essere Kaineìdes. Il racconto, in questo senso, richiama l'immagine della morte del licantropo (altra figura duplice) che spesso, nei racconti popolari, dopo che è stato ucciso torna ad assumere sembianze umane.
Le piante solstiziali (ovvero sacre nel periodo compreso fra Calenda e Candelora) hanno come comune denominatore quello di rifarsi esplicitamente (attraverso signa ben precisi) all'alternanza che genera interezza, tipica del kyklos.
E' così per l'abete, legato indissolubilmente al guerriero/donna Kaineùs, lo era per il ciclamino...
Quanto all'elàte, lo ritroviamo nella "tradizione del ceppo" (che può anche essere di quercia, altro albero cosmico), che prevede una lenta consunzione del "ciocco" fino alla notte dell'Epifania: solo in questo modo il rito poteva essere di buon auspicio per la casa in cui era stato realizzato.


E' la duplicità (luce/oscurità, vita/morte, maschile/femminile, uomo/animale), dunque, a traghettarci verso le salubri sponde primaverili, verso il risveglio che avrà inizio con Candelora. E, nel periodo solstiziale, questa duplicità si impone alla nostra attenzione (o almeno alla mia!) attraverso segni inequivocabili (mi sento molto Maria, in questi giorni... e chi partecipa al GdL su Le streghe di Smirne capirà!).
Oltre che dalle piante solstiziali, in questo periodo mi sento molto "ispirata" dalla figura del lupo/licantropo, animale simbolo destinato ad accompagnarci fino alla purificazione/risveglio di Candelora (o dei Lupercalia, se vogliamo seguire il calendario romano pre-cristiano...).
Il lupo come figura archetipica della duplicità saggia (1), della conoscenza che unisce l'uomo all'animale e che non ha bisogno di molte parole. Non è un caso che, nel nostro mondo moderno (impaurito dall'arcano, sempre più asettico, inquinato e improntato verso l'unica logica del profitto), il lupo non trovi più spazio e sia stato spinto sulla soglia dell'estinzione.



«[...] lo sterminio dei lupi appare come uno dei tratti distintivi di una civiltà secolarizzata e artificiale, che ha negato o segregato, anno dopo anno, la morte, la malattia, la follia, il sacro» osserva Marco Veglia nel suo capitolo dedicato a lupi e volpi nell'interessante saggio Animali della letteratura - dove riporta anche la bella storia di Lopichis, antenato di Paolo Diacono, che qui ricopio come testimonianza dell'antico legame che unisce (univa?) l'uomo al lupo - oltre che come conclusione di queste mie riflessioni...

«Un lupo, messaggero del destino, aveva guidato l'avo di Paolo Diacono, Lopichis, per mostrargli il cammino che egli ignorava: il lupo lo precedeva, si voltava di frequente a guardarlo, lo attendeva come sua guida, come sentinella che ne vigilava il cammino. Quando Lopichis, secondo il racconto della Historia Langobardorum (IV, 37), ormai consunto dal digiuno, tese l'arco per uccidere il lupo e cibarsene, il lupo scomparve. Schivato il colpo, l'animale si sottrasse alla vista di Lopichis. L'uomo, lui solo, non il lupo, aveva tradito l'arcano legame che intrecciava i loro cammini.» (2)

Note(1) Per gli Esquimesi, il sole (e dunque la Vita) avrebbe avuto origine dalla lotta fra il Lupo bianco e il Lupo grigio: di nuovo il doppio, dunque...

(2) Aa.Vv., Animali della letteratura, a cura di G. M. Anselmi e G. Ruozzi, Carocci editore, Roma 2010, p. 156-157.

lunedì 4 luglio 2011

Delle rondini che fanno (sempre) primavera

La mitologia greco-romana racconta che Tereo, marito di Procne, figlia del re di Atene, abusò crudelmente della sorella di quest'ultima, Filomela e, affinché la ragazza non rivelasse a nessuno la violenza subìta, le tagliò la lingua.
Filomela, tuttavia, riuscì a raccontare ugualmente a Procne quanto accaduto, ricamandolo sulla stoffa. Procne, sconvolta, uccide il figlio avuto da Tereo e lo dà in pasto al marito. Quindi fugge insieme a Filomela.
Tereo, inorridito dal macabro delitto compiuto dalla moglie, insegue le due donne, che invocano la protezione degli dèi: Procne vien perciò trasformata in rondine, Filomela nell'usignolo dalla bellissima voce e Tereo in upupa.

Nel Medioevo si credeva (nota simpatica), che fosse in grado di guarire i suoi piccoli da eventuale cecità per mezzo della linfa della celidonia, chiamata appunto anche "erba delle rondini": una specie di angelo Raffaele in livrea bianca e nera, insomma. E di certo un animale benevolo, simbolo della Luce che ritorna sempre, al termine della Stagione Oscura. (Di nuovo il Ciclo, di nuovo la Ruota!)

