sabato 20 novembre 2010

Del fuoco che segue i miei passi

Sono sempre stata molto sensibile alle affinità fra gli individui e i loro elementi d'elezione. O meglio, più che di affinità dovrei parlare di modalità d'interazione...
Io, ad esempio, ho un rapporto molto conflittuale col "mio" elemento (l'aggettivo possessivo DEVE essere virgolettato!), il fuoco, poiché lo temo, lo fuggo e lo inseguo al tempo stesso.
Anzi, potrei davvero dire che tutta la mia vita si è svolta e si svolge tuttora tra le frequenti fughe dal "fuoco" (la parte più infera e difficile da gestire di me stessa) e i conseguenti ritorni all'elemento originale.
Penso che poche donne abbiano desiderato più di me essere avvolgenti, liquide e "acquatiche" e abbiano con altrettanta tenacia lottato contro la contraria forza dirompente e mascolina del fuoco.
Passo giornate, settimane, mesi a "limarmi", a smussare i lati più irascibili e antipatici del mio carattere; ingoio amari bocconi convinta che, se saprò reprimere la furia, poi mi sentirò più a mio agio con me stessa e potrò finalmente godere di un po' di pace...
A volte è così. A volte l'incanto dura per un'intera stagione.
Ma alla fine il fuoco ha SEMPRE il sopravvento e spesso mi sorprendo a scoprirlo liberatorio...
Se riuscissi a veicolarlo nella giusta direzione, forse troverei pace.
Forse, mi viene da pensare, addirittura è per questo che detesto così tanto la Stagione Oscura: il mio fuoco potrebbe e saprebbe scaldarla; ma si raffredda per periodi troppo lunghi, dentro di me, e ogni anno il Generale Inverno mi coglie impreparata e tremante...


L'indimenticato fuoco dell'Eclisse.

martedì 7 settembre 2010

Dell'acqua in Provenza

In Provenza ho incontrato i quattro elementi: la terra nelle rassicuranti, fertili colline del Luberon e nelle suggestive rosse terre di Roussillon; l'aria con il mistral, che ha iniziato a soffiare impetuoso a due giorni dal nostro arrivo (i miei cupi pensieri, guarda caso, hanno iniziato a disperdersi proprio all'arrivo del vento...); il "fuoco" nel rosso della già menzionata ocra di Roussillon; e infine l'acqua: nel mare della costa, certo, ma soprattutto nella sorgente di Fontaine-de-Vaucluse.

Le "chiare, fresce e dolci acque" di Fontaine-de-Vaucluse (sulla cui riva Francesco Petrarca aveva una bella casetta, completa di giardino) sgorgano da sotto terra e hanno origini antichissime: pare che risalgano addirittura al Cretaceo, alla fine dell'era secondaria.
Poiché il sottosuolo della Vaucluse è particolarmente ramificato, le acque infiltratesi attraversano gli strati calcarei e raggiungono una voragine fatta a forma di scafo di nave. Man mano che il livello cresce, le acque escono in superficie seguendo l'unico sbocco esistente: la falla (profondissima) di Fontaine-de-Vaucluse.


Il placido scorrere delle acque di Fontaine-de-Vaucluse.

Questa la "storia": nel piccolo, delizioso paese che circonda la "fontana" ho comperato un libretto che racconta tutte le tappe delle ricerche speleologiche.
Ma, al di là di questi particolari (pure interessantissimi, per i quali vi rimando al sito dell'Ufficio del Turismo di Fontaine), ciò che mi preme descrivere è la fortissima energhéia di questo luogo.
Molti artisti l'hanno percepita nel corso dei secoli. Parlo di Petrarca, naturalmente; ma anche di René Char, Chateaubriand...
L'energia dell'elemento acqua è femminile e purificatrice nella sua pericolosità.
Non mi sono mai sentita particolarmente a mio agio nelle strette vicinanze del mare o di un corso d'acqua: segno tangibile della mia scarsa dimestichezza con questo elemento. Tuttavia ne avverto la forza e, come dicevo, la purezza.
A Fontaine-de-Vaucluse, il rumore che provocano le piccole cascate della sorgente è catartico.
L'acqua è limpida e, sotto la sua superficie, le piante e le alghe, di un bel verde brillante, ondeggiano come capelli di donna.
Potrebbe uscirne una divinità femminile, pronta a ghermire e a trascinare. La seduzione di morte è fortissima: queste scintillanti profondità reclamano un tributo. Mentre sono seduta sulle loro rive, al sole, col mio quadernetto nero aperto sulle ginocchia, penso che la morte per affogamento sia una specie di regressione, un ritorno destinato a ri-solvere, sciogliere, liberare. Un percorso compiuto camminando all'indietro, con un dito sulle labbra.
Vedere un volto sparire nelle profondità della sorgente...

Già le popolazioni antiche si erano accorti del potenziale energetico, sacro, di questo luogo: i Galli e poi i Romani eressero numerosi templi e altari, per venerare la magnificenza (è il caso di dirlo!) di queste acque: nelle profondità della sorgente sono state ritrovate molte monete antiche (offerte alle divinità acquatiche) e, significativamente, nel 442 un decreto del Concilio di Arles precisa che «un vescovo non deve permettere che nella sua diocesi gli infedeli accendano torce o che adorino alberi, sorgenti o rocce»: segno che gli antichi culti erano ben lungi dall'essere stati abbandonati.
Nel 1974 fu scoperto in paese un piccolo altare votivo d'origine gallo-romana, rappresentante una divinità maschile guaritrice. Il dio ha grandi orecchie in cui sono stati prodotti dei fori, affinché sentisse meglio le suppliche dei suoi fedeli: la piccola sorgente del vallone pare che portasse guarigione agli occhi malati. E su questa proprietà dell'acqua di restituire la "vista" (con tutte le valenze semantiche che questo termine può avere) ci sarebbe da discutere parecchio...
Eros e thanatos si legano indissolubilmente in prossimità di questa sorgente: pulsione di vita (rigeneratrice) e, come ho già scritto, seduzione di morte (purificatrice): la morte quale via - unica e potentissima - di rigenerazione...


Il dio risanatore di Fontaine-de-Vaucluse.

S'egli è pur mio destino,
e 'l cielo in ciò s'adopra,

ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino

corpo fra voi ricopra,

e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda

se questa spene porto

a quel dubbioso passo:

ché lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto

né in più tranquilla fossa

fuggir la carne travagliata et l'ossa.


(F. Petrarca, Chiare, fresche et dolci acque)

lunedì 6 settembre 2010

Delle parole, del silenzio

Avevo promesso che sarei tornata per parlare della Provenza - e già mi contraddico, perché questo post verterà piuttosto sull'importanza del SILENZIO.

Lo spunto mi è venuto da un bell'articolo di Nyctea, sebbene su questi argomenti sia solita arrovellarmi almeno una volta al giorno. ("Qualcuno" dice che io penso troppo: sappiate che sono illazioni!...)

Nel quotidiano noi tutti siamo subissati da suoni, imput, chiacchiere e distrazioni di ogni genere. Suggestioni forse affascinanti, ma tanto rapide ed effimere da non lasciare traccia alcuna nel nostro animo.
Viviamo in una società abituata a berciare, piuttosto che a parlare.



Il verbo parlare deriva dal latino parabola, che in origine aveva il significato di "insegnamento", "narrazione allegorica": la "parola", dunque, ab initio come trasmissione di sapere, piuttosto che quale vana e sciocca chiacchiera.

Oggi, per contro, pare che si debba parlare per forza: interpretiamo il silenzio protratto di un amico o di una persona amata come un atto di imperdonabile indifferenza e al tempo stesso godiamo di chiacchiere senza senso: pettegolezzi, banalità, battutine al vetriolo...
Non dico che ogni volta che si apre bocca si debba per forza produrre pillole di saggezza (lungi da me l'intellettualismo!), ma la vanità dei nostri tempi e il clamore che ci confonde, impedendoci di seguire il nostro sentiero e di distinguere il Vero dal Falso, il Bene dal Male, sono innegabili.

Per questo sarebbe utile (indispensabile!) rivalutare la Parola nel suo senso più prezioso: la trasmissione nei tempi corretti di un concetto utile.
Ho evidenziato "nei tempi corretti" proprio perché, al pari della parola, anche il SILENZIO è necessario.
Esistono rapporti umani (io stessa ne ho fatto e ne faccio tutt'ora esperienza) che procedono per anni - ed è logico pensare che si estenderanno per l'intera durata dell'esistenza terrena - proprio perché sanno rispettare i giusti tempi di connessione: lunghi silenzi, forse, che si aprono simultaneamente (dall'uno e dall'altro lato: è questa l'armonia!) in dialoghi fitti, soddisfacenti, carichi di spunti, informazioni - autentiche occasioni di crescita interiore... Ecco, in questi rapporti si riconosce la bellezza del Cosmo, la sua armonia superiore si riflette nelle piccole cose concrete, lasciandoci stupefatti e affascinati.
Non serve "esperienza" per stringere rapporti di questo tipo; forse una certa dose di fortuna nell'incontrare le persone giuste... ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.
Occorre piuttosto pazienza e... un buon orecchio musicale. Dico "musicale" perché in questo caso come in musica e in poesia (poiesi!) è imperativo saper rispettare i tempi: i propri e quelli altrui. E, anziché cercare di costringere noi stessi e chi ci sta accanto in rapporti precostituiti, castranti (simili a tante piccole scatoline in cui dobbiamo per forza far entrare il nostro io e quello altrui), tentare di scorgere il sensum superiore che ci regola, mettendoci alla prova costantemente, e che di certo non obbedisce alle sciocche regole di questo mondo.

Parlo, sì, del "senso superiore delle cose", dell'ombra sfolgorante che sta dietro agli accadimenti di ogni giorni: nulla succede per caso. Dobbiamo sforzarci di com-prendere il symbolum e di non perdere la rotta che per noi è stata tracciata. Non parlo di destino - o di provvidenza: sono concetti che non mi appartengono. Parlo di connessioni, di liens, di compenetrazioni...
Parlo del velo che si solleva, lasciandoci abbagliati e folgorati.
Parlo del velo che si solleva - appunto - attraverso le giuste parole e i silenzi lasciati intatti...

Non so quanto ci sia di logico o di comprensibile in ciò che ho scritto.
Di certo, in questo momento, io ho ben chiara quale sia la direzione da seguire...

domenica 5 settembre 2010

Di quanto sia bello tornare - a patto di poter poi ripartire...

E anche questa volta sono tornata.
Carica di nuova potente Energhéia e di progetti che si affollano nella mente.
In Provenza ho sperimentato l'Acqua, l'Aria, la Terra e il Fuoco in una sinergia appassionante. Ora sento di essere più forte e determinata, meno ansiosa riguardo a ciò che dovrà accadere nel prossimo futuro (l'arrivo della Stagione Oscura, coincidente con la fine del mio contratto di lavoro ecc.).
Parlerò presto delle riflessioni che ho "prodotto" in viaggio e spero di riuscire a postare in tempi relativamente brevi (sono sempre così... "tartaruga" in queste cose!) anche qualche foto.
Per ora voglio solo scrivere di quanto sia meraviglioso riscoprirsi Vivi dopo un periodo di Sonno - e quanto sia perfetto (non riesco a trovare altri aggettivi) riflettere a un livello superiore sui fatti che ci accadono. Tutto è collegato. La rete, l'intreccio... non possono sbagliare. Il nostro cammino ci fornisce costantemente segnali, symbola... tutto sta a saperli interpretare!
Ho delirato? Forse sì!
In ogni caso... a presto...

Lo splendido "labirtinto" di © Jacek Yerka.

martedì 24 agosto 2010

Della partenza e dei cavalli balzani

Non ve lo nascondo, mi sono smarrita.
Smarrita come non credevo fosse più possibile - per me.
Sono tornati il buio, la confusione, la paura.
Un'estate "meridiana" più che mai, la mia, carica di tensione.
A questo punto, spero che la Stagione Oscura sia più positiva di quanto non lo sia mai stata in passato. Necessito di silenzio e di calma. Di ri-trovarmi. E qui, ora, c'è troppo clamore.


Nel Bosco, lo scorso Calendimaggio...

Per il momento parto. Vado in Provenza per qualche giorno.
Mi hanno detto che è una terra con buone energie. (Sto meditando di tornare in analisi e, mentre aspetto, approfondisco con tenacia il discorso sull'energhéia: dopo alcune letture e discussioni, ho finalmente trovato il bandolo della matassa del mio rapporto con M. Condividiamo la stessa energhéia, non poteva essere altrimenti...)

Vorrei avere tempo per spiegare, tempo per scrivere... ma non ne ho.
Sono sempre così discordante, nel seguire il mio Sentiero!
Balzana. Così mi diceva mia madre: «Sei balzana».

L'etimologia di questo aggettivo deriva dal latino baucennus, termine che indicava i cavalli dal manto pezzato bianco e nero, comunemente ritenuti di indole poco mansueta.
E io sono decisamente poco mansueta - soprattutto con me stessa. Mi provoco ferite profonde, a causa delle quali fatico a ritornare sulla mia strada: sono troppo debole - mi dico - ho perso troppo "sangue".

Ma ora basta, con le divagazioni.
Parto domani e tornerò il 3 di settembre.
Fino ad allora, buona Fine Estate a tutti: modererò i vostri commenti al mio ritorno...

La mia casa è piena di ospiti, ma chi sono veramente costoro?

domenica 27 giugno 2010

Riflessioni post-solstiziali


La luna della "Notte di San Giovanni"

«Brucia fiori di digitale raccolti con la Luna Nera e poi seppelliscine le ceneri nella terra fredda. Non dimenticare di "legare" con nodi stretti, affinché non possano sfuggire... Ah, e non toccare i gatti, sono solo superstizioni. I gatti sono il veicolo, non l'oggetto "simpatico".»
(Vecchi ricordi...)

Può essere la notte della furia (quella del "canto del capro", per intenderci), la notte dei "morti che recano messaggi" - e infine delle erbe raccolte e lasciate a essicare, senza fretta.

Durante i giorni solstiziali ho riflettuto sulla necessità del Male (inteso come Cessazione, Contrappasso), sulla bellezza della Ruota che gira senza potersi arrestare, sulla nostra volontà di seguirla - nonostante tutto. Su quanto forti siano i simboli racchiusi in determinati luoghi.

(Non mi riferisco solo al Bosco della Partecipanza, di cui tornerò a scrivere presto. Parlo anche della Saletta, dove mi sono recata qualche giorno fa.
I. ha detto di averci trovato ramoscelli bruciati e cerchi di pietre. La gente del posto parla del demonio - c'era da aspettarselo. Le energie, lì, sono forti, ma non negative. E' il Trapasso? C'è un piccolo cimitero... I morti, che parlano? E nessuno riesce a comprenderli...)

Ciò che mi spaventa è la capacità orribile dell'uomo di distruggere e dimenticare.
Anche su questo ho riflettuto parecchio: e ieri, mentre riportavo su FB la notizia delle due orse affogate in una cisterna per la raccolta dell'acqua lasciata incustodita (la madre che cercava disperata di salvare la figlia), l'ho sentita con forza, la sensazione di perdita, di rammarico...
Non voglio perdere i "MIEI" luoghi, la bellezza del rapporto insostituibile con i "MIEI" animali...
Non voglio che il mondo (quello che appartiene alla maggioranza degli esseri umani - non certo a me!) entri nel mio hortus conclusus e prenda il sopravvento, spezzando il Patto, l'Equilibrio.
Ecco, la necessità della Difesa, della Cessazione, del Trapasso.
La "neretudine" non mi spaventa, la considero un passaggio obbligato. O "giustizia distributiva", chiamatela come volete.

«"Hai vinto: cedo ai tuoi poteri magici. Per l'infernale regno di Proserpina, per Diana, invitta dea, per quegli oracoli, per quei trattati di magia, che possono strappare al cielo il firmamento, ascoltami, Canidia, lascia le segrete formule, rimanda indietro, svolgi la tua trottola! [...]" "A chiusi orecchi bussa la tua supplica: non son più sordi i sassi che nel rigido inverno il mare batte ai nudi naufraghi. [...]"»

(Orazio, Epodi, "Palinodia", XVII)


Canidia nel suo "hortus conclusus", in una delle notti solstiziali.

domenica 20 giugno 2010

Del Solstizio e della danza di Iside

Non avrei potuto immaginare un Solstizio più GRANDIOSO: questa sera, infatti, danzeremo per Iside. E il mio gruppo rappresenterà proprio la capacità generatrice (apportatrice di pace e amore) della Grande Dea.

FELICE SOLSTIZIO A TUTTE/I!!!



«Vengo a te perché ho avuto compassione delle tue sventure, vengo a te benevola e propizia. Cessa ormai questo pianto e poni fine ai tuoi lamenti, scaccia l'angoscia: ecco, grazie al mio favore, per te sorge ormai il giorno della salvezza.»

(Apuleio, Le metamorfosi, libro XI)


lunedì 14 giugno 2010

La Papessa

«La donna impari il silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, nè di dettar legge all’uomo, piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo…essa potrà vivere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità nella santificazione, con modestia.»

(Lettera di San Paolo a Tito, 2,5)

Ne avevo già parlato tempo fa e sabato sera finalmente sono riuscita a vedere La papessa, il film di Sonke Wortmann ispirato alla vicenda della papessa Giovanna.
A prescindere dal fatto che la figura di Giovanna appartenga alla leggenda piuttosto che alla storia, la sua vicenda - raccontata prima dal romanzo di Donna Woolfolk Cross e poi dalla pellicola di Wortmann - resta tuttavia un bellissimo esempio della propaganda misogina portata avanti per secoli dalla Chiesa, sino ai giorni nostri.