In Africa, essa viene considerata inoltre simbolo di purezza, perché, non posandosi mai a terra, evita di contaminarsi con la sporcizia del suolo.




Il "rondinino" catturato da Victor.

L'altra sera, mentre esco in cortile per andare a gettare la spazzatura, sento *C.* che grida: «Corri, corri, Victor ha preso qualcosa!».
Come tutti i gatti, anche i miei non scherzano, in quanto a crudeltà: devono sempre catturare qualche esserino indifeso, ucciderlo e poi lasciarmelo privo di vita sullo zerbino...
Perciò mi preparo al peggio: corro dietro al gatto (in maniera abbastanza comica, gettando all'aria il mio sacchetto di immondizia) e vedo che un volatile pende dalla sua bocca, con le ali spiegate, simile a un piccolo crocifisso. Acchiappo Victor per la collottola e lui molla la presa con un disarmante "miao"... (Come a dire: "Non ho fatto nulla di male, io!")

Non appena i denti del gatto scattano, l'uccello, a sorpresa, svolazza a rintanarsi dietro agli amarilli e poi ancora dietro alla "miseria". Segue un discreto parapiglia, con Victor che inseguiva il piccoletto che tentava invano di riprendere il volo e *C.* e io che inseguivamo Victor. Cagliostro si gustava la scena dalla finestra del soggiorno, guardandoci come se fossimo tutti impazziti.
Alla fine riusciamo a prendere il piccolo e a dare qualche crocchetta di consolazione al micio.
In casa, controllo per bene il rondinino (tale mi era parso alla scarsa luce del faretto d'illuminazione del cortile ma, ad una più attenta osservazione, mi è sembrato un balestruccio) e quasi non ci credo: nonostante Victor l'avesse afferrato e nonostante fosse stato sbatacchiato di qua e di là era completamente illeso e desideroso di volare!
Rimetterlo in libertà di notte, però, col cortile e i tetti tutt'intorno affollati di gatti e civette sarebbe stato troppo rischioso. Così l'abbiamo ricoverato in una scatola da scarpe, imbottita per l'occasione con un morbido panno, e gli abbiamo fatto trascorrere le ore successive in casa: inutile dire che era talmente esausto, per via delle forti emozioni provate, che si è addormentato subito e non si è più mosso fino all'alba.

Il mattino seguente l'abbiamo liberato: come sempre, quando apri le mani per lasciarli andare, provi sensazioni indicibili... E a me, come sempre, piace pensare che nessun incontro è fortuito e che gli animali (in modo particolare gli "psicopompi") entrano - seppure per breve tempo - nella nostre vite per segnalare una svolta, per dare una speranza, per consegnare un messaggio che è necessario decifrare... Perché proprio una rondine? Perché proprio di notte? Perché scampata fortunosamente alla morte? Perché nelle mie mani? (E perché catturata proprio da Victor, l'ultimo arrivato? E ancora: perché Cagliostro - che pure caccia, lo so bene! - non mi porta mai la Morte sulla soglia di casa, come fanno gli altri?)
Non ho le risposte a tutto. E, quelle poche che riesco a darmi, non voglio trascriverle. Cerco di seguire il flusso, tutto qui... Nell'acqua, nel volo, nell'aria. Nei segni.

(Per tornare coi piedi per terra, in questo post avevo dato qualche "dritta" sul primo soccorso da prestare ai rondoni...)

martedì 14 giugno 2011

Dell'inguaribile paura del buio

Non ho paura del "Grande Salto", se lo penso riferito a me stessa. Ne ho paura quando so che potrà toccare a qualcuno dei "miei": le persone che amo, i miei famigli.

Li adoro, i miei animali; allo stato attuale delle cose, siamo riusciti a costruire un equilibrio bellissimo, che ha del miracoloso.
Li osservo spesso: ciascuno ha il proprio ruolo, il proprio linguaggio, le proprie "capacità sottili" - e ogni elemento entra in armoniosa relazione col resto. Con gli altri famigli, con me, con la casa...

Di recente, abbiamo concluso l'atto d'acquisto per la nuova casa. Non ne ho ancora la certezza assoluta (e quando mai io ho avuto certezze assolute?), ma credo che la battezzerò "La Mandragora".
Ne ho dato l'annuncio su Facebook (maledetto arnese!), ho pubblicato qualche foto. Sono contenta, certo. L'idea di poter sistemare la nuova casa esattamente come piace a me e a C., di riuscire a ordinare gli spazi nella maniera più funzionale (finalmente!), di avere uno studio tutto per me, un orto tutto per C. e un cortile tutto per i gatti (senza pericoli)... è un ottimo carburante per la mia ben nota apatia.

Sul diario, l'altra sera, riflettevo sui luoghi. Scrivevo che «i luoghi non ci appartengono. Siamo noi che apparteniamo ai luoghi, finché possediamo respiro». E' sempre stato così.