La papessa nei tarocchi. Immagine tratta dall'interessante sito Visionaire.org.
La papessa incarna proprio il sacerdotale femminile, la conservazione dell'energia po(i)etica, creatrice...

Il film, devo ammetterlo, mi è piaciuto. Non certo perfetto (Goodman, ad esempio, è simpatico, ma troppo yenkee), è tuttavia curatissimo nella ricostruzione storica e nella caratterizzazione dei personaggi (perfino dei più spiacevoli, come il padre di Giovanna). Il Medioevo, una volta tanto, ci viene presentato in tutto il suo "bruegeliano" splendore: monasteri conservatori di cultura, battaglie sanguinose, furti e assassinii, baracche fatiscenti in cui viveva la popolazione, infestate da topi e pulci...
Senza contare, poi, che la figura di Giovanna viene tratteggiata (e resa in maniera molto convincente dalla protagonista, Johanna Wokalek) con grande umanità: sarebbe stato facile farne una "virago" inflessibile e indomabile; invece, Giovanna è una donna dolcissima, che vive la sua intelligenza formidabile e il proprio destino con forza, sì, ma anche fra mille umani cedimenti. Esperta nel riconoscere e utilizzare le erbe (è davvero un po' strega, come lo sono state tutte le donne condannate dalla Chiesa e dall'universo maschile!), si prodiga per il bene utilizzando la propria vasta cultura come mezzo, anziché considerarla la meta ultima del cammino spirituale intrapreso.
Giovanna, insomma, vista non solo quale fulgida eccezione, ma come dispensatrice di vita nel senso più elevato del termine.
Forse molte femministe agguerrite non avranno apprezzato che lei abbia scelto di tenere accanto a sé l'uomo che amava (che, nella storia tramandataci, viene svilito al rango di amante, semplice mezzo per soddisfare la lussuria femminile) e che sia morta in seguito a un aborto (qui, invece, Wortmann si è mantenuto fedele alla versione ufficiale): per me, invece, entrambi i particolari arricchiscono la figura di Giovanna. Da sempre, infatti, ritengo che sviluppare e capire appieno la nostra natura femminile non significhi combattere e opporsi al principio maschile; bensì accoglierlo e com-prenderlo profondamente, rivalutandone le caratteristiche positive.
Del resto, la stessa Giovanna si fingerà uomo per anni, proponendo dell'uomo una visione alternativa, incarnata poi anche da Gerold.
Dal punto di vista sia drammatico sia visivo, di grande impatto anche il finale... che ovviamente qui non racconterò!



Clips tratte da La papessa: 1 e 2.

martedì 8 giugno 2010

Empatheia

«La capacità di pensiero è attiva se è unita all'oggetto; il pensiero non si separa mai dall'oggetto.» (Goethe)

Nel posto dove lavoro adesso, sono a stretto contatto con persone che dicono di studiare (o aver studiato) la natura; e che puntualmente, con ogni gesto e parola, quotidianamente dimostrano di non voler avere proprio niente a che fare, con la natura in questione.
Basti pensare al mio vicino di scrivania (laureato in biologia) che afferma, con una sfumatura di compiacimento: «Io detesto le piante» o a tutti i miei colleghi che, dopo ore trascorse in laboratorio (un seminterrato tutt'altro che accogliente) e pur avendo a disposizione - appena fuori dalla porta antincendio - uno splendido e grande prato verde, preferiscono consumare il loro pranzo al chiuso, seduti al tavolone centrale dell'ufficio.
Io, laureata in lettere e quindi autentico pesce fuor d'acqua in questo ambiente, sono perfettamente consapevole di non possedere le nozioni degli altri "tecnici" su insetti e cicli larvali e tuttavia credo di avere con la natura (in ogni sua forma e accezione) un rapporto molto più partecipe e sentito.
Del resto la "Natura" non è una macchina né un software sofisticato: è qualcosa di vivente e di pulsante. A che scopo conoscerla, se poi non le si dedica tempo? Se non si vive IN lei e PER lei? Che senso ha?
Sarebbe come se io dicessi di studiare appassionatamente la poesia - e poi mi rifiutassi di leggere qualsiasi tipo di componimento poetico!

Empatheia. Valsesia, 6 giugno 2010.

Ci riflettevo domenica scorsa, mentre percorrevo un meraviglioso sentiero di montagna. Come accade per ogni tipo di relazione con altri esseri viventi (siano essi esseri umani o animali), anche nel nostro rapporto con la Natura (se desideriamo che sia vitale, produttivo e po(i)etico) l'empatia è un requisito fondamentale.
Non si può "studiare la Natura" (per usare l'espressione tanto amata dai miei colleghi) e poi esimersi dall'essere empatici nei suoi confronti.

Non è, questa, una delle mie solite farneticazioni. C'è chi ci ha già pensato, prima e meglio di me. C'è chi, addirittura, ha individuato nell'empatheia l'unica soluzione possibile per salvare il nostro grande mondo malato.

«La vecchia scienza considera la natura come oggetto; la nuova come RELAZIONE. La vecchia scienza è caratterizzata da distacco, espropriazione, dissezione e riduzione; la nuova da impegno, condivisione, integrazione e olismo. [...] La vecchia scienza premia l'autonomia dalla natura; la nuova la partecipazione alla natura. [...] Solo un'azione concertata che stabilisca un senso collettivo di affiliazione con l'intera biosfera potrà assicurarci un futuro. [...] La civiltà dell'empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all'intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un'empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario?»

(J. Rifkin, La civiltà dell'empatia)

Dal microcosmo al macrocosmo: ecco come un piccolo laboratorio di analisi del nord Italia può fungere da cartina tornasole per verificare quanto l'empatia sia poco diffusa e quanti danni possa procurare, nella società attuale, l'atteggiamento che Rifkin definisce tipico della "vecchia scienza".
Tuttavia, da un esempio negativo si può sempre trarre utili lezioni. Senza contare che esistono anche realtà migliori. Come racconta Rifkin, nel suo saggio edito (ahinoi!) da Mondadori, in Canada si sta sperimentando un programma (nato dagli studi dell'insegnante Mary Gordon) che mira a "educare all'empatia" i bambini e gli adolescenti e che si appresta a essere messo in pratica in tutti gli ordini di scuole.
Sarà questa nuova sensibilità, la "poesia" che salverà il mondo?

domenica 6 giugno 2010

Montagne...

Domani torno in montagna. Non proprio alle "mie" montagne (per quelle ci vorrà ancora un po' di tempo), ma comunque fra prati, fiori e piante vibranti di Vita, acqua limpida, cielo terso...
Ne ho bisogno come non mai, per "lavarmi" di dosso tutta l'energia negativa che respiro quotidianamente - mio malgrado.
E con questo felice pensiero vado a letto, pensando alle Stelle.

venerdì 4 giugno 2010

Digitalis Purpurea L.

La fioritura della digitale purpurea racchiude un fascino potente. Amore e morte. Non sorprende che, come racconta Maria Pascoli, sorella del più celebre Giovanni, le suore del convento di Sogliano esortassero le loro allieve a starne ben lontane.

«Un giorno, dopo la merenda e la ricreazione fatte all’aperto, noi educande con la nostra Madre Maestra c’incamminammo per un sentiero che aveva ai lati due giardini, uno cinto dal bussolo e l’altro senza veruna siepe. In questo scorgemmo una pianta nuova che non avevamo mai veduta, non essendo mai solite passare da quel luogo. Era una pianta dal lungo stelo rivestito di foglie, con in cima una bella spiga di fiori rosei a campanule, punteggiati di macchioline color rosso cupo: la digitale purpurea. La curiosità di poterla guardare bene da vicino e di sentire che odorava ci spinse a entrare nel giardino; ma appena ci fummo fermate presso la pianta, la Madre Maestra ci intimò di allontanarci subito di lì, di non appressarci a quel fiore che emanava un profumo venefico e così penetrante che faceva morire. Indietreggiammo impaurite e ci riportammo leste leste sul nostro cammino. Io rimasi per un pezzo con la paura di quel fiore velenoso, e quando si doveva passare nelle vicinanze me ne stavo più lontana che fosse possibile senza nemmeno guardarlo.»

(da Lungo la vita di Giovanni Pascoli)

Né che Pascoli stesso ne abbia fatto l'oggetto di una delle sue più celebri poesie, incentrata proprio sul tema dell'opposizione eros e thanatos.

«Io,»

mormora, «sì: sentii quel fiore. Sola
ero con le cetonie verdi. Il vento
portava odor di rose e di viole a

ciocche. Nel cuore, il languido fermento
d'un sogno che notturno arse e che s'era
all'alba, nell'ignara anima, spento.

Maria, ricordo quella grave sera.
L'aria soffiava luce di baleni
silenzïosi. M'inoltrai leggiera,

cauta, su per i molli terrapieni
erbosi. I piedi mi tenea la folta
erba. Sorridi? E dirmi sentia: Vieni!