Ed è così anche per le creature che amiamo. Sono contenta che Mickey abbia visto la nuova casa.
Adesso lui è qui, acciambellato vicino a me, mentre scrivo - come ha fatto per dodici anni di vita. E io continuo a ripetermi che, in un modo o nell'altro, devo cominciare a lasciarlo andare. E' il suo "Grande Salto", non il mio. E' per questo che sono terrorizzata.

Cagliostro lo sente. Non me lo scollo di dosso, questa mattina. Lui è il Guardiano, se ne intende di Soglie. E Clizia - Clizia lo ha visto, forse prima di tutti noi. Emma, al contrario, pare imperturbabile: anche in questo caso seguono il solito copione: lei non è forse la Rasserenatrice?

Quanto a Mickey, con lui non voglio parlare di questo. Lo tengo vicino, semplicemente - e maledico il lavoro che mi porterà lontano da lui ancora per qualche ora. Lo tengo e lo terrò, finché posso...

lunedì 31 gennaio 2011

Delle Stelle (proprio ora...)

Per me Clizia è "la veggente". La storia la conoscete quasi tutti: è stata lei a scegliermi, a rinunciare alla sua vita di "gatta da strada"; libera, senza dubbio, ma anche dura e costellata di pericoli. E lo ha fatto un anno esatto prima che la sua malattia la rendesse quasi del tutto cieca - e dunque vulnerabile a qualsiasi tipo di minaccia esterna: gli altri gatti, il transito delle automobili, i bambini pestiferi e rumorosi.
Semplicemente si è presentata davanti al mio cancello, ha fatto capolino e, da quel lontano pomeriggio di novembre, ha deciso che avrebbe abbandonato la sua casa d'origine (ammesso che possa definirsi tale un luogo abitato da persone che abbandonano i propri animali in mezzo alla strada!) per trasferirsi nella mia.
Come opporsi a tale educata ostinazione?

Chiamatemi sciocca, ma ho sempre creduto che Clizia avesse "sentito" la propria malattia, prendendo così per tempo la giusta decisione.
Per questo ho piena fiducia nella sua "vista": come ogni indovino cieco, lei può vedere cose che a noi (a me, agli altri famigli...) sono negate.

Non a caso, dunque, uso spesso con lei i "trionfi". Lo faccio utilizzando il numero sei, dalle lettere del suo nome.

(Altro "indizio": non le ho dato io il nome che porta; glielo avevano dato i vecchi proprietari - che di certo non sono persone amanti della mitologia greca né della poesia. Eppure, per la mia gattona grigia, a suo tempo scelsero l'insolito nome di Clizia che - racconta il mito - fu la ninfa innamorata di Apollo, che decise di trasformarsi in girasole per poter tenere sempre lo sguardo fisso sul sole. Di nuovo la "seconda vista"...)

Oggi pomeriggio abbiamo pescato le Stelle.
Ho girato la carta, l'ho messa sulla scrivania e lei ci si è appollaiata sopra, come fa sempre.

Ancora una volta le Stelle; un simbolo che torna di frequente in questo periodo della mia vita.
Penso all'albero - e alla nuova casa.
Alla necessità di spogliarsi(mi) del passato, dei vecchi schemi, delle distrazioni accumulate durante il mio solito insopportabile Sonno della Stagione Oscura - e alla donna (Lilith primigenia) che rinasce, liberandosi dai propri vincoli.
Nel mazzo che uso abitualmente (un bel mazzo in stile art nouveau, regalatomi da mio nonno qualche anno fa), la carta delle Stelle reca l'immagine di due donne. Una bionda e una bruna (gli Opposti, la costante ricerca dell'Equilibrio - requisito indispensabile per gestire al meglio l'energhéia) che intrecciano le loro mani a sorreggere una stella (la Luce - che scaturisce dall'unione fra Luminosità e Tenebra). Anche i loro capelli (biondi e neri) si annodano, celando in parte l'Albero (Conoscenza e Immortalità).
L'ho osservato a lungo, questo disegno dalle linee aggraziate: mi rasserena e mi consola. Mi sprona ad avere speranza nel cambiamento, nella Rinascita che parte dalle cose piccole, terrene, per coinvolgere infine (microcosmo - macrocosmo) tutto il nostro essere in accordo col Creato.


Le Stelle e l'Armonia...

Perché trascrivo queste riflessioni - abbastanza inutili, ai fini del blog?
Perché ogni Rinascita richiede costanza: nessun seme può bucare la terra ancora fredda in primavera, se non dando prova di grande tenacia.
E così anch'io (anche noi - Strega e famigli!) dovrò tenere fede alla mia "illuminazione", passo dopo passo, parola dopo parola...

domenica 2 gennaio 2011

Dei gatti, dell'equilibrio e delle corrispondenze

Da quando ho ripreso a insegnare, i miei studi vanno a rilento - lo ammetto. Passo infatti la maggior parte dei miei pomeriggi liberi a preparare le lezioni per la scuola, piuttosto che a "spulciare" i numerosi saggi che mi aspettano!
E' un sacrificio che non mi pesa, però: insegnare mi piace, l'ho sempre trovato molto creativo; e ancora di più lo è in una scuola di adolescenti "problematici" come quella in cui mi trovo ora.
A dispetto del mio scarso tempo libero (cosa di cui mi lamento spesso, a rischio di diventare monotona: chiedo scusa per questo a tutti gli sporadici lettori di questo quaderno virtuale...), di recente mi sono trovata a riflettere sul fuoco, sulla sua invadenza all'interno della mia vita.
Altrettanto di recente e al contempo, tuttavia, ho meditato parecchio sull'importanza del gatto nella mia vita movimentata.