Vieni! E fu molta la dolcezza! molta!
tanta, che, vedi... (l'altra lo stupore
alza degli occhi, e vede ora, ed ascolta

con un suo lungo brivido...) si muore!»

Intelligenza femminile, con la sua fioritura mi ha dato energhéia dopo un periodo di forte crisi. E' come se mi avesse richiamata, con vigore.
Morire per risorgere, per tornare a essere dopo la riduzione in milioni di frammenti. Il caos necessario alla generazione della vita, nella mia mente, nel mio corpo, nella Natura tutta...
Il caos che è conoscenza e visione:

«Vedono. Sorge nell'azzurro intenso
del ciel di maggio il loro monastero,
pieno di litanie, pieno d'incenso.

Vedono; e si profuma il lor pensiero
d'odor di rose e di viole a ciocche,
di sentor d'innocenza e di mistero.»

Il "vedere" conduce alla realtà "altra" (inacessibile ai comuni esseri umani, raggiungibile per mezzo dell'occhio poetico - o di intelligenze superiori), alla vita oltre la morte.

«Piangono, un poco, nel tramonto d'oro,
senza perché. [...]
In disparte da loro agili e sane,
una spiga di fiori, anzi di dita
spruzzolate di sangue, dita umane,

l'alito ignoto spande di sua vita.»


La mia digitale. Maggio 2010.

Nome:
Digitalis Purpurea L.
Famiglia: Scrophulariaceae
Diffusione: Europa centro-meridionale. Viene coltivata nei giardini (è una pianta tipica dei cottage garden) ed è altresì presente in natura allo stato selvatico. Cresce nei boschi e nei prati.
Descrizione: pianta erbacea biennale. Durante il primo anno di vita produce una "rosa" di grandi foglie color verde scuro con margine dentellato. Da queste, nel secondo anno, parte un alto fusto, che produrrà una ricca serie di campanule rosa-fuxia.

lunedì 31 maggio 2010

Delle porte che si riaprono

Il blog torna ad essere "aperto al pubblico" e visibile a tutti (con l'unica restrizione della moderazione dei commenti). Il che significa che forse, dopo la "crisi" che ha seguito l'inizio del mio nuovo lavoro, tornerò ad avere qualcosa da dire. Che poi valga la pena di leggerlo... questa è un'altra faccenda.


The open door

lunedì 3 maggio 2010

Calendimaggio

Il tempo non è molto clemente, in queste settimane. Nella mia zona, poi, è addirittura beffardo: fa bello durante settimana e poi, nel weekend, si gira in pioggia.
Un vero peccato: avevo progettato escursioni e pomeriggi all'aria aperta - e finora ho realizzato ben poco. Ho atteso per giorni e giorni - poi, da sabato, mi sono "svegliata".
Nonostante le nubi e il bucato ritirato in fretta, nel pomeriggio *C.* e io ci siamo armati di scarponi, cappellacci e zappetta e siamo tornati nel Bosco.
C'erano perfino troppa gente, per i nostri gusti: gruppetti di persone rumorose e volgari che, con le loro grida, rovinavano la pace e la bellezza quasi sacrale del posto; cani lasciati liberi di disturbare la fauna protetta; odiosi bambini piagnucolosi e viziati.
Per fortuna, abbiamo incontrato lungo i sentieri anche escursionisti amabili e consapevoli: un uomo col suo cane, entrambi silenziosi e rispettosi; un gruppo di vecchine che raccoglievano fiori; marito e moglie che si sono fermati a fare una carezza a Mickey.


L'Uomo Selvatico e il Nuovo Inizio...

Non c'era molta luce: la giornata non era delle migliori e gli alberi non permettevano ai deboli raggi solari di penetrare. E' stato un Calendimaggio "lunare" - consentitemi l'espressione azzardata.
Il sottobosco odorava prepotentemente di mughetto: i primi fiori già occhieggiavano nel verde, ai piedi degli alti fusti.
Da ogni parte volgessi lo sguardo, vi erano segni di ri-generazione: magnifica, opulenta. I ragni che correvano numerosi (appena schiusi?) sul sostrato di foglie secche, gli uccelli che cantavano, le piccole querce che spuntavano dalle ghiande rimaste a dormire in terra durante tutto l'inverno.

(Anche noi, a casa, abbiamo una piccola quercia: la stiamo coltivando nell'aiuola, in attesa di poterla piantare da qualche parte: non a caso ho riletto di recente L'uomo che piantava gli alberi di Giono - non a caso sto lavorando al "Progetto E.N.T."...)

Risorgere, risvegliarsi, è necessario.
Sono rincasata carica di buoni propositi, di entusiasmo, di voglia di CREARE.
A dispetto del maltempo, degli impegni di lavoro, della mia stanchezza mentale.

Domenica sera, poi, la trasmissione di Giancarlo Nostrini La sacca del diavolo mi ha fornito nuovi spunti, nuovo "carburante": si è parlato del calendario ciclico, del nuovo inizio, del Green Man... Interessantissimo - luminoso!
E così domenica mi sono trovata a fare dolci, a svasare e a distribuire piantine per tutti: per papà, per l'amico Gigi, per nonna Teresa, per mamma Anna... Donare una pianta cresciuta dal seme è meraviglioso: un dono di Vita molto forte.

E la meraviglia di perdersi (ogni volta, come mi accade da anni) consiste nel ritrovarmi e nel ritrovare...

martedì 30 marzo 2010

Della magia antica - Parte I

Come sempre, sembro scomparsa ma non lo sono!
Il nuovo lavoro ha interrotto un po' i miei ritmi di studio e scrittura; tuttavia non mi sono persa d'animo e continuo a leggere, confrontare, esaminare... per quanto i nuovi impegni me lo consentano!
L'ultima "scoperta" è stata l'interessantissimo saggio di Fritz Graf La magia del mondo antico, edito da Laterza. Un vero e proprio "gioiello", che mi ha chiarito molti dubbi sulla peculiarità della magia greco-romana.
E proprio perché sono rimasta colpita dall'intelligenza e completezza di questo testo, voglio condividere gli appunti presi durante la lettura dei diversi capitoli...



La terminologia greca


Per fare chiarezza all'interno del panorama variegato della magia antica (egiziana, greca e romana), sarà utile illustrare le diverse "famiglie" di termini utilizzati per specificare attività e peculiarità di chi praticava riti magici.
Gòes (da cui goetéia, "stregoneria") non compare prima dell'età classica, ma si suppone che abbia un'origine ben più antica, collegata al gòos, il pianto rituale: il gòes è colui che, rovesciando l'esatto significato di gòos, "fa uscire i morti dalle tombe" (cfr. Eschilo);
• parimenti antica è la parola phàrmakon, che indica sia la medicina risanatrice sia il veleno (filtro magico) letale;
• simile al phàrmacon è l'epoidé, il rimedio magico;
• il più conosciuto (oggi) termine màgos (con tutti i suoi derivati: maghéia, maghéuein...) è di origine persiana e, nell'ambito della magia antica, è una parola piuttosto recente. Presso i Persiani, il màgos era l'esperto di religione e di riti religiosi; in Grecia viene a indicare colui che pratica la maghéia, la quale a sua volta comprendeva:

- la divinazione
- i culti misterici privati
- la magia nociva o magia nera.

E' probabile che, in Grecia, la figura del màgos si confondesse con quella dell'agyrtes, indovino itinerante (spesso disprezzato dalla società e tuttavia temuto, proprio in virtù delle sue potenzialità magiche) che si occupava altresì di culti privati e di pratiche magico-religiose.

Il primo a combinare i termini goetéia e maghéia è Gorgia, nell'Elogio di Elena:

«Di fascinazione e magia si sono create due arti, consistenti in errori dell'animo e in inganni della mente».

In generale possiamo dire che la magia inizia a configurarsi come un ambito d'azione ben preciso, distinto dalla religione (sebbene non a esso opposto, come si vedrà più avanti) nel momento in cui viene a formarsi una teologia precisa e si attestano le scienze naturali: in questa prospettiva, filosofi e scienziati diverranno - almeno apparentemente - nemici agguerriti dei maghi, considerati ciarlatani e impostori. In realtà, come si avrà modo di apprendere, magia e religione (soprattutto magia e religioni misteriche) si confonderanno spesso e volentieri, creando un affresco dai contorni e dalle tinte a prima vista confusi.

La terminologia romana

A Roma, i termini magus e magia vengono mutuati ovviamente dal greco; ma ciò avviene solo molto tardi, intorno al I secolo a.C. (cfr. Catullo e Cicerone, De divinatione e De legibus).
Se vogliamo rintracciare le parole esatte utilizzate per indicare l'attività di incanto e fascinazione (più o meno nociva), dobbiamo risalire alle Dodici Tavole, la cui terminologia si tramandò senza dubbio alcuno anche in età repubblicana. Infatti, se magus e magia divennero celebri nella prosa di Cicerone e nella poesia di Virgilio, in età augustea (riprendendo in questo senso il gusto poetico alessandrino), nel corpus legislativo delle Dodici Tavole si legge:

«Ne quis alienos fructus excantassit» ("Affinché nessuno faccia scomparire con incantesimi il raccolto di un altro", tramandatoci da Seneca).