Non è casuale che abbia deciso di aprire il mio primo blog dichiaratamente autobiografico (e, no, non metterò qui il link!) proprio in questo periodo; né è casuale che l'abbia intitolato proprio a uno dei miei più spudorati amori felini. (Avrete già indovinato di chi si tratta...)
I gatti hanno da sempre costituito un tratto distintivo del mio carattere, del mio essere IO nel mondo: tanto per fare un esempio, entrambi i miei genitori - per quanto amanti degli animali - hanno sempre preferito i cani ai gatti. Mio padre (da cui ho ereditato il carattere e molte passioni), addirittura, si trova in imbarazzo a trattare coi gatti: lo si intuisce dalle sue carezze, dai gesti che riserva ai felini domestici con cui entra sporadicamente in contatto.
Io, al contrario, fin da piccolina - pur amando moltissimo i cani, come dimostra il mio rapporto col fedele Mickey - ho sempre avuto un legame speciale coi gatti. Mi seguivano, mi "parlavano", apprezzavano il rispetto che, pur bambina, sentivo di dovere loro.
Il gatto è l'animale magico per eccellenza - e ogni gatto lo è a modo proprio, in misura maggiore o minore.
Il primo gatto con cui abbia condiviso parte della mia vita è stata Atena. Nomen omen est: lei è stata la Guerriera, l'Indomabile e, nonostante il suo caratteraccio, l'ho amata in maniera viscerale. Negli anni della mia ribellione adolescenziale, lei era forte quando io mi trovavo (mio malgrado) a essere debole. Lei era opulenta (sette chili di miciona tigrata), mentre io pesavo trentotto chili e mi cullavo nel torpore dell'anoressia.
Dopo la morte di Atena, mia madre non volle saperne di prendere altri gatti: «Mi ha devastato casa, non voglio certo ripetere l'esperienza!». Come darle torto? Atena aveva avuto davvero la forza di un tornado, nel nostro piccolo appartamento di periferia.
Anche in questo frangente, tuttavia, i gatti hanno rappresentato la parte migliore della mia identità, costringendomi a compiere una scelta precisa: non appena mi sono resa autonoma economicamente, ho deciso, insieme a *C.*, di trasferirmi in campagna. E' stato quasi come se Atena mi avesse mostrato - nei suoi undici anni di vita e con la sua insofferenza verso ninnoli e soprammobili - quale fosse l'ambiente più adatto per me. E' stata lei a suonare la nota d'inizio; gli altri gatti della mia vita hanno fatto il resto.
Appena trasferitami a D., è arrivata Clizia, bellissima gatta color grigio scuro, dal pelo lungo, abbandonata dai miei vicini di casa che, pur rivendicandone egoisticamente la proprietà, non si sono mai curati di lei e per quattro anni l'hanno fatta vivere in strada, esposta alle intemperie (Clizia! Così bella e consapevole di esserlo, costretta a dormire giorno e notte nella polvere della strada!), alimentandola poco e male. E' diventata cieca un anno dopo il suo "trasferimento" in casa nostra e, da quel momento, è divenuta ufficialmente "la Veggente", colei che ci apre la strada verso l'Invisibile.
Clizia avanti, quindi, e Cagliostro al mio fianco, poiché lui (unico gatto maschio) è la mia guida affidabilissima.
E' stata proprio la Nera Pestilenza (come amo chiamarlo ironicamente), durante l'ultima incursione del "Cappellaio Matto" (i nomi in codice sono d'obbligo, mi perdonerete...), a darmi il segnale di quanto la misura fosse colma. Infatti, mentre l'ipocrita stava in piedi davanti a me, vomitandomi addosso cattiverie (ero cerebralmente assopita? Come ho potuto permetterlo?) Cagliostro è salito sul divano e mi si è seduto accanto. Non si è acciambellato come fa di solito, simile a una piccola sfinge; ma è rimasto ben dritto, le zampette congiunte, a fissare il Cappellaio.
Notai che il suo sguardo si era indurito: per quanto impenetrabile, il mio "Cagliostrillo" non ha mai un'espressione dura. Assente, forse. Svagata. Lazzarona. Ma dura mai. Invece, quel pomeriggio, assomigliava, più che a un gatto, a una piccola divinità egizia irata.
Ne rimasi colpita - e "lo vidi" all'improvviso: non era semplicemente seduto; era "a guardia" del mio equilibrio - di ciò che poteva restare della donna (della strega!), affinché non andasse in frantumi. Una lezione che non dimenticherò mai.
Di Emma, ultima arrivata, devo ancora farmi un'idea precisa: accade sempre così, la "maghéia" dei miei famigli riesco a scoprirla solo ascoltando nel tempo i segnali. Il legame strega/famiglio (almeno per ciò che mi riguarda) si crea lentamente, stagione dopo stagione, avvenimento dopo avvenimento.

Perché ho scritto tutto questo? Quale il bandolo di queste disordinate riflessioni?
Ho scribacchiato questo post a più riprese: ogni giorno ne ho aggiunto un pezzetto, senza seguire uno schema preciso. Nel frattempo, ho avuto modo di leggere le considerazioni di Nyctea e di Tain sugli animali... Ho letto di come ritorni puntuale, nelle nostre chiacchiere stregonesche, il preciso il riferimento ai symbola e ai messaggi che gli animali ci inviano in determinati momenti del Cammino.

E allora... ecco, forse è di questo che ho bisogno adesso: dell'osservazione dei MIEI famigli (prima ancora che di quella degli animali del bosco e della campagna), che più di ogni altra creatura vivente mi conoscono e vedono (coi loro occhi segnati dalla maghéia) avanti - ben più avanti di quanto non riesca a fare io! - lungo il Sentiero che stiamo percorrendo. Ho necessità delle loro parole mute, delle ricorrenze che si intrecciano, delle corrispondenze che non sono semplici "coincidenze", ma costituiscono la trama di un ordito preciso.
Sono loro - i miei famigli - il mio equilibrio, la bussola che mi consente di non perdere la direzione neppure nei momenti più terribili di bufera.

Ho cominciato coi gatti e, trattandosi di gatti, non poteva uscirne uno scritto ordinato e coerente. Prometto di tornare sull'argomento, in maniera più proficua per tutti...
Questa volta, mi limito a chiudere con l'amato Baudelaire:

Un bel gatto forte, dolce e vezzoso
Passeggia nel mio cervello
Come a casa sua.
Si sente appena quando miagola,
Per quanto il tono è tenero e discreto;
Ma la voce è sempre profonda e ricca,
Sia che brontoli o s'acqueti.
Questo il suo incanto e il suo segreto.
Come penetra e filtra questa voce
Nell'intimo mio più tenebroso!
Mi riempie come un verso numeroso
E mi rallegra come un filtro!
Che quiete per i mali più crudeli!
Racchiude in sé tutte le estasi!
Non le servono parole
Per dire le più lunghe frasi.
L'unico archetto che morde
Sul perfetto strumento del mio cuore
E fa cantare più regalmente
La più vibrante corda
È la tua voce, gatto misterioso,
Gatto serafico, gatto strano!
Tutto in te, come in un angelo,
E' sottile ed armonioso!

sabato 19 dicembre 2009

Dei guardiani del tempo

I rapaci sono per me i guardiani del tempo, l'ho scritto qualche giorno fa.
Insieme ai felini (grandi e piccoli), ai serpenti e agli squali, sono fra gli animali che maggiormente mi affascinano e ai quali sento di essere legata (spesso in maniera incomprensibile) da un filo rosso.

(Non si tratta di amare un animale... Amo il mio cane, che è fonte inesauribile di gioia, amo i miei gatti... Ma quando parlo di legame indissolubile intendo qualcosa di ancestrale, di emozionante e sconvolgente, che riguarda una particolare specie e non un singolo esemplare. Quell'ineffabile miscuglio di sensazioni possenti e inebrianti che mi coglie quando scorgo il volo di un falco o ammiro l'appostamento di una leonessa, pronta allo scatto...)

I rapaci, dicevo.


La poiana che incontro ogni mattina andando a lavorare: il suo saluto silenzioso è quasi un monito a saper attendere...

Il primo vero "incontro" con questi predatori lo ebbi sette o otto anni fa, quando ancora abitavo in città. Ero in giro con Mickey per il mio quartiere, quando, rientrando, mi accorsi di una bianca presenza appollaiata su uno dei rami più bassi della pianta che cresceva nel piccolo giardino condominiale dei vicini.
Era un barbagianni: bianco e impassibile, uno spettro in una notte di maggio.
Mickey, come me stupito di trovare un simile animale nel nostro rumorosissimo quartiere, ha sollevato lo sguardo per osservarlo meglio (la coda e le orecchie dritte, ma senza abbaiare: come me, il mio cane sembrava pieno di rispetto per questa candida apparizione) e il barbagianni ha ricambiato, seguendoci senza muoversi - finché non siamo scomparsi dalla sua vista.