Cita altresì Plinio il Vecchio:

«Qui fruges excantassit et alibi qui malum carmen incantassit».

Da notare che si tratta in entrambi i casi di magie relative alla sottrazione dei frutti del lavoro agricolo altrui: di un vicino, di un conoscente... La legge non punisce la magia, ma il furto attuato per suo tramite. Lo stesso accadeva ad Atene, dove non esistevano leggi specifiche contro le maledizioni magiche: per questo ce ne sono pervenute in gran numero proprio dall'Attica.

Particolare importanza aveva inoltre a Roma il veneficium, unica spiegazione plausibile nei casi di mors improvisa, per utilizzare la definizione di Ariès. Ce ne parla Tito Livio (VIII, 18), raccontando della morte misteriosa e repentina di alcuni primores civitatis (uomini pubblici di spicco), avvenuta nel 331 a.C., della quale furono accusate alcune nobili matrone: costrette a bere in tribunale i veleni che presumibilmente avevano preparato e somministrato agli uomini, morirono tutte all'istante.

Al di là della terminologia usata (carmen, mala carmina, magia...), va rilevato che la magia, nella Roma antica, passò attraverso due fasi distinte:

1) in età repubblicana si distingueva fra pratiche che nuocevano alla proprietà privata o alla salute delle persone (veneficium) e l'insieme di tutti gli altri rituali magici, privi di intenzioni malefiche: fra magia negativa e magia innocua, dunque;

2) in età giulio-claudia, il delitto di veneficium (avvelenamento) viene distinto dalla magia vera e propria e condannato come crimine puro e semplice.

[Continua.]

lunedì 1 marzo 2010

Del vento

Ho sempre amato molto il vento. Mi piace la sua forza, il suo fragore silenzioso - solo a tratti sussurrante.
E venerdì scorso, qui, si è alzato un vento fortissimo.


Immagine da Google.

Non appena me ne sono accorta, sono uscita, insieme ai gatti e al cane.
Le raffiche erano impetuose e formavano nel cortile mulinelli di foglie e rametti. La chioma del grande alloro ha cominciato a dimenarsi con grande strepito dei passeri, le nuvole correvano veloci, finché non sono scomparse del tutto, lasciando il cielo terso e luminoso.
Mi sono seduta sul gradino d'ingresso (la mia panchetta verde è ancora riparata nello sgabuzzino), ho abbracciato Mickey e ho lasciato che Cagliostro si allenasse alla caccia, correndo dietro alle foglie secche. Non appena riusciva ad afferrarne una, subito la portava in casa, come se fosse una vera preda. Avevo appena finito di pulire i pavimenti, ma l'ho lasciato fare: l'atmosfera era troppo "elettrica", per spezzarne la magia.
C'era un non so che di sospeso, come una lunga attesa che stesse per giungere a compimento.
Quando, infine, i cani della via e del circondario si sono messi ad abbaiare tutti insieme, il mio cuore ha sobbalzato: era un richiamo, il "la" dato a un'orchestra potente e invisibile.
Abbaiavano al Vento, chiamavano il Sole, risvegliavano la Terra!
Nelle case vicine, tutto silenzio. Solo il rumore di qualche imposta che sbatteva. Mi pareva di essere l'unica, a godere di quello spettacolo.
La gente, in genere, considera il vento fastidioso: scompiglia i capelli, mette in disordine i vestiti, fa volare le tegole, rovescia i vasi e strapazza i panni stesi ad asciugare.
Ma il vento è anche energhèia, nella sua forma più GRANDIOSA! E' una cavalcata, è il fragore del battito d'ali di mille e mille intelligenze celesti! Il Vento soffia sul Fuoco, riporta a noi voci e pensieri...

(Soffiava vento anche quest'estate, sulla collina di Micene, quando potevi sentire il "suo" ultimo delirio, davanti alla Porta dei Leoni...)

Sono rimasta fuori per un'ora, finché non ha cominciato a fare troppo freddo. Soltanto allora sono rincasata, soddisfatta: avevo avuto la mia Epifania...

giovedì 25 febbraio 2010

Del risveglio: le prime gemme, i primi fiori


Il mio primo crocus fiorito...

Mi piacciono molto, i bulbi. Affidarli alla terra alla fine della bella stagione, per vederli poi germogliare ad inizio primavera è ciò che sono solita definire un "rito consolatorio".
E' rassicurante ricoprirli con il terreno, affidandoli al Sonno: in genere, se il lavoro è stato fatto con cura, mantengono sempre la loro promessa.

Il bulbo, con la sua sfericità imperfetta, è un emblema silenzioso e discreto del tempo ciclico - così rassicurante, rispetto al tempo lineare.
La concezione lineare del tempo (tipica della nostra frenetica modernità) è una corsa verso il baratro; il tempo ciclico, al contrario, è il tempo dell'esperienza accumulata, della seconda possibilità sempre concessa. E' il tempo della calma che si oppone al tempo dell'affanno.

Penso a tutto questo, osservando i miei bulbi che hanno germogliato.
Li avevo affidati alla terra a novembre... e ora sono già in fiore.
Non sembra possibile che il tempo sia trascorso così velocemente e che anche questo lungo, freddo inverno stia volgendo al termine.
Ma tant'è.
Una nuova primavera è alle porte - e io non riesco a vedere il tempo trascorso come una perdita. E' piuttosto una nuova occasione, un nuovo tratto di crescita che ci viene concesso.
Il tempo dell'attività si alterna al tempo del riposo.


Giacinti in fiore sul davanzale della cucina...

Accade sempre così, in una Ruota Perpetua.

Troppi pensieri, per un singolo fiore?
Può darsi. Non importa.

Ora attendo i Semi: ho seminato la datura, la malva, la digitale e la salvia di Nyctea e l'aconito di mio padre. E sto a vedere. Aspetto, come occorrerebbe sempre saper fare...

Del risveglio: fuoco e vento

In questi giorni sono stata trattenuta da mille sciocche incombenze e non ho potuto scrivere come avrei desiderato.
In compenso ho riflettuto parecchio, lasciandomi guidare dai nessi e dalle analogie, come spesso mi piace fare.

L'ultima volta ho parlato dei serpenti.
Dai serpenti sono passata attraverso il sangue (che fino a pochi giorni fa bagnava la mia terra)

(il serpente è per me immagine ciclica per eccellenza e, come tale, è liquidità e fuoco al tempo stesso: distrugge e ricrea, crea e distrugge...)

per giungere sino al fuoco.

I serpenti dormono durante l'inverno, nelle loro tane scavate nella terra da altri animali;

(nell'umida oscurità dormono gli animali, i semi, i bulbi...)

solo con l'arrivo della bella stagione tornano in attività, distendendosi al sole nelle ore più calde e luminose della giornata.

Il fuoco, il sole, la luce abbagliante del meriggio...
A riguardo ho appena terminato di leggere I demoni meridiani, di Roger Caillois, un saggio che riguarda le apparizioni dei morti, dei daimones e del "divino" nell'ora funesta e magica del mezzogiorno, quando il sole è allo zenit e brucia impietoso, eliminando le ombre, rendendo tutto disperatamente luminoso.

Per te le fiamme luminose partoriscono l'alba del giorno; per te l'Oriente dalle dita rosate avendo misurato il polo meridiano sale poi afflitto fino alla sua sede; più oltre si fa incontro a te il tramonto.

(dal Papiro magico di Berlino)

In questi giorni mi sento molto attratta dalla luminosità intensa, dal fuoco che brucia, ricreando un nuovo ordine: non faccio altro che leggere libri e testi su questo argomento.
Si adattano bene con la strana ricettività che mi pervade: è come se avessi, infatti, tutti i sensi tesi a percepire il cambiamento.
Come quando ero bambina, mi viene spontaneo utilizzare in modo preponderante l'olfatto, per seguire le tracce del Risveglio.

Non lo sentite? E' nell'aria.
L'altra notte pioveva eppure, attraverso la finestra del bagno aperta, sentivo arrivare dai campi quell'afrore particolarissimo, di calore lontano e terra umida, di erba e legno fradicio della pioggia di fine febbraio...
E ieri (arriva sempre col buio, dalla campagna dietro casa), di nuovo. Eravamo da sole nella stanza io e Clizia, la mia gatta, e lei ha sollevato il muso verso la finestra spalancata (ci prenderemo un bel malanno, prima o poi... a causa dei nostri "invasamenti"!), annusando forte. Non era possibile non sentirlo. Ci chiama a gran voce, con pazienza millenaria...

lunedì 15 febbraio 2010

Dei varchi, della permanenza

Come spesso capita, le riflessioni che affido a queste pagine (e che trattano, seppure indegnamente, anche di argomenti importanti) nascono dai fatti del quotidiano, da piccoli avvenimenti su cui - in teoria - non bisognerebbe sprecare troppe parole. A me, invece, piace utilizzarli (o, per meglio dire, loro utilizzano me!) per sollevare veli, dischiudere porte, azionare il caleidoscopio colorato e movimentato dei pensieri...