Conservo ancora oggi intatto il ricordo di questa epifania.
Da allora, ho cominciato a documentarmi in maniera quasi febbrile su gufi e barbagianni, ricercandoli di notte, sulle colline.
Quando mi sono trasferita in paese, ho scoperto con gioia l'esistenza - all'ingresso del centro abitato - di un albero secolare che, all'inizio della primavera, si copre di nitticore, garzette, gufi e barbagianni. Sentirli gridare nella notte, incuranti dei pochi passanti che attraversano la piazza, è un'esperienza che non si può descrivere con semplici parole, in un post.

Le apparizioni dei rapaci, diurni e notturni (ormai purtroppo decimati dall'inquinamento delle nostre campagne), rappresentano un segnale, un signum.
Poiché pochi altri animali concentrano in sé la volontà e i ritmi della Signora dei Crocicchi.
Vita e morte (come dimenticare il falchetto che, due anni fa, venne ad uccidere un passero proprio nel mio cortile? Per quanto triste sia stato per me lavare il sangue del povero animaletto dalle piastrelle davanti all'uscio di casa, lessi quell'improvvisa irruzione nella calura estiva come un manifestarsi folgorante dell'altro), estate e inverno, oscurità e luce, tutto essi indicano con silenzioso riserbo - per chiunque sappia comprendere il linguaggio eterno che va oltre le parole.
In questa stagione (che da sempre vivo con poca serenità, nella smaniosa attesa del ritorno del Sole e della Pienezza), la mia guida è una poiana: rapace diurno, non a caso.
La vedo ogni mattina, recandomi al lavoro; appollaiata sopra un cartello segnaletico, un palo della luce, oppure ritta in mezzo a un campo.
L'ultima apparizione è stata proprio in mezzo alla neve: il suo piumaggio fulvo, in mezzo al biancore accecante della campagna immacolata era un vero e proprio monito - un inno al prossimo risveglio...

lunedì 13 luglio 2009

Campagna contro gli abbandoni - Estate 2009

Sul blog animalista Natividad parte la campagna contro gli abbandoni dell'estate 2009.
Per l'occasione abbiamo preparato dei banner, usando come "testimonial" il nostro fido Mickey. Le foto, come sempre, sono di Cristiano.
Prelevate e diffondete, ci farete un immenso piacere!


domenica 28 dicembre 2008

Corrispondenze

«La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiars.
Comme de long échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les pafums, les couleurs et les sons se répondent.
Il est des parfums frais comme des chairs d’enfants,
Doux comme del hautbois, verts comme les prairies,
- Et d’autres, corrompus, riches et triomphants,
Ayant l’expansion des choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens,
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.»

Charles Baudelaire, Correspondences

Lei chiama, giorno dopo giorno. Non può farne a meno - così come la maggior parte degli Uomini non può fare a meno di ignorarLa.
Coloro che non odono e che non sanno sono morti mentre respirano, rinnovano la fine ad ogni alba e ad ogni amplesso.
Chi ascolta, chi riesce a udire, oltre il frastuono, la voce della Signora che chiama

(fra lo stormire delle foglie e l'abbaiare dei cani alla Luna,
nel silenzio greve dell'inverno e nelle serate tiepide di primavera,
lungo i sentieri che si perdono nei boschi, a ridosso delle colline,
dove donne bizzarre calcavano la polvere a piedi nudi, borbottando preghiere e maledizioni,
parlando col vento,
danzando con i conigli)

invece, vedrà schiudersi di fronte al proprio sguardo incredulo la Foresta dei Simboli, dei Richiami, delle immagini che si ripetono, degli echi che sfidano il tempo e i secoli.
Non vi è mai capitato di sentirvi predestinate. Non vi è mai capitato di sentire (e sapere) che il sangue caldo che vi scorre nelle vene è antico quanto la Terra - e forte, come la Terra.
E' linfa, il vostro sangue; e ha un corso impetuoso, che vi trasporta indietro, giù, lungo le radici dell'Albero, simile a un torrente in piena, capace di spezzare gli argini e travolgere la piccolezza del quotidiano.
Siete più che donne.
Siete streghe.
Avete cavalcato folli nelle notti d'agosto, sulla groppa di un grosso gatto o di un montone. Se aprite il palmo e vi annusate la mano, potete ancora sentire l'odore del pelo del vostro famiglio.

Gli animali, sì. Loro conoscono e vedono. Condividono con noi un segreto vecchio quanto il mondo: me lo ripeto ogni volta che, nelle serate di equinozio o di solstizio, il gatto mi chiede con insistenza di uscire e il cane fa avanti e indietro, inquieto, davanti alla porta d'ingresso.
La sentono camminare per la campagna, col suo strascico di polvere.
Quando posso La seguo. Quando ho troppo freddo (o troppa paura) mi limito ad ascoltarne i racconti.
A volte sono gli alberi a sussurrare in Sua vece. Altre volte è il fuoco, che al contempo mi ammonisce e aspetta sempre che io torni a casa - in ogni senso.
Altre ancora il Suo canto è nel vento, nella nebbia che attraverso la mattina, nel barbagianni che si solleva in volo di colpo, nella notte, illuminato dalla luce della mia torcia. Ascolto il suo grido, gli rispondo col silenzio.
Vado alla ricerca di segnali, di indizi, symbola: ogni volta che ne raccolgo uno, sul mio sentiero, si rafforzano la mia convinzione e la mia appartenenza, la mia testardaggine da melagrana.


Fotografia © Cristiano

venerdì 18 aprile 2008

Boicottiamo Guillermo Habacuc Vargas!

Sorvolo sull'elezione del "nano malefico" semplicemente perché mi ero ripromessa di non scrivere volgarità sul mio blog. Tanto, mi sono già ampiamente espressa sul forum.
Torno invece alle mie campagne animaliste: gli animali - almeno loro - non deludono mai.

Guillermo "Habacuc" Vargas, un pessimo individuo passato agli onori della cronaca per aver lasciato morire di fame un cane durante una mostra d'arte (la sua "opera d'arte" sarebbe stata proprio questa: per saperne di più sulla triste vicenda leggete qui) torna a far parlare di sé. Parteciperà infatti, incurante delle proteste degli animalisti alla Bienal Artística Centroamericana de Honduras 2008.
E' inaccettabile!!

Vi chiedo perciò di firmare la petizione CONTRO la partecipazione di questo delinquente alla mostra biennale e di inviare le necessarie lettere di protesta, agli indirizzi indicati dalla LAV. Trovate tutte le informazioni necessarie sul sito della LAV e sul blog Natividad.

Grazie di cuore a tutti coloro che firmeranno.


Natividad, il cagnolino ucciso da Vargas

mercoledì 24 ottobre 2007

E poi ci diciamo (da soli) che l'uomo è un animale intelligente. L'uomo NON è un animale intelligente. L'uomo è un animale CRUDELE.
Leggete qui che cosa succede in un angolo del nostro meraviglioso mondo.

Un certo Guillermo Habacuc Vargas (sedicente artista e sicuro psicopatico) avrebbe causato la morte di un cane (chiamato Natividad) rinchiudendolo in una stanza e impedendogli di alimentarsi. Cito dal blog di Darkmcmahon:

«[...] un cane è legato ad una corda e gli è impedito di alimentarsi. In aggiunta, le mura che circondano l’animale sono ricoperte di scritte create utilizzando croccantini per cani. Inutile dire che il povero animale è deceduto poco tempo dopo l’inizio della mostra… Non riesco a capire come nessuno possa essere intervenuto per impedire questa tortura… Molte fotografie mostrano il pubblico intendo a guardare la mostra, con free drink e stuzzichini fra le mani, fregandosene altamente della vita di questo animale. L’ “artista” si giustifica sottolineando che, siccome il cane è randagio, prima o poi sarebbe morto comunque…»

Adesso questo "signore" sarebbe stato scelto come rappresentante del proprio paese alla rassegna d'arte Biennal Central America Honduras 2008. Non c'è limite all'indifferenza umana, ma noi gridare forte il nostro "NO" e boicottare Vargas, firmando questa petizione.
Vi prego, fatelo. E' importante.

(Le foto del cane, mi perdonerete, ma non riesco a postarle: mi fanno troppo male...)

martedì 3 luglio 2007

Pronto soccorso

Sabato sera, come vi avevo accennato nel post precedente, siamo andati in montagna, a mangiare la polenta con una coppia di amici.
Dopo cena, ci siamo seduti sotto la campata del sagrato della Chiesa Maggiore, a Oropa, e siamo rimasti lì a chiacchierare. Oltre a noi c'era soltanto un'altra coppia di fidanzati, seduta a breve distanza, la notte e il cielo coperto dalle nuvole.
Intorno a mezzanotte sentiamo un forte pigolìo (più simile a uno "squittìo" - o a un grido) e vediamo il ragazzo dell'altra coppia alzarsi e andare verso una piccola sagoma scura, che si dibatteva per terra, aprendo invano le ali.
"Un pipistrello", pensiamo, tanto più che la ragazza si mette a strillare: «Che schifo!».
Restiamo a osservare la scena per un po', da lontano; ma poi i due abbandonano l'animale e - non c'è niente da fare - io devo andare a vedere cos'è successo.
Mi avvicino insieme a *lui* e ai miei amici e scopro che non si tratta di un pipistrello, ma di un rondone.

Nota: il rondone comune adulto a prima vista può sembrare tutto nero. In realtà le penne del suo dorso sono di colore marrone scuro, mentre le parti inferiori sono color ferro, anch'esso molto scuro.
Gli esemplari più giovani si riconoscono abbastanza facilmente: sono interamente di colore grigio scuro e hanno il bordo delle ali contornato da una sottile linea bianca.
Quelle che vediamo sfrecciare nei cieli delle nostre città e che erroneamente chiamiamo "rondini" sono in realtà, nella maggior parte dei casi, rondoni.