L'altro giorno mi sono arrivate da correggere le bozze di un romanzo storico: il libro non è un capolavoro, è scritto in modo abbastanza dozzinale, con un pessimo utilizzo della punteggiatura... Unico pregio dell'autore, una caratterizzazione sapiente dei personaggi che, nonostante i difetti stilistici, mi ha catturata nella lettura più di quanto non consenta la professionalità di un redattore.
Il romanzo era ambientato nell'antica Sumer e, come sempre mi accade quando si tratta di popoli antichi, ho subìto prepotentemente il fascino di quelle culture ormai disperse fra le sabbie del tempo, del loro modo meraviglioso di intendere la religione e la maghéia.

Il "nodo" è qui: nel rapporto intimo con il passato, nell'inspiegabile sentirmi parte di un'epoca e di un luogo che non mi appartengono (almeno in apparenza). Queste sono le cose a cui pensavo mentre leggevo e correggevo, correggevo e leggevo... Ho ricordato le sensazioni sconvolgenti provate sull'Acropoli di Atene molti anni fa, ho ripensato ai varchi, di cui parlavo la volta scorsa.

"Porte" particolari fra questo mondo e l'Altro; fra il Presente e il Passato; fra il Vero Sé e il Falso Sé. Ignorare un varco aperto o, peggio, tentare di chiuderlo può essere pericoloso. Si interrompe il flusso, lo scorrere della linfa e si finisce per restare imprigionati in una "bolla di oscurità", sopraffatti dall'onda nera.

Credo che ciascuno di noi abbia i suoi mezzi prediletti per "passare" e per "scorrere" attraverso questi varchi. A volte mi piace chiamarli anche "metafore ossessive".
Io, ad esempio, ascolto la linfa nel sangue. E in questo mese di confusione e vaga tristezza, guarda caso, il mio sangue ha rallentato. Interrotto, spezzato. Come mi sento interrotta e spezzata io: non sento, non ascolto, non ne sono capace. Non questo mese.
E allora mi rivolgo al Serpente - altro simbolo a cui sono legatissima, ma a cui ricorro solo in certi momenti.


Lucien Levy Dhurmer, Eva

Non è forse liquido, il movimento del serpente?
Non c'è forse qualcosa di REALMENTE DIVINO nel suo essere schivo, quasi mansueto, a dispetto del veleno che reca in corpo? Morte nella Vita!
E non è forse in questa liquidità perfetta, in questo equilibrio perpetuo che si inserisce l'immagine del cerchio: la pelle che cambia, l'ouroboros! E così, avanti, a tamburo battente, ricercando segni, significati...

«Sua madre è un serpente, ed avverrà che ella ascolterà sempre le parole di sua madre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Si avvicinerà, si avvicinerà per avere vendetta, e avverrà che distruggerà gli uomini, i nobili e i servi che sotto giuramento sono a servizio del re, tutti coloro che appartengono al re! Andrà ...a fare un bagno di sangue e non ne avrà vergogna!»

(Hattusili I Testamento)


martedì 9 febbraio 2010

"Where does your voice go when you're no more?"

Forse può essere stato frutto della mia immaginazione (sebbene sono quasi certo che non lo fosse) ma ebbi l'impressione che tutto l'entusiasmo per il gioco si fosse improvvisamente disciolto come brina al sole. Se a qualcuno fosse venuto in mente di proporre un altro gioco, sono sicuro che tutti quanti ne saremmo stati felici e avremmo abbandonato "Smee". Soltanto che nessuno lo fece. Nessuno pareva disposto a farlo. Per conto mio, e posso dire altrettanto anche a nome di altri, provavo l'opprimente sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato. Non avrei saputo dire che cosa ci fosse che non andava, e in realtà non me lo chiedevo neppure, ma in qualche modo il divertimento aveva perso tutto il suo brio e sul mio cuore indugiava un ammonimento come un'ombra, un sesto senso che mi avvertiva del fatto che in quella casa v'era un influsso tutt'altro che sano e positivo.

A. M. Burrage, Smee

Uno dei film che prediligo, Dust (ne parlavo già qui), ha come frase di lancio quella che ho riportato nel titolo: Dove va la tua voce quando non ci sei più?
Di recente mi è capitato di essere testimone (per interposta persona!) di un fatto strano e sono tornata a riflettere sul significato di certi "legami".
Non starò a raccontare in questo post tutte le esperienze "inspiegabili" capitate nella mia vita o in quella delle persone a me care.
Il pensiero che si fa strada con frequenza, in questi giorni, nella mia mente è decisamente poco concreto, legato più alle suggestioni che ai ricordi. Riguarda quella che io chiamo la volontà di permanere di energie, entità, anime.

Permanere: dal latino permanère, composto da "per" e "manere", rimanere, restare, durare.

Durare. Sconfiggere il tempo, per quello che è possibile. Riferito alle persone, naturalmente; ma anche ai luoghi.
Che cos'è che percepiamo in alcune case (quella tensione sottile, che provoca un nodo alla gola) o in un luoghi ben precisi?
Penso a Lucedio, è ovvio. E anche al vecchio prato di Camino, che oggi non esiste più.
Non è "vampiresca" (concedetemi il termine) questa volontà di permanere?
Non è forse il frammento del divino rimasto in noi? (Non è questo che afferma l'uomo mortale di fronte alla potenza funesta dell'angelo, nelle Duinesi di Rilke? Ah, ma sto divagando... L'appassionata di poesia sta prendendo il sopravvento su Canidia...)
Le mie riflessioni, questa sera, non hanno molto senso. Prendetele per quello che sono: semplici divagazioni.

Vorrei che il mio gatto non miagolasse così forte...

martedì 2 febbraio 2010

Della Candelora (epilogo)


I Lumi: fuoco, acqua e terra per il Risveglio... (La terra c'è, anche se non si vede...)

Eccomi, [...], commossa dalle tue preghiere vengo a te, io, la madre della natura, la signora di tutti gli elementi, l'origine prima dei tempi, la più grande tra gli dei, la regina dei morti, la signora dei celesti, l'immagine unificante di tutti gli dei e le dee; io che regolo secondo la mia volontà le luminose altezze dei cieli, le salubri brezze dei mari, i disperati silenzi degli inferi; e la divinità unica che io sono, il mondo intero la venera sotto diverse forme, con differenti riti e i nomi più vari. [...] Vengo a te [...] benevola e propizia...

(Apuleio, Le metamorfosi)


Giovane famiglio incuriosito...

Non sono sicura che sia stata perfetta (come avrei voluto), ma di certo è stata potente. Complici, forse, il sole e il cielo terso (anche se freddo) di questi giorni o la tranquillità della casa, rimasta immersa per molte settimane nel silenzio della stagione oscura. La campagna tace (ancora) e i Lumi brillano in questa atmosfera di attesa.
C. ha cucinato la Focaccia della Candelora (coi semi di finocchio, emblema dell'inverno che sta per finire), io ho bruciato foglie di elleboro, pianta che - col suo vigore - aiuterà a socchiudere i Battenti.
Per ogni Risveglio occorre sempre usare grande delicatezza...

(«Non si spengono le candele!»
«Perché?»
«Perché non ci appartengono: Lei le ha fatte accendere, Lei le spegnerà...»)

lunedì 1 febbraio 2010

Della Candelora


Una delle piante di elleboro selvatico fotografate durante l'escursione di ieri al Sacro Monte di Crea.

Ieri sono tornata ad andare per boschi. I segnali del Risveglio erano ovunque, nonostante fossi partita da casa animata da un certo scetticismo.
Oltre alle numerose pianticelle di elleboro selvatico (già in vegetazione!), che spiccavano col loro verde scuro fra le foglie di quercia cadute a inizio stagione, ho scorto le primule sulle pendici a margine sentiero (ancora gelate in superficie, ma che riuscivano a bucare la neve ghiacciata), le orme degli animali fra gli alberi, nel fango e nella neve.

Al rientro, trepidante, ho messo in vaso l'elleboro raccolto e, dopo cena, sono uscita per dare da mangiare a Holden, il nuovo arrivato (un gatto bianco e rosso che ho chiamato così perché è arrivato nel mio cortile la notte in cui è morto J. D. Salinger) e per spargere briciole per i passeri del Grande Alloro.

Da tempo non ero più così percettiva: sarà che ho dormito a lungo - ne sono consapevole.
Da tempo non ascoltavo e com-prendevo con questa nitidezza.


Una veduta dal Bosco di Crea.

L'altra notte e la scorsa, ancora sogni. Di quelli che fanno palpitare il cuore.
Nel primo, c'era un campo di grano, appena fuori da casa mia. Un campo che era letteralmente invaso da uccelli di ogni tipo: rapaci sconosciuti dai colori sgargianti, dotati di lunghe code da pappagallo e becchi lucenti; insettivori dal piumaggio coloratissimo; passeri simili a colibrì, che sfrecciavano sopra le spighe (di nuovo, il campo di grano... un'immagine così ricorrente del mio inconscio!) trillando con voce cristallina.
Osservavo immobile quel tripudio di vita, con le mani congiunte in un gesto di reverente stupore. «Guarda! Oh, ma guarda!» ripetevo.
Nel secondo, i topi: possedevo una grande cascina, dotata di un ampio cortile. E questo cortile era punteggiato di tane di topi, che sbucavano dalla terra battuta come formicai. Erano topolini rossi, molto vivaci. Erano innumerevoli. La gente (c'era qualcuno intorno a me, ma non ricordo chi fosse) mi diceva che avrei dovuto sbarazzarmene, ma io mi tenevo ben cari i miei guizzanti topolini.
L'immagine del brulichìo si riaffaccia alla mia coscienza proprio in questo momento: il brulichìo è Vita e Morte al tempo stesso e, come tale, concede a chi lo percepisce una frenesia inestinguibile.

Vedere, conoscere, ritornare alla luce, danzare. Ballare in cerchio, là dove il Bosco è più fitto.
Candelora! Candelora!


P. Lindahl, The Dance of the Witches

sabato 30 gennaio 2010

Della piena di gennaio



Non il ramo spezzato, non l'erba scomposta lungo il sentiero
ci dicevano il suo passaggio, ma il tocco di solitudine
che ogni cosa in sé custodiva ed a noi rendeva, liberando
dopo il messaggio consueto l'altra, l'ignota parola.
Come trasalivamo ascoltandola, come si orientava sicuro
il nostro cuore sull'invisibile traccia!
Così noi sempre ti seguimmo, Dominatore e Amato,
né ci sorprende la bianca luce in cui svelato al nostro fianco cammini
(ora che l'ombra carnale è tramontata sul meridiano della morte)
perché da lungo tempo te solo conoscevamo, a te solo
obbedivamo, tua destinata preda,
trascinando sulle vie della terra la tua celeste catena straniera.

(Margherita Guidacci, da La sabbia e l'angelo)

(All'angelo, per questa luna potente, che mi parla da giorni... E' il MESSAGGIO ciò a cui tutto ruota intorno. Bisogna com-prendere e svelare.)

Delle orchi-dee

Tu non sei che una nube dolcissima, bianca
Impigliata una notte fra rami antichi...
(Cesare Pavese)


La mia oncidium.

Oggi, le orchidee sono considerate dalla maggior parte delle persone dei "fiori di lusso": vengono fatte fiorire forzatamente e vendute poi in confezioni eleganti, a caro prezzo.
E' una cosa davvero molto triste, perché, in verità, l'orchidea è un fiore di grande suggestione, dal simbolismo potente.
Meno delicate di quello che comunemente si pensa, le orchidee temono solo la luce del sole diretta, che brucia le loro foglie e i loro petali (creature d'ombra...). Per il resto, sono abbastanza robuste: non necessitano frequenti innaffiature (contrariamente a quello che dicono di solito i vivaisti) e non è impossibile farle fiorire in casa. Anzi.
Per le orchidee più che per qualsiasi altra pianta è importantissimo (fondamentale direi, per quella che è la mia esperienza) comprendere e rispettare il loro ciclo vegetativo: annaffiare più del dovuto un'orchidea "in riposo" può significare far marcire le sue radici e perderla definitivamente.
Se si possiede un'orchidea - a qualunque specie essa appartenga - entrare in sintonia con lei è imperativo. Ci sono piante che possono sopravvivere comunque (penso alla mia spensierata waxflower, alle mie robuste verbene...); l'orchidea no. Se non la capite, la perderete.

Il nome "orchidea" deriva dal greco orchis, che significa "testicolo": un nome volgare per uno dei fiori più belli esistenti in Natura. Le fu dato perché alcune specie hanno alla base dello stelo due tuberi paralleli: l'analogia con l'apparato genitale maschile è evidente e, se la si accosta alla forma del fiore (molto simile a una vagina), allora il simbolismo risulta ancora più forte.
Già Teofrasto (372 a.C.) riporta le proprietà medicamentose dell'orchidea:

«Ci sono piante che stimolano gli organi riproduttivi, altre ne inibiscono l'azione. Altre ancora possiedono entrambe le virtù, com'è il caso della pianta denominata orchis. Essa possiede in effetti due testicoli, uno grande e uno piccolo. Quello più grande, preso insieme al latte di capra, favorisce il coito; quello più piccolo lo impedisce».

Anche Dioscoride (medico greco del I secolo d.C.) parla dell'orchidea, individuandone cinque varietà: l'Orchis, la Serapias, l'Elleborina, il Satyrium e l'Ophrys.
Fra gli autori romani, Plinio il Vecchio (29 - 79 d.C.) disserta sulle proprietà fecondatrici (o inibitorie) della pianta - o, per meglio dire, dei suoi tuberi.

Inutile dire che da qui a divenire "erba magica" a tutti gli effetti il passo fu breve.
In Tunisia veniva chiamata El mita El haya, "La morta e la viva" e anche qui veniva utilizzata per stimolare il processo riproduttivo.
In Occidente, diviene presto simbolo di Dio - o di Satana.

Ciò che colpisce, leggendo queste prime notizie (ne riporterò altre prossimamente!), è la connessione evidente dell'orchidea non solo con la capacità generativa (simbolismo scontato, data la già menzionata forma dei fiori e dei tuberi), ma anche con il suo esatto contrario: la Morte.
Si pensi che i nomi di alcune orchidee tutt'ora esistenti derivano da racconti o suggestioni di morte: la Dactyloriza deve il suo nome al furto di una mano da una statua miracolosa e alla successiva morte del ladro; l'Aceras viene detta "uomo impiccato", per la forma inquietante dei suoi fiori. Più importante ancora: il cosiddetto cosmosandalon, fiore sacro a Demetra, era con ogni probabilità proprio un'orchidea. E Demetra, si sa, è (con Persefone) per eccellenza la divinità della Luce e dell'Ombra.
Inoltre alcuni usi magici dell'orchidea sono decisamente mortiferi: si crede infatti che, strofinando un'orchidea sul bordo di una tazza di latte, quest'ultimo si secchi completamente. Ecco di nuovo la capacità di isterilire, propria delle divinità ctonie e delle striges.
In Sud America, viene non di rado chiamata Flor de los muertos.

Al pari del ciclamino (e forse anche di più) l'orchidea è dunque emblema meraviglioso di Morte nella Vita e di Vita nella Morte. I due estremi si toccano, la Vita si annuncia e poi si spegne, nell'oscurità - in quell'ombra così cara ai fiori e alle foglie dell'orchis.
Nel ventre buio della Magna Mater (osservate i fiori di una Phalaenopsis o, più ancora, quelli di una Paphiopedilum!) tutto si genera, tutto si distrugge e tutto risorge, in un ciclo inestinguibile...


Phalaenopsis.


Paphiopedilum.

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Misericordia in obscuro

lunedì 25 gennaio 2010

Dell'attesa, del risveglio

Intendevo questo, senza ancora saperlo, quando, su Maghéia parlavo dei piccoli e tuttavia innegabili segnali di risveglio.
Quando scrissi l'articolo, sul blog che gestisco insieme a C., soltanto la mia dendrobium era in piena fioritura e dava cenni di vita; ma ora anche il mio elleboro...



... e la mia waxflower...



... per non dire dei giacinti, di cui già avevo parlato da qualche parte...



... si sono risvegliati con entusiasmo, complici senza dubbio le miti temperature della mia serra nuova nuova (opera di C.!).
Eppure... eppure non si tratta solo del nuovo (per quanto efficace) riparo invernale...
Non ne ho mai fatto mistero, d'inverno vengo spesso sopraffatta da quella che chiamo da anni "l'onda nera", che mi fa diventare indolente, apatica, indifferente alla vita quotidiana e avara di cure verso quelle passioni che amo coltivare durante tutto il resto dell'anno.
Per settimane e settimane ho dedicato alle mie piante (povere creature...) il minimo tempo indispensabile, preferendo di gran lunga rifugiarmi tra libri e scrittura.
Lunedì scorso, però, quando mi sono svegliata, il mio umore era diverso dal solito: più solare a dispetto del tempo uggioso... Come se "sentissi" il fremito silenzioso della terra e della campagna riecheggiare nella mia mente e nelle mie membra.
Così sono andata nella serra, ho pulito, distribuito acqua, tagliato le foglie secche, parlato a lungo...
Dopo qualche giorno... il risultato è stato quello che vedete nelle foto: una specie di risposta al mio inconsapevole richiamo...

* Il post su Maghéia *

venerdì 22 gennaio 2010

Delle porte che si chiudono, necessariamente

Ho sempre cercato di tenere questo piccolo, nero blog separato dal resto delle mie attività sulla rete: questo non certo perché volessi nascondere o camuffare alcune particolarità importanti del mio "essere", ma semplicemente perché ho ritenuto doveroso evitare quanto più possibile di gettare in pasto a chiunque fatti, analisi e parole che non tutti avrebbero potuto comprendere.
Per questo lo pseudonimo di Canidia (che mi è divenuto sempre più caro), per questo la mancanza - quasi dappertutto - di link a questo luogo virtuale.