La tizia gridava "che schifo" semplicemente perché l'uccello aveva una zecca sul dorso.
Poiché ho una certa esperienza in fatto di pennuti in difficoltà (io e mio padre li soccorriamo quando cadono dai nidi fin dai tempi della mia infanzia) prendo un fazzoletto di carta e ammazzo l'insetto. Il rondone smette di gridare, ma continua a dibattersi.

Nota: se mai doveste imbattervi in un uccello malandato, bisognoso del vostro aiuto, e decidiate di prestargli aiuto, ricordate che potrebbe essere infestato da parassiti di questo genere che, molto probabilmente, si staccheranno e inizieranno a muoversi sulle piume quando lo prenderete in mano. Cercate di liberarlo, perché le zecche possono indebolire parecchio l'animale a cui si attaccano. Io in genere, sfidando il pericolo (!) le tolgo con l'aiuto di un fazzoletto (quando sono distaccate si prendono abbastanza facilmente). Se invece avete un veterinario a disposizione, fatevi dare un antiparassitario per uccelli, che dovrà essere spruzzato avendo cura di evitare la zona del becco e gli occhi.


Immagine tratta da Wikipedia

Lo prendiamo, andiamo sul prato antistante la chiesa e proviamo a farlo volare, dandogli una piccola spinta e tenendolo sul palmo della mano, poiché i rondoni non sono in grado di alzarsi in volo da terra.
Niente da fare. Il piccolo non vuole saperne.
Di lasciarlo lì non se ne parla: è buio e sarebbe facile preda di gatti e rapaci. Senza contare che, dal momento che non riesce a sollevarsi, difficilmente potrà volare il mattino seguente. Temiamo che si sia rotto un'ala: di certo ha sbattuto, forse disorientato a causa dell'oscurità o inseguito da un predatore.
Lo avvolgiamo in un fazzoletto e lo portiamo a casa. Nel tragitto in macchina, il rondone si addormenta nella mia mano - e io gli faccio buona compagnia.
Arrivati a casa, io e *lui* gli prepariamo un piccolo nido, ricavato da una scatola da scarpe: siamo costretti a mettere il coperchio (dopo aver praticato i necessari fori per l'aria) perché il nostro esemplare è sì giovane, ma è già perfettamente in grado di volare (o quasi, verrebbe da dire, visti i risultati!).

Nota:
coi piccoli è sufficiente porre uno straccio sopra la scatola, rivestita di pezze di stoffa morbide e/o scottex (io in genere faccio un doppio strato, lasciando sopra lo scottex: è più facile da pulire). Con gli adulti, ovviamente, no. Non fatevi tentare e non mettete un rondone in gabbia, neppure se ne possedete una inutilizzata: nel tentativo di volare e di sfuggire alla prigionia finirebbe per ferirsi. Piuttosto, se le cose vanno per le lunghe e non volete tenere l'animaletto costretto nello spazio angusto di una scatola (un piccolo sopporta il "nido" più che bene, anche se artificiale; un adulto no), affidatelo alla guardia forestale, alla LIPU o a qualche centro specializzato.

Gli diamo da bere, di mangiare non vuole saperne. Quindi lo lasciamo tranquillo. Dorme tutta la notte, nella nostra stessa stanza. Solo al mattino inizia a muoversi, raspando contro il cartone non appena la luce inizia a filtrare dalle finestre. Sembra stare meglio. Lo prendo e saggio la forza delle sue zampette, dal momento che mi era sembrato fossero il suo punto debole. Mi sbagliavo: si aggrappa con forza alla zanzariera e sembra non resistere alla tentazione di lanciarsi di nuovo nel cielo azzurro.

Nota: i rondoni prendono lo slancio per volare proprio grazie alle loro robuste zampe. Non di rado, infatti, partono proprio da questa posizione:


Immagine © Legambiente

A quel punto, allora, *lui* decide di fare un ennesimo tentativo (io sono stata costretta a restare a casa, a studiare per un esame!) e, in un prato tranquillo, nei pressi dell'ospedale, prova a liberare il nostro rondone. Il piccolo spicca immediatamente il volo, gira tre volte sopra la sua testa e poi si allontana.
Stordito (e forse indolenzito) dalla botta contro il colonnato della chiesa e dall'oscurità, il rondone sarebbe senz'altro morto, ucciso da qualche altro animale, se non lo avessimo soccorso. Per fortuna non aveva nulla di rotto e gli è bastata una buona dormita e aver ingerito un po' d'acqua, per rimettersi completamente.

Purtroppo, non sempre le cose sono così facili. Allevare o soccorrere uccellini è quanto mai difficile: sono animali molto, molto delicati.
Ricordatevene sempre, quando li maneggiate.
Inoltre, parlate loro sovente, con dolcezza, grattate con un dito la loro minuscola gola: vi meraviglierete della facilità con cui comprenderanno che non volete fargli alcun male e che si possono fidare di voi...

Prossimamente, magari, qualche indicazione sull'allevamento dei piccoli.