La chiusura del blog al pubblico (selezionati a parte!) è un passo doveroso, necessario.
Poiché, quando dico che un ramo va tagliato, di rado mi rimangio la parola. Poco importa che adesso alcune persone - che hanno dimostrato di preferire ben altri sentieri - adesso vogliano ritornare a casa. Da me riceveranno cortesia (ci vuole un po' di raffinatezza e di superiorità, in questo mondo urlante), ma non più confidenza. Non voglio più che leggano certi pensieri - questi pensieri, che rappresentano la parte più profonda e intatta di ciò che sono.

A tutti gli altri - a coloro che ho invitato e di cui spero di ricevere presto la visita su queste pagine - ben arrivati.

domenica 17 gennaio 2010

Della sera del 15 gennaio

Per onorare l'Eclissi e la Nera coincidenti, venerdì sera ho acceso candele in tutta casa e bruciato essenza di rosa (fiore che amo e che sboccia nella stagione a me prediletta).
Una delle candele l'ho accesa ai piedi della mia dendrobium fiorita - a dispetto dei rigori invernali.

Lieto inizio!

(Altre folgoranti coincidenze: nel calendario romano il 15 gennaio corrispondeva al secondo giorno di festeggiamenti della Carmentalia: vi si venerava la ninfa Carmenta, dea delle fonti e della veggenza, particolarmente cara alle donne fertili e incinte. Nel suo tempio era possibile introdurre solo offerte vegetali: perfino il cuoio dei calzari era vietato, perché proveniente da animali uccisi. Il che avrebbe rappresentato un nefasto presagio per i nascituri che le devote di Carmenta portavano in grembo. Carmenta è una bellissima e misconosciuta divinità minore della fecondità e del risveglio... Il fatto, poi, che queste sue facoltà siano associate al "canto magico" della veggenza me la rende ancora più cara...)

venerdì 15 gennaio 2010

Della Nera e dell'Eclissi

[...] Migliaia di pesci passeggiano per aria, migliaia di stelle nel tuo sangue. Galline gialle vanno su e giù per le scale di Cnosso. Il bel funambolo cambia la sua liscia asta d'equilibrio con un giglio. Ogni cosa attende di prendere e donarsi. [...]

(G. Ritsos, da Il funambolo e la luna)


Radunati al Bosco della Cittadella per l'eclisse del 3/4 marzo 2008.

Difficile esprimere a parole la gioia assoluta e un po' frenetica per questa giornata e per la notte che sta per arrivare.
Oggi, infatti, non solo arriverà la Nuova (dal buio, ancora la Vita che riprende: la danza di Eurinome che ricomincia - eterna sarabanda!), ma è anche il giorno della più lunga Eclissi del millennio, che concluderà il 141° ciclo di Saros.
Fra i punti di osservazione migliori per questa eclisse anulare ci sarà anche l'India, dove l'avvenimento coincide con la rituale festa indù del Magh Mela.
Secondo questo rito, la cui origine si perde nei tempi più antichi, le immersioni nei fiumi Gange, Yamuna e Saraswati consentono ai fedeli di purificarsi e di spezzare il ciclo di morte e rinascita.
L'Inizio per eccellenza, dunque. In concomitanza con la Nuova e con l'Eclissi.
Come sempre, inseguo il filo rosso nell'intreccio più fitto, alla ricerca di simboli e segnali.
E questo, in particolare, è troppo fulgido per essere ignorato.
Stiamo risalendo la china, la Madre Lunare ci indica la strada...


Una bella Madonna "lunare" fotografata da Gabriele in Israele.

sabato 9 gennaio 2010

Ein jeder Engel ist schrecklich


Il bellissimo angelo di Tilda Swinton in Constantine, di Francis Lawrence.

Chi, se io gridassi, mi udirebbe mai dalle schiere degli angeli ed anche se uno di loro al cuore mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte presenza. Perché il bello è solo l'inizio del tremendo, che sopportiamo appena, e il bello lo ammiriamo così perché incurante disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo. [...]

(R. M. Rilke, Elegie duinesi, I, vv. 1 - 8.)

Non sono mai riuscita a considerare gli angeli come le classiche creature codificate dalla religione cristiana, tutte fulgore e perfezione celeste, benevole soccorritrici degli uomini in questa "valle di lacrime".
Anche perché, a dirla tutta, neppure gli angeli presentati dalla Bibbia sono questo.
Certo, l'angelo di Tobia è il custode per eccellenza.
Tuttavia, nella maggior parte dei casi (e nei casi più affascinanti, capaci di soggiogarci e toglierci la parola) gli angeli sono dei combattenti. Sterminatori, se la volontà divina lo vuole e lo ordina.

L'angelo rappresenta, più di ogni altra creatura metafisica, l'irruzione (spaventosa, mortifera) dell'Altro, della dimensione dell'ou-topia (il non-luogo, quello inaccessibile alla mente umana, pena il dilagare della follia) nella realtà dell'uomo, la manifestazione «tremenda del limite, che affligge, insuperabile, ogni umano Dasein» (M. Cacciari, L'angelo necessario).
Per questo, la sua bellezza è tale da sconfinare nell'orrore: così come l'eccesso di luce provoca cecità al pari del buio, allo stesso modo la perfezione angelica diviene mostruosa - e l'angelo (portatore del "messaggio ultimo e terribile") può essere assimilato ai grandi mostri mitologici: Medusa, le Erinni, le Sirene, le Arpie...
Il fascino di questi custodi dell'Eterno è potentissimo, le connessioni che li legano agli archetipi fondanti delle più antiche religioni innegabili, folgoranti.
Per anni ho seguito le loro tracce attraverso saggi letterari e antropologici, poesie, romanzi e pellicole cinematografiche: perfino nelle più mediocri fra queste ultime ho scoperto figure angeliche abbaglianti.
E ancora oggi - sebbene mi stia soffermando in questo periodo su altri campi d'indagine - non riesco a restare insensibile alla potenza irradiata dal Gabriele dell'Annunciazione di Grunewald, dipinto ammirato dal vero lo scorso dicembre, al Museo Unterlinden di Colmar.


L'Annunciazione di Grunewald

La reazione della Madonna, di fronte a lui, non consente equivoci: annientata dalla sua luce, non riesce ad alzare lo sguardo sul messaggero. E' costretta, anzi, a volgere il capo all'indietro e a socchiudere le palpebre, mentre Gabriele (avvolto da vesti rosse e gialle, i colori del fuoco) punta su di lei un dito inquisitorio, quasi minaccioso: il suo messaggio, a ben vedere, non pare essere fra i più rassicuranti.

Andando a scavare a ritroso nel tempo, nella letteratura così come nei testi religiosi (sia cristiani sia dell'antichità pre-cristiana), non si può non notare la somiglianza fra gli angeli e la mater perniciosa: la capacità di folgorare, riducendo in cenere ogni forma di vita (e la cenere è sempre cessazione di vita e, al contempo, nuovo inizio); la connessione stretta con i volatili (di gufi, civette e rapaci diurni ho già parlato); la facoltà di condurre la morte attraverso lo sguardo. (La morte è negli occhi, come scriveva Cesare Pavese.) Infine, la padronanza intrinseca di un linguaggio (il "parlare angelico"), che sovrasta l'umano intelletto e che rende qualsiasi dialogo fra Uomo e Angelo impossibile, pena la sopraffazione del primo da parte del secondo:

Non credere che io supplichi. Angelo, e se anche ti supplicassi! Tu non vieni.

(R. M. Rilke, Elegie duinesi)

Suggestioni
• R. M. Rilke, Elegie duinesi.
Massimo Cacciari, L'angelo necessario, Adelphi: saggio fondamentale per la comprensione e l'interpretazione delle Elegie duinesi di R. M. Rilke.
L'angelo sterminatore di Luis Buñuel, del 1962: autentico capolavoro del regista spagnolo, dove l'angelo mai appare e mai viene menzionato - eppure la sua potenza domina tutto il film, recando morte e disperazione.
The Prophecy - The God's Army, film diretto da Gregory Widen nel 1995: una pellicola tutt'altro che perfetta (sebbene abbastanza originale), che ha come protagonisti proprio tre angeli, tutti con interessanti caratteristiche: ciechi, alati, votati unicamente (o quasi) all'obbedienza. Viene fra l'altro affrontato il tema, squisitamente apocrifo, dell'invidia degli angeli verso gli uomini.


La locandina de L'angelo sterminatore di Luis Buñuel.

«Tutta un'esistenza passata a lodare Dio, ma sempre con un'ala intinta nel sangue. Credi che ti piacerebbe davvero vedere un angelo?»

(Dal film The Prophecy, di Gregory Widen, 1995)